Fotografia ritratto, 50mm, una persona non-binary con capelli colorati guarda con espressione mista di preoccupazione e determinazione verso l'osservatore, in piedi all'esterno di un edificio dall'aspetto istituzionale (consultorio/ambulatorio). Profondità di campo che sfoca leggermente lo sfondo, luce naturale pomeridiana.

“Non siamo per te”: La lotta invisibile delle persone LGBTIQA+ vittime di violenza domestica nel cercare aiuto

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa di veramente importante, qualcosa che spesso rimane nell’ombra ma che tocca la vita di tante persone: la violenza domestica all’interno della comunità LGBTIQA+. E più nello specifico, di quanto sia difficile, a volte quasi impossibile, per chi la subisce trovare un supporto adeguato nei servizi di assistenza primaria, come il medico di base o i consultori. Mi baso su una ricerca fatta in Australia Occidentale, ma vi assicuro che le dinamiche sono molto simili ovunque.

Partiamo da un presupposto fondamentale: la violenza all’interno di una coppia (o ex coppia, che sia ufficiale o meno, online o offline) non è solo quella fisica. È un pattern di comportamenti abusivi, coercitivi, di controllo che causano danno psicologico, sociale, sessuale… E quando parliamo di persone LGBTIQA+, questa violenza assume forme ancora più subdole e specifiche. Pensate alla minaccia di fare ‘outing’ forzato con amici e famiglia, all’usare pregiudizi omofobi, bifobici o transfobici per controllare il partner, o addirittura al negare l’accesso a cure mediche fondamentali come quelle per l’affermazione di genere. Roba da far accapponare la pelle, vero?

Un problema diffuso, ma nascosto

I numeri parlano chiaro, anche se probabilmente sottostimati. Uno studio australiano enorme (“Private Lives 3”) ha rivelato che ben il 41.7% delle persone LGBTIQA+ intervistate si è sentita abusata da un partner. E la cosa ancora più preoccupante? Solo il 28% di queste ha denunciato l’incidente più recente a un servizio competente. Perché così poche? Beh, le ragioni sono tante e complesse.

Molte persone LGBTIQA+ fanno fatica persino a riconoscere di essere vittime di violenza. Siamo talmente bombardati da una narrazione della violenza domestica che vede quasi esclusivamente una donna cisgender eterosessuale come vittima e un uomo cisgender eterosessuale come aggressore, che tutto ciò che non rientra in questo schema fatica ad essere visto, persino da chi lo vive sulla propria pelle. Come diceva una persona intervistata nello studio: “È difficile riconoscersi come vittima, specialmente se ti identifichi come maschio o come il partner più mascolino nella relazione. Ci vuole un percorso per capire ‘Oh aspetta, sì, mi sta succedendo qualcosa di terribile, è possibile che sia io quello abusato'”.

E non parliamo solo di violenza fisica o sessuale. Spesso si sottovalutano l’abuso verbale, quello psicologico, quello economico. Se l’idea comune di violenza è limitata, come fai a capire che quello che stai subendo *è* violenza e che hai diritto a chiedere aiuto?

Fotografia ritratto, 35mm, una persona dall'aspetto androgino guarda con espressione preoccupata il proprio smartphone, seduta in una stanza poco illuminata. La luce dello schermo illumina parzialmente il viso. Profondità di campo ridotta, stile film noir.

Quando cerchi aiuto e trovi porte chiuse (o peggio)

Ma mettiamo che una persona riesca a riconoscere l’abuso e trovi il coraggio di cercare aiuto. Qui inizia un altro calvario. I servizi di assistenza primaria, quelli a cui dovremmo poterci rivolgere più facilmente, spesso non sono preparati. Anzi, a volte sono proprio dannosi. Perché? Perché sono costruiti su fondamenta eteronormative e cisgender. In pratica, danno per scontato che tutti siano etero e si identifichino col genere assegnato alla nascita.

Una persona transgender intervistata ha raccontato un’esperienza agghiacciante: ha chiamato un servizio di supporto e, solo sentendo la sua voce, le hanno risposto “Non siamo per te“. L’hanno liquidata senza nemmeno capire la situazione. Paradossalmente, sulla carta, lui (un uomo trans) e la sua partner (una donna trans) potevano essere considerati una coppia “etero”, ma la loro identità transgender li ha resi “sbagliati” per quel servizio. Capite la frustrazione? E l’effetto devastante che può avere sulla volontà di cercare ancora aiuto altrove?

Queste esperienze “dannose” non sono isolate. Si parla di sentirsi giudicati, non accolti, di subire misgendering (cioè vedersi attribuire pronomi o un genere sbagliato), di sentirsi costretti a nascondere o modificare la propria identità per poter accedere a un servizio. Una persona non-binary ha espresso benissimo il disagio: “Devi fare lo sforzo emotivo di educare un operatore su questioni queer che ti sembrano basilari […] Ti trattano come una specie di esemplare da esposizione, affascinante perché le cose che dici probabilmente non le hanno mai sentite prima in quell’ufficio”. È assurdo dover fare da insegnante mentre stai cercando aiuto per una situazione di violenza!

Questo succede perché manca formazione specifica per gli operatori, mancano policy inclusive, manca una cultura dell’accoglienza che vada oltre il binarismo di genere e l’eterosessualità presunta.

Fotografia macro, 60mm, dettaglio di un modulo d'iscrizione su una scrivania d'ufficio, con le opzioni di genere limitate a 'Maschio' e 'Femmina' ben visibili. Illuminazione da ufficio controllata, messa a fuoco precisa sul testo.

Costruire ponti, non muri: cosa serve davvero?

Allora, cosa possiamo fare? Cosa chiedono le persone LGBTIQA+ che hanno vissuto queste esperienze? La risposta è chiara: serve un cambiamento sistemico.

Innanzitutto, i servizi devono diventare autenticamente inclusivi. Non basta una bandierina arcobaleno appesa fuori (anche se, come ha detto qualcuno, “un piccolo adesivo arcobaleno fa un mondo di differenza”). Serve che l’inclusività sia nelle policy, nelle procedure, nella formazione del personale. Serve che gli operatori siano preparati a capire le specificità della violenza nella comunità LGBTIQA+, comprese le intersezioni (una donna lesbica può essere anche anziana, disabile, appartenere a una minoranza etnica…). Come ha detto una partecipante: “Lo scenario da sogno sarebbe: una persona LGBT che subisce violenza sa di poter andare da un operatore sanitario. E sa che, uno, sarà presa sul serio. Due, sarà rispettata. Tre, sarà capita. Questo dovrebbe essere l’obiettivo, il minimo indispensabile”.

Poi, questa inclusività va comunicata! I servizi devono farsi conoscere attivamente all’interno della comunità LGBTIQA+. Devono costruire relazioni di fiducia, magari collaborando con associazioni locali, partecipando a eventi. L’informazione deve essere facilmente accessibile, chiara, e disponibile *prima* che si verifichi una crisi. Perché, come ha sottolineato un partecipante, “quando sei sopraffatto e non riesci ad assimilare molte informazioni, è davvero difficile cercare aiuto”.

Infine, non sottovalutiamo il potere del passaparola. Sapere che qualcun altro della comunità si è trovato bene in un certo servizio è un incentivo enorme. “Avere qualcuno che ti dice ‘Sì, sono andato lì, sono stati davvero inclusivi e ho avuto un’esperienza positiva’” può fare la differenza tra chiedere aiuto e rimanere in silenzio.

Un passo necessario per la salute pubblica

Questa ricerca, pur con i suoi limiti (campione non rappresentativo di tutte le identità LGBTIQA+, focus sull’area metropolitana), ci mette davanti a una realtà scomoda ma innegabile: i sistemi di supporto attuali, pensati con una lente etero e cisgender, stanno fallendo con una parte significativa della popolazione. La violenza domestica è un problema di salute pubblica enorme, e negare o rendere difficile l’accesso al supporto per le persone LGBTIQA+ significa perpetuare questo problema.

Serve un impegno attivo per smantellare queste barriere sistemiche, per formare gli operatori, per rendere i servizi davvero sicuri e accoglienti per tutti e tutte. È ora di dire basta al “Non siamo per te” e costruire finalmente dei servizi che siano davvero *per tutti*.

Fonte: Springer

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