Arterie del Cervello e Ictus: Quando la Forma Conta Davvero (Grazie alla VWI!)
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi affascina tantissimo e che riguarda il nostro cervello, più precisamente la circolazione sanguigna nella sua parte posteriore. Parliamo di ictus, una parola che fa paura, giustamente. È la seconda causa di morte nel mondo, e la forma ischemica (quella causata da un’interruzione del flusso sanguigno) è la più comune. Tra queste, circa un 20-25% colpiscono la parte posteriore del cervello (il cosiddetto infarto del circolo posteriore o PCI), un’area delicata che controlla funzioni vitali. E indovinate un po’? Spesso la causa è l’aterosclerosi, cioè la formazione di placche nelle arterie, in questo caso nel sistema vertebrobasilare (VBA).
Un Problema Serio: L’Ictus del Circolo Posteriore
L’ictus posteriore non è uno scherzo. Spesso ha conseguenze peggiori e un rischio di recidiva più alto rispetto a quelli che colpiscono la parte anteriore del cervello. Si pensa che l’embolia (un “tappo” che viaggia nel sangue) sia più frequente qui. E c’è di più: sembra che chi ne soffre tenda ad essere più giovane rispetto a chi ha ictus anteriori. Ma perché? Una delle ipotesi riguarda proprio la “forma” delle nostre arterie vertebrobasilari. La loro geometria – come si curvano, quanto sono larghe, come si uniscono per formare l’arteria basilare – può influenzare il flusso sanguigno. Immaginate l’acqua che scorre in un tubo: se il tubo ha curve strane o restringimenti, l’acqua non scorre più liscia, giusto? Lo stesso accade col sangue: queste variazioni possono creare turbolenze, favorire la formazione di coaguli o addirittura causare la rottura delle placche aterosclerotiche già presenti. Alcuni studi hanno persino collegato certe forme delle VBA a un maggior rischio di recidiva e mortalità dopo un PCI. Si parla anche di ipoplasia dell’arteria vertebrale (VAH), cioè un’arteria vertebrale più piccola del normale (sotto i 2-3 mm), che sembra essere un fattore di rischio indipendente per PCI, specialmente nei più giovani. Capite bene, quindi, quanto sia cruciale studiare questa relazione tra forma delle arterie, placche e rischio di ictus.
I Limiti della Diagnostica Tradizionale
Per vedere dentro le arterie del cervello usiamo tecniche come l’angiografia a sottrazione digitale (DSA), l’angio-TC (CTA) o l’angio-RM time-of-flight (TOF-MRA). Sono utilissime, per carità, ma hanno un limite: guardano principalmente il “buco” del vaso, il lume dove scorre il sangue. Ci dicono se c’è un restringimento (stenosi), ma faticano a vedere cosa succede sulla parete dell’arteria. E se ci fosse una placca “pericolosa” che però non restringe ancora significativamente il lume? Queste tecniche potrebbero non vederla bene.
Entra in Scena la VWI: Vedere Oltre il Flusso
Ed è qui che entra in gioco una tecnologia più recente e, lasciatemelo dire, rivoluzionaria: la Vessel Wall Imaging (VWI) basata sulla Risonanza Magnetica ad alta risoluzione. La VWI fa una cosa fantastica: “spegne” il segnale del sangue che scorre (tecnica “black-blood”) e ci permette di vedere direttamente la parete del vaso con una definizione incredibile. È come passare da una foto sfocata a una ad altissima risoluzione! Questo ci consente non solo di vedere le placche aterosclerotiche, anche quelle piccole o che non causano stenosi significativa (magari perché il vaso si è allargato per compensare, fenomeno detto “rimodellamento positivo”), ma anche di capire se sono “ad alto rischio”, cioè più instabili e propense a rompersi causando un ictus. La VWI, insomma, ci dà due vantaggi chiave: vede le patologie della parete che altre tecniche non colgono e caratterizza meglio le lesioni già note.

Il Nostro Studio: Forma, Ictus e Placche Sotto la Lente della VWI
Proprio per sfruttare queste potenzialità, abbiamo condotto uno studio retrospettivo su 249 pazienti con aterosclerosi nel sistema VBA, di cui 98 avevano avuto un PCI e 151 no. Volevamo capire due cose principali:
- Quanto è accurata la VWI nel classificare le diverse forme (configurazioni) delle arterie VBA rispetto alla più tradizionale TOF-MRA?
- Certe configurazioni delle VBA sono associate a un rischio maggiore di PCI o alla presenza di placche aterosclerotiche ad alto rischio?
La nostra ipotesi era che specifiche caratteristiche morfologiche potessero essere fattori di rischio indipendenti per l’ictus posteriore e legate alla vulnerabilità delle placche.
Le Forme delle Nostre Arterie: Cosa Abbiamo Scoperto?
Abbiamo classificato le configurazioni delle VBA in tre tipi principali (escludendo una quarta, molto rara, detta “senza confluenza”):
- Tuning fork (diapason): Le due arterie vertebrali (VA) hanno diametro simile e si piegano simmetricamente in direzioni opposte per unirsi nell’arteria basilare (BA).
- Walking (camminata): Le due VA hanno diametro simile ma si piegano nella stessa direzione.
- Lambda (λ): Le due VA hanno un diametro significativamente diverso (differenza ≥ 0.3 mm).
Ebbene, la VWI si è dimostrata più accurata della TOF-MRA nel classificare queste configurazioni, raggiungendo un accordo quasi perfetto con lo standard di riferimento (che combinava entrambe le tecniche). Non solo: la VWI ha mostrato una sensibilità nettamente superiore (95.1% vs 80.0%) nel diagnosticare l’ipoplasia dell’arteria vertebrale (VAH), definita qui come un diametro ≤ 2 mm. In pratica, la TOF-MRA a volte scambiava un restringimento dovuto a placca per una VAH o classificava male la configurazione, cosa che la VWI, vedendo la parete esterna, riusciva a evitare. Un punto a favore della VWI per valutare la vera forma del vaso, specialmente se c’è aterosclerosi!
Morfologia e Rischio di Ictus: I Risultati Chiave
Andando a vedere il legame con l’ictus (PCI), abbiamo osservato che la proporzione di pazienti con PCI era più alta nelle configurazioni “walking” (44.9%) e “lambda” (40.4%) rispetto alla “tuning fork” (34.1%). Tuttavia, questa differenza non è risultata statisticamente significativa nel nostro campione. Allo stesso modo, non abbiamo trovato una differenza significativa nell’incidenza di PCI tra pazienti con e senza VAH (ipoplasia). Questo potrebbe sembrare in contrasto con studi precedenti che indicavano la VAH come fattore di rischio. Perché questa discrepanza? Forse perché noi abbiamo usato la VWI (più precisa nel misurare il diametro esterno), abbiamo adottato una definizione più stringente per la VAH (≤ 2mm) e abbiamo incluso pazienti in tutte le fasi dell’infarto, non solo acute.
Ma l’analisi quantitativa ha rivelato dettagli interessanti! I pazienti con PCI tendevano ad avere:
- Un diametro medio delle due arterie vertebrali (bi-VAs) maggiore.
- Una differenza di diametro tra le due VA maggiore.
- Un’arteria basilare (BA) più spostata lateralmente rispetto alla linea mediana (grado di posizione laterale della BA maggiore).
E l’analisi statistica multivariata ha confermato che questi fattori, insieme alla presenza di placche ad alto rischio, sono fattori di rischio indipendenti associati al PCI. In particolare:
- Placca ad alto rischio: Rischio quasi raddoppiato (OR ≈ 1.997).
- Diametro medio delle bi-VAs: Rischio aumentato (OR ≈ 1.557).
- Grado di posizione laterale della BA: Rischio aumentato (OR ≈ 1.416).
Curiosamente, un indice di tortuosità maggiore dell’arteria vertebrale destra sembrava avere un effetto protettivo.

Non Solo Forma: Le Placche Pericolose Sotto la Lente
E le placche? Abbiamo analizzato 530 segmenti arteriosi con placche. Le placche ad alto rischio (definite da segnali specifici in VWI pre e post-contrasto, indicativi di emorragia intraplacca o infiammazione/neovascolarizzazione) erano leggermente più frequenti nelle configurazioni “walking” (61.2%) e “lambda” (60.0%) rispetto alla “tuning fork” (57.5%), anche se di nuovo la differenza tra configurazioni non era statisticamente significativa.
Ma la cosa più importante è che i segmenti con placche ad alto rischio avevano caratteristiche ben precise rispetto a quelli con placche a basso rischio:
- Diametro del vaso maggiore.
- Area della parete del vaso (Wall Area) maggiore.
- Indice di parete normalizzato (NWI) maggiore.
- Indice di rimodellamento (RI) maggiore (indica che il vaso si è allargato per “ospitare” la placca).
- Volume della placca maggiore.
- Maggiore spostamento laterale della BA (BA-midline maggiore).
- Lunghezza del segmento vascolare maggiore.
Questi risultati sottolineano come la VWI sia potente non solo nel vedere la forma generale, ma anche nell’identificare le caratteristiche specifiche dei segmenti arteriosi che ospitano placche più pericolose, spesso associate a un rimodellamento positivo del vaso che altre tecniche potrebbero sottostimare.
VWI: Un Alleato Prezioso per il Futuro
Cosa ci portiamo a casa da tutto questo? Che la Vessel Wall Imaging (VWI) è uno strumento davvero prezioso. Ci offre una visione più accurata della morfologia delle arterie vertebrobasilari rispetto alla TOF-MRA, specialmente in presenza di aterosclerosi, ed è più sensibile nel rilevare l’ipoplasia. Ma soprattutto, ci permette di fare qualcosa che prima era molto difficile: valutare contemporaneamente la forma dell’arteria e le caratteristiche delle placche sulla sua parete, identificando quelle più a rischio.
Abbiamo visto che non è solo la stenosi (il restringimento) a contare, ma anche la forma generale (come la posizione laterale della BA), le dimensioni del vaso (diametro medio delle VA) e, crucialmente, la natura della placca stessa. Identificare placche ad alto rischio, vasi con diametri maggiori (spesso segno di rimodellamento positivo), e arterie basilari più “storte” sembra essere fondamentale per capire chi è più a rischio di ictus posteriore.
Certo, il nostro è uno studio retrospettivo e ci sono delle limitazioni (ad esempio, in alcuni casi coesistevano diverse caratteristiche morfologiche, rendendo difficile isolarne l’effetto specifico). Serviranno studi prospettici più ampi per confermare questi risultati e capire come usare al meglio queste informazioni nella pratica clinica. Ma la strada è tracciata: la VWI ci sta aprendo nuove finestre sulla comprensione dell’ictus posteriore e potrebbe diventare fondamentale per stratificare meglio il rischio dei pazienti e personalizzare le strategie di prevenzione e trattamento. Un passo avanti importante verso una diagnosi e una cura più precise per questa seria condizione neurologica.
Fonte: Springer
