Immagine simbolica di un volto umano diviso a metà: una parte chiara e visibile, l'altra pixelata e oscurata da uno schermo digitale. Stile concettuale, obiettivo 50mm, profondità di campo, colori duotone blu e grigio.

Il Volto Oscurato: La Videoconsultazione Medica Mette alla Prova l’Empatia?

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che, volenti o nolenti, è entrato prepotentemente nelle nostre vite, specialmente dopo la pandemia: le videoconsultazioni mediche. Comode, veloci, ci evitano spostamenti e sale d’attesa. Ma vi siete mai chiesti cosa succede alla relazione umana, a quel legame speciale che si crea (o dovrebbe crearsi) con il nostro medico, quando c’è uno schermo di mezzo?

Mi sono imbattuto in un’analisi affascinante, basata sul pensiero di un filosofo, Emmanuel Levinas, che mi ha fatto riflettere parecchio. L’idea centrale? Che nelle videoconsultazioni, il “volto” dell’altro, in senso profondo, rischi di rimanere oscurato, nascosto. E questo, capite bene, ha delle implicazioni etiche e relazionali non da poco.

Lo Schermo che Nasconde: Il Volto Oscurato nelle Videoconsultazioni

Per Levinas, il “volto” non è solo l’insieme dei tratti somatici che vediamo. È molto di più. È l’espressione della nostra vulnerabilità, della nostra unicità irriducibile. È quasi un appello silenzioso all’altro, una richiesta di riconoscimento e responsabilità. Quando incontriamo qualcuno faccia a faccia, percepiamo questa dimensione quasi istintivamente. Ma cosa succede online?

Lo studio che ho letto, basato su interviste a pazienti danesi che hanno usato le videoconsultazioni, suggerisce proprio questo: una sorta di “oscuramento digitale del volto”. I pazienti sentivano che le loro emozioni più profonde, le loro fragilità, faticavano a passare attraverso lo schermo. Certo, ci si vede, magari c’è anche il contatto visivo, ma manca qualcosa.

Un paziente, Jack, con una storia di depressione e ansia, pur apprezzando il contatto visivo per parlare di “cose un po’ vulnerabili”, sottolineava come vedersi di persona sia diverso, “ci si vede di più”. Un’altra paziente, Eileen, in cura per stress e depressione, sentiva che i suoi sintomi psicologici erano più “visibili” fisicamente dal vivo, permettendo al medico di cogliere meglio la sua vulnerabilità. Online, la mancanza di un linguaggio del corpo completo rendeva difficile per il medico capire fino in fondo il suo stato emotivo. È un paradosso: la tecnologia ci permette di vederci, ma forse ci impedisce di *sentirci* veramente.

Molti pazienti, infatti, hanno espresso l’importanza di iniziare un percorso di cura, specialmente per questioni delicate, con un incontro di persona. Mette, una donna di 33 anni, diceva chiaramente: “Non sceglierei mai una videoconsultazione per un problema psicologico nuovo. Avrei bisogno di guardare il mio medico negli occhi per davvero… ho bisogno di mostrare la mia vulnerabilità… e sento che questo si perde attraverso uno schermo”. Insomma, sembra che manchi una dimensione fondamentale per presentarsi all’altro come persona intera, con bisogni e fragilità, e per sentire che l’altro coglie questa umanità come una responsabilità etica.

Ritratto fotografico di una persona anziana durante una videoconsultazione medica, il volto parzialmente in ombra esprime preoccupazione. Obiettivo prime 35mm, profondità di campo ridotta, bianco e nero cinematografico.

Quando la Responsabilità Etica si Appanna

E qui arriviamo al secondo punto cruciale. Se il volto è oscurato, cosa succede alla responsabilità etica del medico che, secondo Levinas, proprio dal volto viene richiamata? Lo studio suggerisce che anche questa dimensione rischi di appannarsi.

Diversi pazienti descrivevano le videoconsultazioni come più frettolose, quasi transazionali. Mette parlava di incontri completati come “perle su una collana”, per dare l’idea di efficienza. Jack, che faceva controlli periodici via video, li descriveva come molto strutturati e rapidi: “È molto tipo… dobbiamo solo fare queste domande… e poi troviamo velocemente una conclusione… Cosa facciamo? Aumentiamo, diminuiamo [il dosaggio]… prendi una nuova ricetta… ci vediamo, stammi bene, ciao”.

La differenza con gli incontri in studio era netta. Jack immaginava che, se fosse andato di persona anche solo per un’unghia incarnita, il medico probabilmente gli avrebbe chiesto “Come stai?”. E magari lui si sarebbe confidato su un litigio con la fidanzata, aprendo la porta a un dialogo più profondo sul suo benessere generale. Questo strato di relazione umana, dove il medico mostra interesse per la persona al di là del motivo specifico della visita, sembra perdersi online. Dal punto di vista di Levinas, è come se solo l’incontro fisico permettesse al medico di “sentire” l’appello del volto del paziente, sentendosi responsabile e rivolgendosi a lui come persona con bisogni complessi.

Steven, un altro partecipante, faticava a esprimere a parole cosa mancasse, ma parlava di un’esperienza “più impersonale”, di uno scambio di opinioni che, anche quando toccava corde emotive, mancava di “profondità”. Sembra suggerire che quel livello profondo di connessione etica, che Levinas pone alla base di ogni interazione sociale, sia oscurato, rendendo l’incontro più simile a una transazione. Per compensare, Steven sentiva il bisogno di integrare le video visite con incontri di persona, perché “finiremo per parlare di diverse altre cose”. È come se l’incontro fisico creasse le condizioni per permettere al paziente di sviluppare e condividere la propria vulnerabilità all’interno di una relazione etica, dove non si viene ridotti a un “caso” o a una categoria.

Perdersi Davanti allo Schermo: La Disconnessione da Sé

C’è un terzo aspetto, forse ancora più sottile ma non meno importante. Secondo Levinas, incontrare il volto dell’altro ci aiuta anche a connetterci con noi stessi, con i nostri sentimenti, le nostre vulnerabilità. Negli occhi dell’altro, diventiamo presenti a noi stessi. E se il volto è oscurato, e la responsabilità etica dell’altro è meno percepibile, cosa succede alla nostra capacità di sentirci?

L’analisi suggerisce che questo oscuramento possa portare a una disconnessione dal proprio mondo interiore durante la videoconsultazione. Mette diceva: “…specialmente quando si tratta di questioni psicologiche, penso sia incredibilmente importante per me sentire l’altra persona di fronte. Trovo più facile esprimermi se sono seduta fisicamente di fronte a una persona, piuttosto che guardando uno schermo”.

Primo piano dello schermo di un laptop che mostra una videoconsultazione tra medico e paziente, focus sullo schermo sfocato sullo sfondo. Obiettivo macro 60mm, illuminazione controllata, alta definizione dei pixel sullo schermo.

Bodil, una donna che soffriva di ansia e depressione, sentiva di non riuscire ad “aprirsi” allo stesso modo in video: “Mi allontana perché perdo il mio radicamento”. Interessante, notava anche una percepita minor presenza da parte della dottoressa, ipotizzando che potesse essere legata alla sua stessa difficoltà a essere presente. La videoconsultazione diventava quasi una fonte di alienazione.

Queste esperienze evidenziano una dinamica relazionale profonda: l’oscuramento digitale del volto non solo complica la percezione della vulnerabilità altrui, ma ostacola anche la nostra capacità di connetterci e riconoscere le nostre stesse vulnerabilità. La conseguenza? Le interazioni digitali possono essere percepite come più superficiali, distratte. Cathrine, una giovane studentessa, lo diceva chiaramente: “Penso di diventare più superficiale. Non credo di avvicinarmi ai miei sentimenti quando parlo [in] video come faccio di solito”.

Un Rifugio Digitale? Il Lato Protettivo dell’Oscuramento

Attenzione però, non è tutto negativo. Per alcuni pazienti, questo stesso meccanismo di oscuramento può funzionare come una sorta di autoprotezione. Caroline, una giovane donna che aveva affrontato problemi di salute mentale durante la pandemia, rifletteva sul fatto che a volte preferiva la distanza del video. Temeva che l’empatia del medico, vedendola di persona, potesse farla “crollare” emotivamente, cosa che non si sentiva pronta a gestire. “Forse preferisco che nessuno sappia veramente”, ammetteva.

Questo ci mostra l’altra faccia della medaglia. Per chi desidera mantenere un certo controllo sulla propria esposizione emotiva, l’oscuramento del volto offerto dalla videoconsultazione può essere un vantaggio, uno scudo desiderato. Permette di gestire meglio i confini e la condivisione della propria vulnerabilità.

Donna seduta da sola davanti a un computer, guarda lo schermo con espressione distante e pensierosa durante una videochiamata. Stile film noir, obiettivo 35mm, contrasto elevato, luce soffusa dalla finestra.

Oltre la Tecnologia: Ritrovare il Dialogo nell’Era Digitale

Quindi, cosa ci portiamo a casa da questa riflessione? L’analisi basata su Levinas ci mette di fronte a sfide importanti:

  • Il volto (vulnerabilità, emozioni profonde) rischia di essere oscurato dallo schermo.
  • La percezione della responsabilità etica del medico può diminuire.
  • La connessione del paziente con se stesso può essere ostacolata.

Questo può favorire incontri più transazionali e meno profondamente umani. Ma, come abbiamo visto, per alcuni la distanza digitale può essere anche protettiva.

È fondamentale, credo, non cadere in facili determinismi: la tecnologia non è intrinsecamente “fredda” e l’incontro di persona non è automaticamente “caldo” o eticamente superiore. Possiamo essere fisicamente presenti ma emotivamente assenti, e viceversa.

Gli autori dello studio propongono una via interessante: integrare l’analisi di Levinas con il pensiero di un altro grande filosofo del dialogo, Martin Buber. Buber parlava di relazioni “Io-Tu”, caratterizzate da mutualità, presenza e dialogo autentico, contrapposte alle relazioni “Io-Esso”, più strumentali. Forse, per “smascherare” ciò che la videoconsultazione rischia di oscurare, è necessario un impegno attivo, da parte sia del medico che del paziente, a creare un dialogo più reciproco, un vero incontro “Io-Tu” anche attraverso lo schermo.

Questo non annulla l’asimmetria della relazione medico-paziente o l’importanza della responsabilità etica sottolineata da Levinas, ma suggerisce che per superare le sfide del digitale e promuovere quella relazione profonda, un focus sul dialogo reciproco potrebbe essere cruciale. In un contesto sanitario sempre più spinto verso l’efficienza e la digitalizzazione, coltivare attivamente “l’arte della medicina” anche nelle interazioni virtuali diventa essenziale per non perdere di vista la persona dietro al paziente.

Dobbiamo essere consapevoli che il modo in cui usiamo e viviamo le videoconsultazioni è legato a logiche culturali e politiche più ampie. Sta a noi, medici e pazienti, cercare di usarle in modo che facilitino la rivelazione del volto, non il suo oscuramento, promuovendo un dialogo autentico sulla vulnerabilità.

Certo, lo studio ha i suoi limiti (prospettiva solo dei pazienti, possibile bias nella selezione, contesto danese), ma offre spunti preziosi. E voi, che esperienze avete avuto? Sentite che la videoconsultazione cambia qualcosa nel rapporto col vostro medico? Parliamone!

Fonte: Springer

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *