Violenza Domestica in Norvegia: Denunciare o Non Denunciare? Il Dilemma dei Professionisti
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un tema tosto, di quelli che fanno riflettere parecchio: la violenza domestica, o più specificamente, la violenza del partner intimo (IPV, dall’inglese Intimate Partner Violence). È una piaga sociale che, purtroppo, non conosce confini e mette a rischio la vita di tantissime persone. Pensate che spesso, episodi di violenza pregressa sono il campanello d’allarme più forte per futuri omicidi all’interno della coppia. Riconoscere questi segnali e intervenire è, quindi, letteralmente vitale.
Una delle misure che molti Paesi adottano per cercare di arginare il problema è la denuncia obbligatoria. In pratica, alcuni professionisti che entrano in contatto con vittime o perpetratori hanno per legge il dovere di segnalare la situazione alle autorità. Ma come funziona davvero? E cosa spinge questi professionisti a denunciare, o al contrario, a non farlo?
La Norvegia: Un Caso Particolare
Recentemente, mi sono imbattuto in uno studio super interessante condotto proprio in Norvegia (Fonte: Springer ) che ha cercato di far luce su questi aspetti. E sapete una cosa? La legge norvegese sulla denuncia obbligatoria per IPV è piuttosto unica. Innanzitutto, non riguarda solo i professionisti, ma tutti i cittadini. E non si tratta solo di “denunciare” alla polizia, ma di un più ampio “dovere di evitare” che il reato avvenga o si ripeta, anche “con altri mezzi”. Questo apre uno spazio di discrezionalità non da poco. La legge copre atti come minacce, coercizione, privazione della libertà, violenza fisica e altre forme di umiliazione, quindi anche comportamenti non fisici possono rientrare nell’obbligo di intervento.
Cosa Dice la Ricerca?
Lo studio ha coinvolto 357 professionisti norvegesi – poliziotti, operatori dei servizi per l’infanzia, personale sanitario di emergenza, operatori di rifugi per donne maltrattate e terapeuti che lavorano con chi agisce violenza. L’obiettivo? Capire quali fattori influenzano la loro decisione di aderire alla denuncia obbligatoria (MR-IPV) o di scegliere di non segnalare, nonostante i rischi.
Ebbene, i risultati sono affascinanti e, per certi versi, complessi.
Innanzitutto, è emerso che la decisione di denunciare varia se c’è il consenso della persona coinvolta (vittima o perpetratore) oppure no. Sembra ovvio, ma è un punto cruciale.
La percezione dell’applicabilità della denuncia obbligatoria al caso specifico della vittima è stata l’unica variabile che ha aumentato significativamente le probabilità di denuncia, sia con che senza consenso. In pratica, se il professionista ritiene che la legge sia chiaramente applicabile a quella situazione, è più propenso a denunciare.
Per quanto riguarda la scelta di non denunciare, le cose si fanno più sfumate. I fattori significativi cambiavano a seconda che l’incidente fosse avvenuto “nel corso della carriera” o “nell’ultimo anno”, e se riguardasse una vittima o un perpetratore. Tuttavia, alcuni elementi ricorrenti sono emersi:
- La conoscenza della legge sulla denuncia obbligatoria.
- L’esperienza con casi di IPV.
- Le aspettative riguardo alle conseguenze della denuncia.
- La percezione della gestione del tempo sul posto di lavoro.
- La percezione generale della conformità alla denuncia da parte di altri.
Un dato interessante: l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in passato ha espresso scetticismo sulla denuncia obbligatoria, temendo che le vittime potessero evitare di cercare aiuto per paura di essere segnalate. Tuttavia, lo studio norvegese cita una revisione sistematica che ha trovato poche prove empiriche a sostegno di questa preoccupazione, anzi, ha notato una tendenza a enfatizzare le opinioni di una minoranza contraria alla denuncia obbligatoria.

Barriere e Facilitatori alla Denuncia
Diciamocelo chiaramente: per un professionista, decidere di denunciare non è una passeggiata. Ci sono diverse barriere:
- Mancanza di conoscenza o di prove sufficienti.
- Mancanza di tempo per gestire la segnalazione.
- Preoccupazioni per l’autonomia della vittima.
- Percezione che la risposta alla denuncia sia inefficace.
Questi ostacoli possono portare a non segnalare, anche quando la legge lo imporrebbe. D’altro canto, ricerche precedenti (non solo norvegesi) hanno mostrato che la maggior parte delle vittime e dei perpetratori di omicidi in ambito domestico erano entrati in contatto con servizi di aiuto prima del tragico evento. Questo suggerisce che c’è un enorme potenziale di informazioni all’interno del sistema che potrebbe essere utilizzato per prevenire la violenza e gli esiti fatali.
Cosa Spinge a Denunciare (o Meno) Più nel Dettaglio?
Tornando allo studio norvegese, analizzando più a fondo, si scopre che:
Quando si tratta di denunciare CON il consenso, oltre alla percezione di applicabilità, anche la percezione generale che la denuncia obbligatoria venga rispettata (cioè, se si pensa che i colleghi e il sistema in generale la applichino) ha un peso. Sembra quasi un effetto “norma sociale”: se vedo che gli altri lo fanno, sono più propenso a farlo anch’io. Curiosamente, chi dedicava più tempo al lavoro diretto con pazienti/utenti/familiari aveva meno probabilità di denunciare con consenso. Forse perché più tempo con loro significa meno tempo per le valutazioni di rischio e le procedure di denuncia? È un’ipotesi.
Per la denuncia SENZA consenso, la percezione di applicabilità della legge al caso del perpetratore è diventata significativa. Questo potrebbe indicare che, in assenza di consenso, i professionisti si concentrano di più sul rischio rappresentato da chi agisce la violenza. È anche possibile che i perpetratori siano generalmente meno propensi a dare il consenso, rendendo questa via di denuncia più legata alla loro valutazione del rischio.
E per la scelta di NON denunciare? Qui la situazione è un vero e proprio puzzle.
- Per i casi riguardanti le vittime: una maggiore (auto-percepita) conoscenza della legge aumentava la probabilità di scegliere di non denunciare. Può sembrare controintuitivo, ma forse una maggiore confidenza nella propria conoscenza permette ai professionisti di valutare con più sicurezza quando “altri mezzi” per evitare il pericolo sono più appropriati della denuncia formale, data la discrezionalità della legge norvegese. Anche l’esperienza pregressa con casi di vittime di IPV aumentava questa probabilità (più casi visti, più occasioni per scegliere di non denunciare, forse affinando un giudizio clinico).
- Per i casi riguardanti i perpetratori: l’esperienza con casi di perpetratori di IPV e, sorprendentemente, l’esperienza con casi di vittime di lesioni fisiche gravi (nell’ultimo anno) aumentavano la probabilità di scegliere di non denunciare. La percezione che i colleghi non rispettassero la denuncia obbligatoria diminuiva la probabilità di scegliere di non denunciare un perpetratore (nell’ultimo anno). Ancora una volta, l’influenza del gruppo!

Limiti e Prospettive Future
Certo, come ogni studio, anche questo ha i suoi “ma” e i suoi “però”. Si basa sull’autovalutazione dei professionisti, non analizza i casi specifici, e il contesto legale norvegese è particolare. Quindi, generalizzare i risultati ad altri Paesi richiede cautela. Inoltre, la mole di analisi statistiche comporta un rischio di “falsi positivi” (errori di tipo I), come ammettono gli stessi autori.
Nonostante ciò, questa ricerca è preziosissima. Ci dice che la decisione di denunciare la violenza domestica è un processo complesso, influenzato da una miriade di fattori individuali, contestuali e legati all’esperienza. Sottolinea l’importanza cruciale di una formazione adeguata per i professionisti, non solo sulla legge in sé, ma anche sulle pratiche di confidenzialità e sulla valutazione del rischio.
Capire cosa facilita o ostacola la denuncia è fondamentale se vogliamo davvero prevenire la violenza domestica e le sue conseguenze più estreme. Alcuni risultati sono stati inaspettati e difficili da interpretare, il che significa solo una cosa: c’è ancora tanto da scavare e da capire!
Insomma, la strada per supportare al meglio i professionisti in questo compito delicatissimo è ancora lunga, ma studi come questo ci aiutano a illuminare il cammino. E voi, cosa ne pensate? Credete che la denuncia obbligatoria sia uno strumento efficace? Fatemelo sapere!
Fonte: Springer
