Macro lens, 60mm, high detail, precise focusing, controlled lighting, pila di zine fatte a mano sulla scienza spaziale con copertine colorate raffiguranti disegni di pianeti, razzi e stelle, alcune aperte mostrano testo scritto a mano ed elementi di collage, appoggiate su un tavolo di legno.

Zine Spaziali: La Scienza Ribelle Raccontata Fuori dal Coro

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa di veramente affascinante che sta ai margini dell’educazione scientifica tradizionale: le zine. Pronunciatele ‘zin’, come abbreviazione di ‘magazine’, e immaginatevi piccole pubblicazioni fatte a mano, piene di passione, che parlano di scienza spaziale in un modo totalmente nuovo. Sì, avete capito bene, parleremo di come queste piccole opere d’arte cartacee possano diventare strumenti potentissimi di pedagogia pubblica alternativa, specialmente quando si tratta di raccontare lo spazio.

Un Incontro Ravvicinato del Tipo Zine

Immaginatevi questa scena: sto passeggiando per una strada di Philadelphia, mattoni rossi sotto i piedi, e inciampo in un banchetto. Tre persone vendono delle zine. Ne prendo una, copertina con triangoli rosa e viola, titolo a caratteri paffuti. Si chiama Spaceship or Sex Toy (Navicella Spaziale o Sex Toy) di Megan Elaine Wirick. Geniale, vero? Mette a confronto oggetti quotidiani con elementi dei viaggi spaziali, giocando sulle forme simili di dildo e razzi. Disegni al tratto, irriverenti, su carta rosa cipria e azzurro cielo, che ti costringono a riflettere, con ironia e un pizzico di queer, sul significato e l’uso di questi “obelischi metallici” nella cultura pop. È proprio da qui che parte la mia domanda: che tipo di pedagogia pubblica sullo spazio e sulla scienza si nasconde tra le pagine delle zine?

Pedagogia Pubblica? Ma Fuori dall’Aula!

Prima di addentrarci, chiariamo un attimo. Quando parlo di pedagogia pubblica, intendo tutti quei processi e luoghi di apprendimento che avvengono *fuori* dalle aule scolastiche. Pensate a musei, film, documentari… ma anche a spazi meno convenzionali. La pedagogia pubblica critica, specialmente quella con un’impronta queer e femminista, va oltre: analizza come gruppi non ufficiali, spesso marginalizzati, resistono e smontano le visioni dominanti del sapere. Le zine sono proprio uno di questi spazi di resistenza. Sono pubblicazioni informali, create da singoli o collettivi, che permettono alle comunità di colmare il divario tra la narrazione scientifica mainstream (soprattutto quella sullo spazio) e le esperienze culturali quotidiane. Onorando questo spirito, nel testo manterrò i titoli delle zine così come sono scritti, rispettando le scelte stilistiche (maiuscole non standard, font, ecc.) di chi le ha create.

Le Origini Ribelli delle Zine

Le zine non nascono ieri. Hanno radici profonde, alcuni le fanno risalire alle fanzine di fantascienza degli anni ’20, create dai fan per espandere gli universi narrativi delle loro storie preferite. Constance Penley, nel suo lavoro NASA/TREK, ha documentato come i fan di Star Trek usassero le zine per scrivere “slash fiction” (storie con relazioni queer, tipo Kirk e Spock), diventando quasi “scienziati popolari” per il loro interesse verso il programma spaziale NASA. Certo, all’inizio erano forse più maschili, ma studi recenti stanno riportando alla luce il ruolo fondamentale delle donne e delle comunità queer e femministe fin dagli albori.
Un’altra linea genealogica parte dall’avvento della fotocopiatrice negli anni ’80 e ’90, che ha reso facilissimo riprodurre materiali. Nasce la “per-zine” (zine personale), un formato popolarissimo per documentare vite, esperienze e saperi. Pensate alle Riot Grrrl zines negli USA, legate al movimento punk femminista: recensivano e promuovevano musica di donne quando le riviste ufficiali le ignoravano. Le zine sono spazi controculturali per far circolare conoscenze in modo non ufficiale, connettendo lettori e comunità, spesso con l’obiettivo di stimolare un cambiamento. Rifiutano l’idea di un sapere astratto e universale, radicandolo invece nelle comunità.

Primo piano, lente macro, 100 mm, dettagli elevati, illuminazione controllata, che mostra la carta testurizzata e le graffette di una zine fai-da-te, la copertura presenta una nave razzo disegnata a mano su uno sfondo stellato, il titolo scritto a mano in grassetto.

Zine Spaziali: Sfidare la Narrazione Ufficiale

Torniamo allo spazio. Le narrative dominanti sullo spazio sono spesso intrise di ideologie da Guerra Fredda (militarizzazione, frontiera), colonialismo capitalista, destino manifesto e un certo tipo di mascolinità tecnoscientifica (pensate a “The Right Stuff”). Le immagini dell’Hubble che ricordano le foto della frontiera americana, la fantascienza che ripropone il mito pastorale americano… tutto questo porta con sé un bagaglio ideologico pesante, spesso escludendo altre prospettive, come quelle di genere o indigene, e presentando la scienza come “oggettiva” quando invece è profondamente socio-culturalmente situata.
Ecco, le zine che ho scovato fanno proprio questo: mettono in discussione tutto ciò. Creano contro-narrative. Prendiamo Mapping the Night Sky: Henrietta Swan Leavitt di Alexandra Constantinou. Con una copertina lucida e riflettente, usa stampe marmorizzate, citazioni teatrali e riproduzioni dei lavori di Swan Leavitt (l’astronoma sorda che lavorò all’Harvard Observatory e il cui lavoro fu fondamentale per misurare le distanze galattiche) per creare una sorta di “costellazione” della memoria storica. È un tentativo di storia riparativa, che sfida l’emarginazione delle donne nella scienza. Certo, celebra una donna nella STEM, cosa che sta diventando una norma emergente nell’educazione scientifica (pensate a libri come “Hidden Figures”), ma forse non esplora a fondo le barriere legate alla sua disabilità.

Oltre le “Grandi Donne”: Storie Diverse di Scienza

Poi c’è GREAT OBSERVATORIES and the women who built them di Briley Lewis. Già il titolo gioca con l’idea di “grandezza”. Questa zine non si limita a sostituire “grandi uomini” con “grandi donne”, ma racconta la storia del Palomar Observatory da una prospettiva femminista, focalizzandosi sulle lavoratrici tecniche, sulle pratiche operative e sulle ragioni storiche dell’esclusione (il “Monastero” per gli osservatori era pensato per escludere le mogli, e di fatto escluse anche le astronome). Contiene un’intervista toccante con Rebecca Oppenheimer, ricercatrice transgender che usa il telescopio, che parla della sua esperienza. Lewis critica la “girl-bossification” delle narrative STEM, che inseriscono donne senza cambiare le priorità di genere del campo. Questa zine celebra il lavoro tecnico come valore in sé, sovvertendo i sistemi di valori dominanti.

Humor, Rabbia e… Cacca sulla Luna!

Le zine usano toni diversissimi. Prendo I’m Mad they Left Poop On The Moon (And You Should Be Too) di Sarah Baggs. Una piccola zine A6, stampata in bianco e nero, che sembra una chiacchierata con un’amica furiosa ma anche divertita. Baggs è indignata che sulla Luna siano stati lasciati 96 sacchi di feci, urina e vomito. Trova inconciliabile l’idea di andare sulla Luna spinti da meraviglia e rispetto, per poi trattarla come una discarica. Questo tono colloquiale e irriverente smonta l'”aura” sacrale degli allunaggi. Descrive l’atto come “una scemenza colonialista americana”, sfidando le narrative che glissano sulle realtà più… ehm… “terra terra” dei viaggi spaziali. La rabbia qui, come spesso nelle zine, diventa uno strumento retorico per costruire coalizioni, dare significato e spingere all’azione (la zine invita a firmare una petizione per rimuovere la cacca!).

Immagine fotorealistica, lente primaria, 35 mm, profondità di campo, che mostra una zine aperta a una pagina con un cartone animato disegnato a mano che critica il colonialismo spaziale, con una stampa di stivale astronauta accanto a una borsa scartata sulla superficie della luna, blu duotono e grigio.

Decolonizzare lo Spazio, una Zine alla Volta

La critica al colonialismo spaziale è potente anche in If you love space don’t colonise it: a primer for Elon Musk di Hawksquill. Scritta a mano, con illustrazioni ritagliate e incollate, attacca direttamente l’idea di estendere i modelli capitalisti-coloniali nello spazio. “Abbiamo solo ucciso persone e distrutto terre in nome delle risorse. E non è mai abbastanza. Perché lo spazio dovrebbe essere diverso?”. Propone invece di proteggere lo spazio come risorsa naturale per le generazioni future, suggerendo un’etica diversa da quella estrattivista dominante.
Altre zine, come la compilation Is space the place? No., cercano di aumentare la consapevolezza critica e incoraggiare azioni socialmente giuste. Il testo The Space NDN’s Star Map di Lindsey Catherine Cornum, contenuto al suo interno, si rivolge a un pubblico che si presume abbia familiarità con autori di fantascienza indigeni, registi e riferimenti culturali specifici (come Monument Valley), sovvertendo così l’aspettativa di un pubblico “normativo” (bianco, USA-centrico) per i discorsi sullo spazio. Chiama in essere un pubblico diverso, orientato alla cultura indigena.

L’Estetica è Politica: Remixare lo Spazio

Anche quando criticano, noto che molte zine si appoggiano ancora a narrative USA-centriche per farlo. Forse è un limite del mio campionamento, o forse riflette un bias generale nel campo. Anche le zine sugli animali nello spazio citano principalmente missioni USA o URSS. I fumetti, come Galactic Man di Zombie Turtle Comics, pur satirizzando la banalità della vita nello spazio, lo fanno attraverso stereotipi della vita rurale/giovanile americana (drive-thru spaziali, delusioni amorose da liceo).
Tuttavia, la forza delle zine sta anche nella loro estetica. Il fai-da-te, il collage, la scrittura a mano, lo stile personale… tutto comunica affiliazione a sottoculture e prende posizione. L’estetica è politica. È attraverso il remix estetico che le zine spaziali riescono a intrecciare saperi “scientifici” e “culturali”. Prendiamo l’integrazione tra occulto e scientifico: in Alien Tarot di Emily and Evelyn o in Moon Phases Intro di Pens and Positivity Art, elementi come i tarocchi o le fasi lunari per guidare decisioni di vita si mescolano a fatti scientifici. In Moon Phases Intro, la descrizione tecnica della Luna Nuova (“la Luna è tra Sole e Terra…”) è seguita immediatamente dall’affermazione che è il momento migliore per “ricominciare” e “scrivere speranze e desideri”. Non c’è tensione tra i due saperi, sono presentati con pari dignità. Questo integrare quotidiano e cosmico, contenuto e stile, è una caratteristica potente.

Still Life, lenti macro, 80 mm, messa a fuoco precisa, dettagli elevati, che mostra una pagina zine aperta che combina diagrammi scientifici di fasi di luna con simboli mistici disegnati a mano e note scritte a mano su sentimenti e intenzioni personali, la luce naturale morbida che illumina la carta testurizzata.

Verso Orizzonti Queer e Futuri Diversi

I riferimenti culturali sono vastissimi. Nella zine collettiva ZineMoon, una pagina di Marguerite Dabaile illustra cosa vedono diverse culture sulla faccia della Luna (il coniglio, ecc.). Galactic Man usa riferimenti cinematografici americani. It’s Not You. I Just Need Space. usa uno stile da ufficio per le lettere tra pianeti. Spaceship or Sex Toy usa oggetti quotidiani. Questa varietà di contenuti e stili sfida l’idea di un pubblico monolitico per lo spazio, spesso implicitamente anglofono e USA-centrico. Posizionando punti di riferimento culturali diversi (indiani, cinesi, indigeni) come parte della conoscenza attesa del lettore, queste zine costruiscono discorsi alternativi e comunità di sapere fuori dai canali ufficiali.
Un’ultima zine che mi colpisce è What is the reason for this? di Valerie Barr. Usa immagini della corsa allo spazio, degli astronauti dell’Apollo 11, ma ne gratta via gli occhi, un tropo visivo che implica anonimizzazione e disumanizzazione, sovvertendo le didascalie trionfalistiche (“GRANDI ASTRONAUTI AMERICANI”). Il collage, con forme spigolose, immagini strappate, volti oscurati (ma bandiere USA e loghi NASA ben visibili), crea un contrappunto visivo alla narrativa del successo. Il titolo ambiguo spinge a chiedersi: qual è la ragione di “questo”? Forse la critica è rivolta proprio all’ideologia nazionalista e militarista sottostante, mascherata da impresa “per tutta l’umanità”? L’ambiguità diventa uno strumento educativo potente.

Perché le Zine Contano per la Scienza Spaziale (e Non Solo)

Allora, tornando alla domanda iniziale: che pedagogie pubbliche troviamo in queste zine spaziali? Ho cercato di mostrarvi come le zinester sviluppino immaginari dello spazio anti-coloniali, culturalmente intrecciati, localmente situati, affettivi e socialmente impegnati. Guardandole attraverso la lente della pedagogia pubblica critica, vediamo il valore di de-istituzionalizzare l’apprendimento, rivolgendoci a materiali prodotti dal basso come fonti di conoscenza “Altrimenti”.
Queste zine non sono solo critiche, ma propongono anche visioni alternative. Agitano per il cambiamento, aumentano la consapevolezza, rendono visibili gli impegni ideologici normativi della scienza ufficiale. Come hanno mostrato altri studi su zine mediche o attiviste, questi materiali possono essere parte di un’educazione scientifica che lavora per la coscienza critica e la costruzione di mondi diversi. Anche se forse non rappresentano un movimento unificato, mostrano narrative culturali plurali sullo spazio che spingono per una partecipazione più ampia e una critica all’ideologia egemonica.
Il loro valore non sta nell’essere appropriate dalle scuole (anche se potrebbero ispirare insegnanti e studenti), ma nel loro poter “rispondere” alle idee normative su cosa sia l’educazione scientifica e chi abbia voce in capitolo. Offrono percorsi verso un’educazione scientifica socialmente giusta, che riconosce la sua parzialità e il suo essere situata. Ci spingono a confrontarci con i tropi colonialisti, patriarcali e militaristi che spesso si riproducono acriticamente, anche nell’educazione informale.
La vostra coscienza è stata sollevata, verso l’infinito e oltre? Forse toccando queste piccole, sovversive pubblicazioni, possiamo iniziare a immaginare e costruire un rapporto diverso, più giusto e plurale, con il cosmo.

Fotografia di ritratto, lente primaria, 50 mm, profondità di campo, sfondo leggermente sfocato, che mostrano le mani che tengono accuratamente aperte una zine colorata a tema spazio fatto a mano, focalizzati sugli intricati dettagli del collage, testo scritto a mano e disegni all'interno, calda illuminazione interno che crea un tocco intimo.

Fonte: Springer

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