Vigilanza Epistemologica: L’Arte Sottile dell’Etnografo per Vedere Oltre le Apparenze
Quando ci immergiamo nel campo dell’etnografia, spesso pensiamo alla “descrizione densa”, a quel racconto ricco e dettagliato di una cultura o di un gruppo sociale. Ma c’è un passo ulteriore, forse più cruciale: la “costruzione spessa” (thick construction), come la chiama Loïc Wacquant. Non si tratta solo di descrivere, ma di plasmare attivamente un oggetto di analisi partendo dal caos della realtà empirica, qualcosa che getti una luce nuova sul mondo sociale, che scuota le nostre certezze consolidate.
Ed è proprio qui che entra in gioco un concetto fondamentale, quasi un superpotere per noi ricercatori: la vigilanza epistemologica. Sembra un parolone, vero? In realtà, significa semplicemente guardarci dentro, interrogare costantemente il nostro modo di pensare mentre lavoriamo sul campo e analizziamo i dati. Perché? Perché siamo tutti pieni zeppi di “prenozioni”.
Cosa Sono le Prenozioni e Perché Sono Pericolose?
Le prenozioni sono quelle idee preconcette, quelle immagini mentali che abbiamo del mondo sociale prima ancora di iniziare la ricerca. Sono il “buon senso”, le teorie accademiche che vanno di moda, le categorie che ci vengono imposte (pensate alla dicotomia immigrato/rifugiato), persino i racconti che le persone stesse ci offrono sul campo. Nascono dalle nostre esperienze, dalla nostra posizione nella società, dal nostro percorso intellettuale. Sono subdole perché spesso non ci accorgiamo nemmeno di averle.
Il problema è che queste prenozioni agiscono come occhiali con lenti colorate: filtrano e distorcono ciò che vediamo, ci spingono a fare certe domande ignorandone altre, a interpretare i fatti in un modo specifico. Come diceva Bourdieu, ci portano a una “chiusura prematura”, a conclusioni affrettate e spesso sbagliate. Rischiamo di costruire oggetti di ricerca “sottili”, piatti, che non colgono la complessità del reale, ma riproducono semplicemente schemi già noti, magari quelli imposti dall’ordine dominante.
Pensate all’etnocentrismo, quella tendenza a giudicare le altre culture secondo i nostri parametri, o alle “miopie ontologiche” di cui parla Michael Rodríguez-Muñiz, quelle limitazioni della nostra immaginazione scientifica basate su assunti non verificati sul mondo. La costruzione spessa, quindi, è anche una lotta contro questi “eufemismi” culturali e scientifici che mascherano le relazioni sociali e le strutture di dominio.
Come fare, allora, a tenere alta la guardia? Come possiamo esaminare criticamente i nostri riflessi mentali e le costrizioni implicite che plasmano il nostro sguardo? Come affrontare e superare queste prenozioni che restringono la nostra visione?

Strategie Pratiche per Coltivare la Vigilanza Epistemologica
Non esiste una formula magica, ma possiamo coltivare alcune abitudini mentali e pratiche concrete. Ecco qualche spunto:
- Riconoscere i Propri Occhiali: Il primo passo, ovvio ma essenziale, è ammettere di essere soggetti sociali “coltivati”, con punti di vista radicati e modi di vedere spesso inconsapevoli. La riflessività analitica ci spinge a chiederci: sto vedendo quello che ero già predisposto a vedere? Le mie prenozioni mi stanno impedendo altre interpretazioni?
- Leggere con Intento: Non basta leggere tanto, bisogna leggere “bene”. Analizziamo le monografie etnografiche prestando attenzione a come gli autori costruiscono i loro oggetti, come danno struttura al contesto studiato. Leggere ampiamente, al di fuori della nostra cerchia intellettuale (altre discipline, altri paesi, altri periodi storici), ci aiuta ad allenare un occhio vigile, a mettere in discussione le nostre eredità intellettuali e quelle altrui. In testi più datati, ad esempio, le prenozioni dell’epoca sono spesso più evidenti.
- Scetticismo Curioso: Il Dubbio che Apre le Porte: Sviluppiamo un sano scetticismo verso ciò che abbiamo interiorizzato dai media, dai professori, dallo Stato. Mettiamo in discussione le etichette facili (come definire Bolsonaro il “Trump dei Tropici” senza un’analisi più profonda), le narrazioni ufficiali (l’attesa in un ufficio burocratico non è tempo vuoto, come mostra Auyero), e le “gabbie” canoniche che associano certi temi a certi luoghi (perché studiare la “Blackness” in Brasile ma non in Argentina?). Questo scetticismo deve applicarsi anche a ciò che osserviamo direttamente sul campo. Wacquant ci mette in guardia dalle “fallacie organiche dell’etnografismo”: non fermiamoci al visibile, alle interazioni immediate, ai racconti degli attori. Chiediamoci: perché le persone sono qui, in questa posizione? Da dove vengono i loro schemi mentali e di azione? Cosa c’è di invisibile (storia, strutture sociali, biografie) che struttura ciò che vedo? Pensiamo a come Randol Contreras in The Stickup Kids va oltre la violenza osservata per capirne le radici economiche e biografiche, o a come Jordanna Matlon in A Man Among Other Men collega la mascolinità contemporanea in Costa d’Avorio al colonialismo e al capitalismo razziale.
- Seguire le Sorprese: Un aspetto chiave dello scetticismo curioso è dare la caccia alle anomalie, a ciò che non torna, a quello che ci lascia perplessi. Come scrive Claudio Benzecry, dobbiamo identificare ciò che è “enigmatico o ambivalente” e capire come dargli senso. Le sorprese sono preziose perché ci indicano dove le nostre aspettative (basate su prenozioni o costruzioni ancora “sottili”) si scontrano con la realtà. Seguirle può portarci a una comprensione molto più profonda.

La Pazienza: L’Arte di Non Avere Fretta
In un mondo accademico dominato dal “publish or perish”, questo è forse il consiglio più difficile da seguire. Ma la costruzione spessa richiede pazienza. Dobbiamo resistere alla tentazione di cristallizzare le analisi troppo presto, di definire i confini dell’oggetto in modo affrettato, di applicare meccanicamente schemi e spiegazioni presi da altrove. Bisogna darsi il tempo di considerare metodicamente le specificità, le dinamiche complesse, le connessioni alternative che potrebbero essere cruciali per il problema che stiamo indagando.
Posso portare un piccolo esempio dalla mia esperienza (senza entrare nel biografico, ma per illustrare il processo). Durante il mio dottorato, studiando i richiedenti asilo, ero inizialmente ossessionato dalle decisioni sui casi: perché alcuni ottenevano lo status di rifugiato e altri no? Questa domanda era rafforzata dagli avvocati e dai funzionari che incontravo. Venendo da un contesto con un regime migratorio rigido, davo per scontato che ottenere l’asilo fosse l’elemento cruciale. Ci ho messo mesi, immerso nel campo, per rendermi conto che, per molti rifugiati, lo status legale cambiava poco nella loro vita quotidiana o nel loro sentire. Rompere con quelle prenozioni – alimentate dal mio campo di studi, dagli attori sul campo e dal mio “buon senso” etnocentrico – ha richiesto tempo e pazienza.
Tenere Traccia del Pensiero: Le “Ricevute” Intellettuali
Infine, un trucco pratico: conserviamo e rileggiamo le nostre “ricevute intellettuali”. Cosa sono? Le proposte di finanziamento, i progetti di tesi, i primi memo dal campo. Questi documenti non servono solo ai loro scopi immediati; sono archivi preziosi delle nostre prenozioni iniziali, di ciò che pensavamo di trovare prima di immergerci davvero. Rileggerli a distanza di tempo ci aiuta a rimanere analiticamente onesti, a vedere quanto il nostro pensiero si è evoluto, a ricordarci cosa non sapevamo prima di saperlo. Confrontare il “prima” e il “dopo” è un esercizio potentissimo di riflessività epistemologica.
La lotta contro le prenozioni non si vince mai una volta per tutte. Siamo sempre a rischio di essere accecati dalla loro apparente auto-evidenza. Arriviamo sul campo con un bagaglio di idee, è inevitabile e non necessariamente negativo. Il pericolo sta nel non esserne consapevoli, nel non essere riflessivi. L’invito di Wacquant a un’etnografia come “costruzione al quadrato” ci sprona a essere sempre vigili, a diffidare delle chiusure premature, per costruire una conoscenza che abbia davvero valore, radicata nell’attenzione granulare al mondo sociale.
Fonte: Springer
