Ritratto intenso di un medico geriatra donna con occhiali che parla con empatia a un paziente anziano seduto di fronte a lei in uno studio medico accogliente, obiettivo 50mm, profondità di campo ridotta per focalizzare sui volti, illuminazione calda e morbida, bianco e nero.

Anziani Fragili e Cancro al Colon: Come la Preparazione Pre-Operatoria Cambia Tutto

Parliamoci chiaro: invecchiare è un privilegio, ma porta con sé anche qualche sfida in più, specialmente quando si deve affrontare un percorso di cura complesso come quello per un cancro colorettale. Oggi viviamo più a lungo, e questo è fantastico, ma significa anche che un numero crescente di persone anziane si trova a dover gestire malattie e interventi chirurgici in una condizione di “fragilità”.

Ma cos’è esattamente la Fragilità e Perché è Importante?

Non è solo una questione di età anagrafica. La fragilità è più legata all’età biologica: indica una ridotta riserva fisiologica, una minore capacità di recupero di fronte a stress acuti come una malattia o, appunto, un’operazione chirurgica. Pensateci un attimo: una persona fragile ha un rischio maggiore di complicazioni post-operatorie, degenze ospedaliere più lunghe, riammissioni e, purtroppo, anche una mortalità più elevata. Il cancro colorettale, poi, è uno dei tumori più comuni proprio nella popolazione anziana (in Svezia, l’età media alla diagnosi è 72-75 anni). L’intervento chirurgico è spesso il trattamento d’elezione, ma l’età avanzata e la fragilità sono fattori di rischio importanti. Sembra un quadro un po’ cupo, vero?

Eppure, c’è una luce in fondo al tunnel. La fragilità non è una condanna immutabile. È una condizione dinamica. Con gli interventi giusti – pensiamo a farmaci appropriati, supporto nutrizionale, esercizio fisico mirato – è possibile migliorare la resilienza del paziente prima dell’intervento. Ed è qui che entra in gioco qualcosa di molto interessante che stiamo studiando: la Valutazione Geriatrica Completa (CGA) e l’intervento di cura pre-operatorio.

Entra in Scena la Valutazione Geriatrica Completa (CGA)

Immaginate un approccio che non guarda solo al tumore, ma alla persona nella sua interezza. La CGA è proprio questo: un modello di cura centrato sul paziente, che coinvolge un team interprofessionale (geriatri, infermieri, fisioterapisti, dietisti, a volte farmacisti e terapisti occupazionali). Ogni professionista valuta le esigenze e le capacità del paziente usando strumenti standardizzati, e poi, tutti insieme, sviluppano un piano coordinato e personalizzato.

Abbiamo condotto uno studio (parte di un progetto più ampio, randomizzato e multicentrico) proprio per capire come gli anziani fragili con cancro colorettale vivono l’esperienza di partecipare a un programma di CGA e cura *prima* dell’intervento chirurgico. Abbiamo intervistato 20 di loro, uomini e donne tra i 70 e i 93 anni, considerati fragili, che hanno seguito questo percorso di ottimizzazione pre-operatoria per un periodo fino a otto settimane. E quello che ci hanno raccontato è davvero illuminante.

La Mentalità dell’Opportunità: Una Chance Inaspettata

La prima cosa che colpisce è come queste persone abbiano abbracciato l’intervento: non come un peso, ma come un’opportunità. Un’opportunità per migliorare la propria condizione, per aumentare le chance di superare l’intervento e, in definitiva, per prolungare la vita. C’era un senso di speranza palpabile, nonostante la diagnosi, la fragilità e l’età. Qualcuno l’ha descritta come la possibilità di “avere una chance dopo”, magari di vivere altri 5 o 6 anni.

Fotografia macro di una mano anziana che stringe delicatamente la mano più giovane di un operatore sanitario in un ambiente ospedaliero luminoso, obiettivo macro 85mm, alta definizione, illuminazione controllata, focus preciso sulla texture della pelle.

Si sentivano privilegiati a ricevere questa attenzione extra: consulenze proattive, esami aggiuntivi, trattamenti personalizzati con professionisti di diverse discipline. Avere un numero diretto per contattare l’infermiere o il medico, senza passare per centralini infiniti, rafforzava questa sensazione di essere speciali, curati. Era la consapevolezza di poter chiedere aiuto facilmente, anche se poi magari non ne avevano bisogno. Questo, da solo, era rassicurante. E c’era anche la consapevolezza di contribuire a qualcosa di più grande, di aiutare la ricerca e, forse, altri pazienti in futuro.

Squadra che Vince Non Si Cambia: Il Potere della Collaborazione

Un altro tema fortissimo è stato il senso di collaborazione. I partecipanti hanno percepito chiaramente che i vari professionisti lavoravano come una vera squadra. Tutti erano informati sul lavoro degli altri, ognuno conosceva il proprio ruolo e le proprie responsabilità. C’erano incontri settimanali del team per discutere dei progressi del paziente e adattare il piano. Questa coordinazione, spesso guidata da un infermiere dedicato che aveva contatti più frequenti, era evidente e molto apprezzata.

“Si comunicavano molto bene tra loro”, ci ha detto un partecipante, “parlavano di me nelle loro riunioni settimanali”. Questo faceva sentire le persone viste, riconosciute non solo come “anziani fragili”, ma come individui con cui collaborare per un obiettivo comune. Si sentivano parte di un tutto, si fidavano dell’impegno e della competenza del team.

Anche i familiari giocavano un ruolo importante. La loro presenza durante le visite era un supporto emotivo, ma aiutavano anche concretamente: prendevano appunti, aiutavano con la logistica (trasporti, prenotazioni), assicurandosi che le esigenze e i desideri del loro caro fossero presi in considerazione. Certo, a volte questo poteva essere anche fonte di preoccupazione, specialmente se anche i familiari erano anziani o malati, ma nel complesso il loro coinvolgimento era visto come positivo.

Ottimizzare Corpo e Mente: Un Percorso Su Misura

L’intervento mirava a ottimizzare lo stato di salute generale. Questo significava un piano personalizzato basato sulle condizioni mediche, la salute percepita, le capacità fisiche e la situazione di vita di ciascuno. Potevano essere proposti esami aggiuntivi (come un’ecografia cardiaca se necessario), aggiustamenti della terapia farmacologica, consigli nutrizionali specifici (a volte con l’aggiunta di integratori o bevande nutrizionali), e programmi di esercizi.

Ritratto di un uomo anziano sorridente seduto su una cyclette in una palestra luminosa, indossa abbigliamento sportivo comodo, obiettivo 35mm, profondità di campo che sfoca leggermente lo sfondo, luce naturale.

La cosa interessante è che i partecipanti apprezzavano la possibilità di fare scelte attive quando possibile: scegliere il gusto della bevanda nutrizionale, adattare gli esercizi alla propria motivazione e capacità (“Faccio ginnastica ogni mattina con Sofia [in TV]”, ci ha detto una signora che non poteva uscire per camminare). Sentivano la responsabilità di fare la loro parte, anche se a volte era faticoso. “Si fa il meglio che si può”, riassumeva un partecipante parlando degli esercizi quotidiani.

Allo stesso tempo, c’erano momenti in cui preferivano delegare consapevolmente le decisioni al team, fidandosi della loro esperienza. “Non ho sentito il bisogno di influenzare nulla. Ho trovato i consigli ottimi e ho cercato di seguirli”, ci ha confidato uno di loro. Questo non diminuiva il loro senso di coinvolgimento; anzi, la possibilità di scegliere se e quando delegare era parte integrante di un’esperienza positiva.

Certo, l’intervento poteva essere intenso. Tenere traccia di appuntamenti, esami, contatti richiedeva impegno. A volte, soprattutto per chi viveva in città, anche solo raggiungere l’ospedale o il centro sanitario per le visite aggiuntive era complicato. Questo è un aspetto da considerare se si pensa di implementare questo approccio su larga scala. Ma, nel complesso, avere qualcosa da fare, sentirsi attivi nel percorso di preparazione, rendeva il tempo di attesa prima dell’intervento più gestibile, quasi più breve.

Pronti alla Sfida: Sentirsi Sicuri Prima dell’Intervento

Alla fine del percorso, la sensazione prevalente era quella di essere pronti. Pronti fisicamente, grazie agli esercizi e alla dieta (“Ho sentito di essere un po’ più forte”, ha detto una partecipante dopo aver ricevuto del sangue e seguito il programma), ma anche mentalmente. Il processo strutturato, le informazioni continue, il sentirsi compresi e supportati generavano un senso di coerenza e sicurezza. “Vedo che c’è un filo conduttore in tutto quello che fanno”, “Non pensavo che l’assistenza sanitaria potesse essere così buona”, sono state alcune delle riflessioni.

Questo periodo offriva anche tempo per la preparazione mentale, per riflettere sulla possibilità che la vita potesse finire, per sistemare questioni pratiche (“Devo sistemare tutti gli album”, “La mia ricerca sull’albero genealogico…”). Per alcuni, anche la fede personale forniva una sicurezza interiore, la convinzione che tutto sarebbe andato bene, indipendentemente dall’esito. Sentirsi “in buone mani”, sicuri, ben curati: questo era il risultato finale dell’intervento dal punto di vista dei partecipanti.

In conclusione, quello che emerge da queste esperienze è potente: per gli anziani fragili che devono affrontare un intervento per cancro colorettale, un programma pre-operatorio basato sulla Valutazione Geriatrica Completa non è solo un insieme di procedure mediche. È vissuto come un’opportunità significativa, un percorso che aumenta il coinvolgimento, la comprensione, la gestibilità e, soprattutto, la sensazione di essere pronti e sicuri per l’operazione. L’approccio di squadra, la personalizzazione e il supporto attivo fanno davvero la differenza nella loro percezione e soddisfazione. Certo, resta fondamentale valutare attentamente anche gli esiti post-operatori, ma dal punto di vista del paziente, i benefici sembrano già chiari.

Fonte: Springer

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