Voce Inascoltata: L’Incubo del Parto per una Donna Nera e la Lunga Ombra del Razzismo
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che mi sta particolarmente a cuore, uno di quelli che ti stringe lo stomaco e ti fa riflettere profondamente. Parliamo di parto, un momento che dovrebbe essere di gioia, di celebrazione della vita, ma che per troppe donne nere si trasforma in un’esperienza da incubo, segnata da irrispettosità, discriminazione e, diciamocelo chiaramente, razzismo.
Forse vi sembrerà forte come affermazione, ma i dati e le storie, purtroppo, parlano chiaro. Le donne nere, specialmente negli Stati Uniti ma il problema è più diffuso di quanto pensiamo, si sentono spesso maltrattate, ignorate, quasi invisibili all’interno di un sistema sanitario che dovrebbe proteggerle. E non è solo una sensazione: la combinazione micidiale di discriminazione razziale, cure prenatali inadeguate e complicazioni durante la gravidanza aumenta a dismisura il rischio di stress e traumi.
Certo, la letteratura scientifica ha già documentato queste sfide, ma sono le narrazioni dirette, le storie vissute sulla propria pelle, a farci capire davvero la portata del problema. Ed è proprio di una di queste storie che voglio parlarvi oggi, quella di una giovane donna afroamericana di 30 anni che ha vissuto un’esperienza di parto talmente straziante da sentire il bisogno di raccontarla, perché “non poteva restare taciuta”.
Una Voce che Rompe il Silenzio
Immaginate questa donna, chiamiamola “Sarah” per proteggere la sua privacy. Si avvicina al termine della gravidanza, un misto di eccitazione e ansia, come è normale che sia. Ma quello che l’aspetta è un percorso disseminato di ostacoli che nulla hanno a che fare con la fisiologia del parto. Dalla sua narrazione, raccolta attraverso un’intervista individuale, sono emersi sei temi chiave che riassumono la sua esperienza, temi che, purtroppo, risuonano con le esperienze di tantissime altre donne nere in età riproduttiva.
Le interazioni con i professionisti sanitari durante il periodo perinatale sono fondamentali. Possono costruire fiducia e migliorare gli esiti materni, oppure, al contrario, possono generare stress, ansia e conseguenze psicologiche a lungo termine, incluso il disturbo da stress post-traumatico (PTSD). E quando una donna si sente inascoltata o non rispettata, fatica a esprimere le proprie preoccupazioni, con un crollo della fiducia nelle cure mediche e risultati di salute peggiori. Per le donne nere negli Stati Uniti, queste sfide sono particolarmente accentuate, con tassi sproporzionatamente alti di maltrattamenti e discriminazioni.
Nonostante i progressi nella consapevolezza sui problemi legati al razzismo, c’è ancora tanto da fare per affrontare le disuguaglianze razziali nella salute materna e infantile. È tristemente comune per le donne nere sperimentare atteggiamenti negativi da parte degli operatori sanitari, essere meno informate sulla propria salute, sentirsi mancate di rispetto e vedere il proprio dolore sottovalutato. Questo le lascia con poco o nessun controllo sulla propria salute e limita la loro capacità di prendere decisioni informate. Pensateci: quante volte abbiamo sentito di donne nere il cui dolore viene minimizzato o ignorato? Questo è ciò che viene definito razzismo ostetrico: un trattamento differenziale e stigmatizzante basato sulla razza o sull’etnia, che include maltrattamenti, disprezzo per i desideri relativi al parto, negligenza, mancanza di rispetto, coercizione o degradazione.
Le statistiche sono impietose: le donne nere hanno una probabilità più che doppia di morire per cause legate alla gravidanza rispetto alle donne bianche negli Stati Uniti. Tra le cause? Qualità inferiore dell’assistenza sanitaria, bias impliciti e discriminazione razziale durante le cure prenatali e il parto. Lo stress cronico dovuto al razzismo aumenta la probabilità di esiti avversi per la salute materna e infantile. Il razzismo, in ogni sua forma, può avere un impatto devastante.

I Sei Pilastri del Suo Calvario
Analizzando il racconto di Sarah, sono emersi chiaramente sei temi ricorrenti, sei macigni che hanno pesato sulla sua esperienza:
- Mancanza di comunicazione da parte degli operatori sanitari: Sarah si è sentita spesso all’oscuro di informazioni cruciali. Ad esempio, le è stata diagnosticata la preeclampsia, una condizione seria, ma la gravità della situazione non le è stata comunicata chiaramente. Si è sentita dire che la sua pressione era “un po’ alta” e che doveva fare un controllo in ostetricia “per precauzione”, non come una direttiva medica urgente. Immaginate lo shock quando un’ostetrica l’ha affrontata il giorno dopo, accusandola di aver lasciato l’ospedale contro il parere medico! “Non hai mai sentito la parola preeclamptica prima d’ora?”, le ha chiesto. Ma come poteva, se nessuno glielo aveva spiegato? E dopo un cesareo d’urgenza, lei e suo marito sono stati lasciati nell’incertezza sulle condizioni della bambina. “Mio marito piangeva perché stavano ancora lavorando sulla bambina… non ci dicevano nulla… pensava che la bambina fosse morta lì”. Anche la somministrazione di farmaci, come gli anticoagulanti, avveniva senza spiegazioni adeguate sul perché.
- Mancanza di controllo: “Ero pesantemente sedata. Sentivo di non avere più il controllo del mio corpo. Non sapevo che stavo per subire un cesareo. Mi era stata detta una cosa, ne è successa un’altra. Hanno portato via la bambina. Non mi è mai stato permesso di vederla.” Questa sensazione di impotenza è devastante. Addirittura, dopo l’intervento, è stato necessario farle una radiografia per assicurarsi che non fossero stati dimenticati strumenti chirurgici all’interno del suo corpo, prolungando la sua agonia sul tavolo operatorio.
- Esperienza traumatica: Questo è stato il tema più pervasivo. La paura di morire, lei e la sua bambina, durante il cesareo d’urgenza. “Oh mio Dio, sto per morire, sto per morire, la bambina sta per morire”. Il marito che sente lo staff medico dire che la frequenza cardiaca della bambina non si trova per quattro minuti. Essere lasciata aperta sul tavolo operatorio per un tempo prolungato a causa di una svista procedurale. La separazione dalla neonata e la mancanza di informazioni. “Sono scoppiata in lacrime… non mi hanno fatto vedere la bambina, non so se è viva”. Anche dopo, gli incubi, la sensazione che la bambina fosse morta. Un trauma così profondo da farle dire: “Questo mi ha fatto pensare che non vorrei mai più avere figli perché mi ha spaventato troppo”.
- Razzismo interpersonale: “Non rispettano le donne nere”. Questa frase, detta all’inizio della sua intervista, racchiude molto. Un’infermiera che si riferisce a suo marito come “il papà del bambino” (“baby daddy”), perpetuando stereotipi negativi sulle giovani donne nere. Un assistente sociale che, pur volendo forse aiutare, le fa domande che insinuano negligenza da parte sua riguardo alle cure prenatali: “Abbiamo notato che hai saltato degli appuntamenti… Hai una macchina? Il padre è coinvolto?”. E alla sua replica che avrebbe dovuto parlare con l’ostetrica per comunicare meglio, la risposta dell’assistente sociale è stata: “Per il tuo prossimo figlio, saprai fare meglio”. Come se fosse scontato che ne avrebbe avuti altri, un altro stereotipo.
- Razzismo sistemico: La mancanza di informazioni adeguate sulla sua condizione e su quella della bambina riflette un problema più ampio. Sua madre, preoccupata per la frequenza cardiaca della bambina, si è sentita ignorata dallo staff medico. Questo schema in cui le preoccupazioni dei pazienti neri vengono minimizzate o ignorate è un chiaro esempio di come il sistema stesso possa fallire.
- Razzismo interiorizzato: Sarah stessa riflette su come la mancanza di rispetto e supporto che ha sperimentato possa contribuire ai tassi più alti di mortalità infantile tra i bambini nati da donne nere. “Dopo tutto questo, capisco perché le donne nere hanno il più alto tasso di mortalità infantile. Perché non ci sentiamo ascoltate, non ci sentiamo rispettate e non ci sentiamo aiutate”. Ha anche commentato una frase di un’infermiera, che secondo lei rifletteva la convinzione stereotipata che le donne nere non si curino della propria salute fisica: “…E quando [l’infermiera] vede donne nere, presume semplicemente che non ci importi o presume queste cose su di noi”.

La Lente della Critical Race Theory (CRT)
La storia di Sarah non è un incidente isolato, ma un esempio lampante di come il razzismo sia radicato nelle istituzioni sociali, inclusa la sanità, e plasmi le esperienze di assistenza sanitaria materna per le donne nere. La Critical Race Theory (CRT) ci aiuta a capire questo. Sottolinea come il razzismo strutturale e interpersonale influenzi gli esiti. Le disparità nella salute materna non possono essere attribuite solo a fattori individuali come la genetica o le scelte personali. Il razzismo sistemico si manifesta attraverso politiche, pregiudizi impliciti e ingiustizie storiche che svantaggiano in modo sproporzionato le donne nere.
Inoltre, la narrazione di Sarah rafforza il concetto di intersezionalità, un altro pilastro della CRT, che riconosce come molteplici identità (razza, genere, status socioeconomico) interagiscano per modellare le esperienze vissute. L’esperienza di Sarah come donna nera appartenente a un contesto a basso reddito evidenzia gli effetti cumulativi della marginalizzazione razziale ed economica in ambito sanitario. Le donne nere affrontano vulnerabilità uniche che non possono essere comprese solo attraverso la lente della razza o del genere, ma devono essere esaminate attraverso l’interazione di molteplici sistemi di oppressione.
Questi racconti, queste voci, sfidano i discorsi sanitari tradizionali che spesso negano la realtà delle disparità razziali. Amplificando queste voci, si rafforza la necessità di una riforma sistemica e di un’assistenza culturalmente competente.
Cosa Possiamo e Dobbiamo Fare?
La storia di Sarah è un doloroso promemoria del razzismo sistemico e interpersonale che persiste nel sistema sanitario statunitense (e non solo), perpetuando le disparità di salute. La mancanza di comunicazione, la trasparenza assente, la somministrazione di farmaci senza spiegazioni adeguate sono tutti esempi di un disprezzo per l’autonomia del paziente e il consenso informato.
L’esperienza traumatica del parto, con la paura, l’impotenza e le conseguenze psicologiche, è profondamente preoccupante. Sappiamo che il trauma durante il travaglio e il parto può disturbare il legame madre-bambino ed esacerbare problemi di salute mentale. Le donne che vivono un parto traumatico spesso lottano con sentimenti negativi verso i loro bambini, sensi di colpa e auto-biasimo. Negli Stati Uniti, le donne nere sperimentano tassi più elevati di sintomi di PTSD dopo il parto rispetto alle donne bianche. Questa disparità è aggravata dagli effetti del razzismo sistemico e dalla mancanza di supporto sanitario adeguato.
Allora, che fare? La risposta non è semplice, ma richiede un impegno su più fronti:
- Assistenza culturalmente sensibile e informata sul trauma: Gli operatori sanitari devono essere formati per comprendere e rispettare i background culturali, le credenze e le esigenze uniche dei pazienti. Questo può ridurre i pregiudizi impliciti e migliorare la qualità dell’assistenza.
- Integrazione di organizzazioni comunitarie: Figure come le doule e gli operatori sanitari di comunità possono offrire un supporto fisico, emotivo e informativo cruciale, facendo da ponte tra operatori sanitari e pazienti.
- Interventi di salute mentale: È fondamentale fornire accesso a consulenza, gruppi di supporto e altre risorse terapeutiche per aiutare le madri ad affrontare il trauma e rafforzare il loro benessere emotivo.
- Affrontare i pregiudizi impliciti: Programmi di formazione specifici sono necessari per affrontare i bias inconsci nel personale sanitario.
- Riforme politiche e advocacy: Bisogna lavorare per smantellare il razzismo ostetrico e migliorare l’assistenza sanitaria materna per le donne nere a livello sistemico.
- Migliorare la comunicazione: Una comunicazione chiara e il coinvolgimento delle donne nelle decisioni che riguardano la loro salute possono migliorare enormemente la soddisfazione del paziente.
È importante sottolineare che lo studio da cui ho tratto queste riflessioni si è svolto a Cleveland, Ohio, un’area dove la mortalità infantile rimane una preoccupazione, con i neonati neri che hanno il doppio delle probabilità di morire rispetto ai neonati bianchi. Questo ci dice che i programmi per affrontare i determinanti sociali della salute tra le donne nere perinatali sono essenziali.
La storia di Sarah è iniziata al pronto soccorso, suggerendo che il razzismo in sanità esiste anche a livello di crisi. Questo ha implicazioni per migliorare le politiche riguardanti le donne nere incinte che si rivolgono al pronto soccorso.
In conclusione, l’assistenza sanitaria per le donne nere perinatali deve essere equa, compassionevole, solidale, rispettosa, poliedrica, integrando pratiche culturalmente sensibili e informate sul trauma. Dobbiamo ascoltare queste voci, imparare da queste esperienze e agire. Perché ogni donna merita di vivere il momento della nascita con dignità, rispetto e sicurezza.

Questa narrazione, sebbene limitata all’esperienza di una singola donna, getta una luce cruda su una realtà che non possiamo più ignorare. È un appello all’azione per tutti noi, affinché il sistema sanitario diventi un luogo di cura e supporto per tutte, senza distinzioni.
Fonte: Springer
