Primo piano di una fiala di vaccino con una siringa, su uno sfondo leggermente sfocato di un moderno laboratorio di ricerca, alta definizione, messa a fuoco precisa, obiettivo macro 100mm, illuminazione controllata.

VITT e Vaccini COVID Adenovirali: C’è Davvero Differenza tra Janssen e AstraZeneca?

Ciao a tutti, appassionati di scienza e curiosi! Oggi voglio portarvi con me in un’analisi che mi ha particolarmente incuriosito, riguardante un argomento che ha tenuto banco per un po’ di tempo: la VITT, ovvero la trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino. Nello specifico, mi sono imbattuto in uno studio che mette a confronto i casi di VITT successivi alla somministrazione di due vaccini anti-COVID-19 a vettore adenovirale: l’Ad26.COV2.S (Janssen, che chiameremo per comodità Ad26) e il ChAdOx1 nCoV-19 (AstraZeneca, o ChAdOx1).

Ricorderete sicuramente il clamore mediatico e le preoccupazioni sorte quando sono emersi i primi casi di questa rara, ma seria, condizione. La domanda che sorge spontanea, e che lo studio cerca di affrontare, è: ci sono differenze cliniche significative nella VITT a seconda del vaccino adenovirale ricevuto? Beh, preparatevi, perché la risposta potrebbe non essere così scontata come si potrebbe pensare.

Ma prima, un piccolo ripasso: Cos’è esattamente la VITT?

La VITT è una sindrome clinica nuova, descritta per la prima volta proprio in seguito all’introduzione dei vaccini a vettore adenovirale contro il COVID-19. Immaginatevela come una reazione un po’ “dispettosa” del nostro sistema immunitario. Si caratterizza per alcuni elementi chiave:

  • Insorgenza dei sintomi generalmente tra i 5 e i 30 giorni dopo la vaccinazione.
  • Trombocitopenia: un abbassamento del numero di piastrine, quelle piccole cellule che aiutano il sangue a coagulare.
  • Trombosi: la formazione di coaguli di sangue, spesso in sedi insolite come i seni venosi cerebrali (pensate ai canali di scarico del cervello) o le vene splancniche (quelle dell’addome).
  • Presenza di anticorpi anti-fattore piastrinico 4 (PF4), che sembrano essere i “colpevoli” di questa reazione.
  • Livelli di D-dimero (un prodotto di degradazione della fibrina, che indica la presenza di coaguli) alle stelle.

Capirete bene che identificare i casi non è stato semplice, data la rarità della malattia, la diversità delle presentazioni cliniche e, inizialmente, una scarsa consapevolezza del problema. Stabilire la vera incidenza, quindi, è stata una bella sfida.

I due “contendenti”: Ad26 (Janssen) e ChAdOx1 (AstraZeneca)

Entrambi questi vaccini utilizzano un adenovirus (rispettivamente un adenovirus umano 26 per Ad26 e un adenovirus di scimpanzé per ChAdOx1) reso incapace di replicarsi, come “navicella” per trasportare l’informazione genetica della proteina Spike del SARS-CoV-2. Il nostro corpo, riconoscendo questa proteina, impara a produrre una risposta immunitaria. Una tecnologia ingegnosa, che ha salvato milioni di vite durante la pandemia.

Lo studio che ho analizzato ha preso in esame 86 casi di VITT “definita/probabile” segnalati dopo il vaccino Ad26 (dati dal database di sicurezza globale di Janssen) e li ha confrontati con 220 casi dopo il vaccino ChAdOx1, provenienti da una serie di casi pubblicata nel Regno Unito. L’obiettivo? Vedere se emergevano differenze sostanziali nelle caratteristiche demografiche, cliniche, nei risultati di laboratorio e negli esiti.

Visualizzazione al microscopio di piastrine aggregate e anticorpi, con un vettore adenovirale stilizzato sullo sfondo. Immagine ad alto dettaglio, messa a fuoco precisa, illuminazione controllata, obiettivo macro 60mm, per illustrare il meccanismo della VITT.

Allora, ci sono differenze o no? I risultati dello studio

E qui viene il bello! Nonostante le inevitabili limitazioni dovute alla natura dei dati (segnalazioni spontanee per Ad26 vs. una serie di casi prospettica per ChAdOx1), lo studio non ha trovato prove evidenti di differenze clinicamente rilevanti nella VITT tra i due vaccini. Sorprendente, vero?

Diamo un’occhiata più da vicino ad alcuni numeri, tenendo presente che si tratta di analisi descrittive:

  • Età mediana: 43 anni per Ad26 e 48 anni per ChAdOx1. Una leggera differenza, ma probabilmente influenzata dalle diverse popolazioni target per la vaccinazione nei vari paesi.
  • Tempo mediano all’insorgenza: 11 giorni post-vaccino per Ad26 e 14 giorni per ChAdOx1. Anche qui, molto simili.
  • Trombosi venosa cerebrale (CVT): presente nel 50,6% dei casi Ad26 e nel 50% dei casi ChAdOx1. Praticamente identica la percentuale!
  • Mortalità: 30% con Ad26 e 22% con ChAdOx1. Questa è una differenza che salta all’occhio, ma gli autori suggeriscono che potrebbe essere dovuta a diversi fattori, come vedremo tra poco.
  • Sesso: le donne rappresentavano circa il 55% dei casi per entrambi i vaccini. Interessante notare che, per entrambi, le donne costituivano una percentuale maggiore dei casi di CVT (circa 74% per Ad26 e 60% per ChAdOx1) e dei decessi (circa 68% per Ad26 e 62.5% per ChAdOx1).

Dal punto di vista laboratoristico, i pazienti presentavano una grave piastrinopenia, D-dimeri esageratamente alti e, nella stragrande maggioranza dei casi, positività agli anticorpi anti-PF4, in linea con la definizione di VITT, senza grosse distinzioni tra i due gruppi.

Le “piccole” differenze osservate: come interpretarle?

Come accennavo, lo studio suggerisce che le differenze osservate in alcuni parametri (come la mortalità o la presenza di trombosi in più siti anatomici, che risultava maggiore dopo Ad26) non dipendano tanto da una diversa “cattiveria” intrinseca di un vaccino rispetto all’altro nel causare la VITT, quanto piuttosto da altri fattori:

  • Demografia delle popolazioni vaccinate: i vaccini sono stati distribuiti in modo diverso, in paesi diversi, e spesso indirizzati a fasce d’età o gruppi di rischio specifici, che potevano variare nel tempo.
  • Differenze situazionali e di segnalazione:
    • Consapevolezza: la VITT associata a ChAdOx1 è emersa prima, portando a una rapida creazione di reti cliniche (specialmente nel Regno Unito) per diagnosi e trattamento tempestivi. Questo potrebbe aver migliorato gli esiti per i casi ChAdOx1.
    • Risorse: i casi Ad26 sono stati segnalati spontaneamente da molti paesi, con sistemi sanitari e accesso a test e trattamenti molto variabili. Questo potrebbe aver inciso sugli esiti.
    • Bias di segnalazione: è possibile che i casi più gravi e fatali di VITT post-Ad26 avessero maggiori probabilità di essere segnalati rispetto a quelli più lievi, specialmente all’inizio.
    • Imaging: la maggiore percentuale di trombosi in più siti dopo Ad26 potrebbe riflettere una maggiore tendenza a eseguire indagini radiologiche più estese man mano che aumentava la consapevolezza della possibilità di trombosi occulte in siti asintomatici.

Insomma, il contesto in cui i casi sono stati identificati e trattati sembra giocare un ruolo cruciale più che il tipo specifico di vaccino adenovirale.

Un dato interessante è che, nonostante le piccole dimensioni dei campioni, sono stati osservati pazienti con malattie autoimmuni preesistenti in entrambi i gruppi. Questo è un aspetto che, secondo gli autori, merita ulteriori approfondimenti per capire se ci possa essere una qualche predisposizione legata a geni immuno-regolatori.

Team di scienziati e medici in un moderno laboratorio che analizzano dati su schermi multipli, confrontando grafici e immagini mediche. Atmosfera di collaborazione e ricerca, luce controllata, obiettivo prime 35mm, con lievi toni duotone blu e grigio per un look professionale.

Fattori prognostici e trattamento

Per quanto riguarda i fattori che potevano predire un esito infausto, comuni a entrambi i vaccini sono risultati essere il nadir piastrinico (il valore più basso di piastrine raggiunto) e la presenza di emorragia intracranica. Questo sottolinea la gravità di queste complicanze.

Il trattamento principale si è basato su anticoagulanti non eparinici, sebbene l’eparina sia stata somministrata in una certa percentuale di casi (35.8% Ad26, 23% ChAdOx1) in qualche momento del ricovero. È importante notare che, contrariamente ai timori iniziali, lo studio non ha trovato una correlazione tra l’uso di eparina e un esito fatale. Anche le immunoglobuline per via endovenosa sono state ampiamente utilizzate.

Cosa ci portiamo a casa da questo studio?

Se dovessi riassumere in poche parole, direi che, pur con tutte le cautele del caso dovute alle differenze nelle fonti dei dati, non sembrano esserci differenze cliniche drammatiche nella VITT scatenata da Ad26 o ChAdOx1. Le caratteristiche dei pazienti e gli esiti sono sorprendentemente simili.

Le variazioni osservate, come l’età dei pazienti o i tassi di mortalità, sono più probabilmente il riflesso di chi è stato vaccinato, quando e dove, e di come il sistema sanitario ha risposto, piuttosto che di una diversa natura della sindrome VITT indotta dai due vaccini.

Questo tipo di ricerca è fondamentale perché ci aiuta a capire meglio una complicanza rara ma seria, e a contestualizzarla. Non dimentichiamoci mai che la vaccinazione contro il SARS-CoV-2 è stata, e continua ad essere, lo strumento più efficace per ridurre o prevenire la malattia grave o fatale da COVID-19. La VITT, per quanto devastante per chi ne è stato colpito, rimane un evento avverso molto raro.

La ricerca, ovviamente, non si ferma qui. Sono in corso studi per identificare eventuali fattori di rischio genetici e per svelare ancora più a fondo i processi patologici alla base della VITT. E io, come sempre, sarò qui pronto a raccontarvi le novità!

Fonte: Springer Nature

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