Vendetta e Perdono: Nemici Giurati o Alleati Segreti?
Introduzione: Un Dilemma Antico
Sapete, è un’idea che ci portiamo dietro da sempre: perdono e vendetta sono come il giorno e la notte, l’acqua e l’olio, insomma, due cose che non possono stare insieme. La vendetta la immaginiamo spesso violenta, un circolo vizioso che peggiora solo le cose. Il perdono, invece, lo vediamo come la strada maestra, quella nobile ed etica, per risolvere i conflitti senza farsi altro male. Ma siamo sicuri che sia sempre così bianco o nero?
Mi sono imbattuto in un articolo interessante di Maria-Sibylla Lotter, intitolato “Sulla funzione della ‘piccola’ vendetta nei processi di riparazione morale – Perché perdono e vendetta non sono sempre opposti”. Già dal titolo, capite che lancia una bella provocazione. Lotter suggerisce che forse dovremmo guardare alla vendetta con occhi diversi, meno prevenuti. E se alcune forme di vendetta, quelle più “piccole” e sottili, potessero addirittura aiutare il processo del perdono? Affascinante, vero? Ci ho pensato su, e voglio condividere con voi qualche riflessione su questo tema spinoso, partendo proprio dalle idee di Lotter e da una replica critica che ne analizza la plausibilità.
L’Idea di Lotter: La Vendetta Come Trampolino di Lancio?
Lotter parte sfidando l’idea, un po’ alla Hannah Arendt o Jacques Derrida, che il perdono sia un regalo puro, incondizionato, dato senza aspettarsi nulla in cambio. Lei dice: “Ma siamo sicuri?”. Spesso, perdonare dipende da cosa fa l’altra persona: mostra rimorso? Chiede scusa sinceramente? Se è così, allora il perdono non è più un dono disinteressato, ma diventa, almeno in parte, una risposta, una specie di “contro-dono”. E qui, secondo Lotter, la distanza dalla vendetta – che è per definizione una reazione, un “payback” – inizia a ridursi parecchio.
Ma l’aspetto più intrigante è quando parla di “piccola vendetta”. Non pensa a faide sanguinose o a gesti eclatanti e illegali. No, si riferisce a quelle forme più “sottili e meno appariscenti”, magari un po’ di freddezza, un rifiuto garbato, piccole punture di spillo che non sfociano necessariamente nella violenza fisica o nell’illegalità. La sua domanda è audace: queste “piccole vendette” potrebbero non solo non ostacolare il perdono, ma addirittura essere utili per arrivarci?

Il Fattore Potere: Quando la Bilancia Pende
Qui le cose si fanno ancora più interessanti. Lotter si concentra sui casi in cui c’è uno squilibrio di potere. Pensate a un capo prepotente con un dipendente, o a situazioni simili. Che succede se chi ha fatto il torto, forte della sua posizione, non ha nessuna intenzione di riparare, di rimettere le cose a posto? In questi contesti, dice Lotter, forse la vendetta (quella “piccola”, ricordate?) diventa quasi necessaria. Non per distruggere, ma per permettere alla vittima di chiudere il capitolo senza sentirsi schiacciata, senza perdere l’autostima o rimanere con un senso di impotenza.
Immaginate: la minaccia o l’attuazione di una piccola ritorsione potrebbe essere l’unico modo per “svegliare” chi ha sbagliato, per spingerlo a offrire una riparazione. E quella riparazione, a sua volta, potrebbe rendere possibile il perdono da parte della vittima. In questo senso, vendetta e perdono non sarebbero più nemici giurati, ma parte di uno stesso processo, quasi funzionali l’uno all’altro. La vendetta come strumento per creare le condizioni psicologiche e sociali per poter, finalmente, perdonare e andare avanti.
Ma Aspetta un Attimo: È Davvero Così Semplice?
L’idea è potente, non c’è dubbio. Tocca corde profonde sulla nostra natura umana, sulla nostra vulnerabilità, sul bisogno di riconoscimento e sulla difficoltà di “mandar giù” umiliazioni e torti (un po’ come diceva Strawson con le sue “reactive attitudes”). È vero, a volte sentiamo il bisogno di reagire, e magari una piccola vendetta ci fa sentire meglio, ci aiuta a chiudere un conflitto. Ma la replica critica al lavoro di Lotter solleva qualche dubbio legittimo.
Primo: siamo sicuri che ridefinire il perdono come “condizionato” basti a ridurre davvero il contrasto con la vendetta? O forse stiamo solo cambiando le carte in tavola, eliminando una base di confronto (perdono=dono vs vendetta=payback) senza però dimostrare che siano meno opposti su altri piani, come quello etico?
Secondo: il fatto che la vendetta possa essere *utile* al perdono significa automaticamente che non siano opposti? Pensateci: un po’ di fatica fisica (sforzo) può rendere il successivo relax (riposo) molto più piacevole e profondo. Lo sforzo è utile al riposo, ma rimangono concetti opposti. Allo stesso modo, anche se la vendetta preparasse il terreno per il perdono, questo non annulla di per sé la loro possibile natura antitetica.
E poi c’è la questione morale, che non possiamo ignorare. Una scusa estorta con la minaccia di ritorsione è davvero sincera? La vittima vuole vedere un pentimento genuino, non una mossa strategica fatta per paura. Inoltre, la vendetta, anche piccola, spesso implica l’intenzione di causare un danno, seppur minimo. È eticamente giustificabile? Non ci sono forse modi meno “costosi” moralmente (come il rimprovero, la critica, o persino forme legittime di sanzione o punizione) per far capire all’altro che ha sbagliato e spingerlo a riflettere?

Trovare un Terreno Comune (Forse?)
Certo, Lotter e la sua replica concordano su alcuni punti. Sia la vendetta che il perdono sono reazioni a un torto subito. Entrambi, a modo loro, mirano a gestire o risolvere un conflitto, a cercare una forma di “chiusura”. Ma basta questo per dire che non sono opposti? La replica usa un’altra analogia efficace: lode e biasimo sono entrambe reazioni a un comportamento e servono a valutarlo e indirizzarlo, ma nessuno direbbe che non sono opposti.
Il punto cruciale, forse, è capire *rispetto a cosa* stiamo valutando l’opposizione. Se guardiamo all’etica, la distanza tra perdono (spesso visto come virtuoso) e vendetta (spesso vista come problematica) sembra rimanere notevole. Lotter, però, ci spinge a considerare il contesto, specialmente quello degli squilibri di potere. Lì, forse, la “piccola vendetta” acquista una luce diversa, non come ideale morale, ma come strumento pragmatico, a volte l’unico disponibile, per riequilibrare una relazione sbilanciata e difendere la propria dignità.
Pensiamo all’esempio che fa Lotter della segretaria che reagisce con freddezza al capo che l’ha trattata con sufficienza. Magari non può rimproverarlo apertamente o fargli causa. Quella freddezza, quella “piccola vendetta sociale”, diventa il suo modo per comunicare il torto subito, per riaffermare il proprio valore, per non sentirsi impotente. È un punto forte, che ci costringe a guardare alla complessità delle relazioni umane reali, spesso ingiuste e asimmetriche.
Domande Aperte e Pensieri Finali
Alla fine, la questione rimane aperta e complessa. Lotter ha il merito enorme di aver scosso le nostre certezze e di aver messo il dito nella piaga dei rapporti di potere e della vulnerabilità umana. Ci costringe a chiederci: cosa significa davvero “piccola vendetta”? Dove tracciamo il confine con la punizione legittima? E qual è il limite etico, se esiste, oltre il quale la vendetta diventa solo distruttiva?
La replica solleva dubbi importanti sulla solidità filosofica dell’argomento che la vendetta possa *minimizzare* il suo contrasto col perdono solo perché utile o perché condivide alcune caratteristiche. E ci mette in guardia sul rischio morale: la vendetta, anche piccola, non rischia di abbassare il livello etico della relazione, portando anche la vittima a compiere atti moralmente discutibili per ottenere un “pareggio”? Come fa esattamente la vendetta a “restaurare l’Io danneggiato” o a “guarire l’umiliazione”? Sono domande che richiedono risposte più approfondite.
Quello che mi porto a casa da questa riflessione è che, forse, invece di cercare una risposta definitiva sul se vendetta e perdono siano opposti o meno, dovremmo concentrarci sulla complessità delle situazioni reali. Lotter ci invita a non idealizzare né il perdono né le relazioni umane, ma a guardare a come le persone reali, ferite e spesso in posizioni di svantaggio, cercano di navigare i conflitti e recuperare la propria dignità. E questo, secondo me, è un punto di partenza prezioso per continuare a esplorare questo affascinante groviglio di emozioni e dilemmi morali.

Fonte: Springer
