Fotografia astratta concettuale che simboleggia la Tripla Elica dell'innovazione: tre spirali luminose e dinamiche (una blu brillante per l'università, una verde smeraldo per l'industria, una grigio argento per il governo) si intrecciano elegantemente su uno sfondo scuro e tecnologico con accenni di circuiti. Obiettivo prime 35mm, profondità di campo ridotta per focalizzare sull'intreccio centrale, illuminazione drammatica che esalta i colori e le forme delle spirali.

La Danza dell’Innovazione: La Tripla Elica e l’Eredità Visionaria di Loet Leydesdorff

Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio affascinante nel mondo dei sistemi di innovazione regionali, un campo che mi appassiona da sempre. E non posso farlo senza parlare di una figura chiave, un vero pioniere: Loet Leydesdorff. La sua scomparsa è una perdita enorme, ma il suo lavoro sull’evoluzione, la sociologia della scienza, l’economia della conoscenza e la comunicazione scientifica continua a illuminare il nostro cammino.

I Primi Passi: Dal Trasferimento Tecnologico all’Economia della Conoscenza

Ricordo ancora la mia prima collaborazione accademica con Loet, nel lontano 2002. Fummo invitati a curare un numero speciale del Journal of Technology Transfer (JTT) dopo una conferenza a San Sebastian-Donostia intitolata ‘Technology Transfer in European Regions’. All’epoca, il concetto di “trasferimento tecnologico” era sulla bocca di tutti. Si trattava, in parole povere, di far arrivare la tecnologia “utilizzabile” alle imprese, specialmente quelle manifatturiere. Sembra quasi preistoria ora, vero?

Pensateci: oggi parliamo di “trasferimento di conoscenza”, poi siamo passati al “knowledge management” e infine abbiamo visto nascere un’intera industria di “servizi alle imprese ad alta intensità di conoscenza” (i famosi KIBS). Un’evoluzione pazzesca! Ma già allora, con Loet, discutevamo delle complesse relazioni tra politiche regionali, politiche tecnologiche e di innovazione, e di come integrarle in potenziali “sistemi regionali di innovazione”.

Il mio primo vero “incontro” con il pensiero di Loet sull’economia della conoscenza risale al 1996, forse alla prima conferenza DRUID (Danish Research Unit for Industrial Dynamics) a Copenaghen. Ricordo le discussioni animate, i seminari finanziati da fondi pubblici (persino il governo greco ci finanziava, a patto che fossimo su un’isola in vista della Turchia!). Già allora si vedeva la cooperazione tra governo e accademia nella ricerca sull’economia della conoscenza nascente. L’industria europea, però, era ancora un po’ diffidente, timorosa di finanziare ricerche potenzialmente critiche verso i suoi interessi. Forse negli USA, dove operavano Henry Etzkowitz (l’altro “padre” della Tripla Elica) e Loet, c’erano più mecenati disposti a scommettere su queste idee.

Sistemi Regionali d’Innovazione (RIS) vs. Tripla Elica: Due Facce della Medaglia?

Il nostro lavoro europeo sui Sistemi Regionali d’Innovazione (RIS) era molto focalizzato sul ruolo crescente dei finanziamenti governativi all’innovazione, che all’epoca era ancora prevalentemente condotta dall’industria, anche se le università iniziavano a farsi strada nella fase pre-competitiva. Per questo, i nostri studi iniziali sui RIS (penso a regioni come il Baden-Württemberg, i Paesi Baschi o il Nord-Pas de Calais) venivano a volte criticati per enfatizzare troppo l’aspetto “pubblico” delle politiche. Ma, diciamocelo, quella era la realtà del tempo! Le imprese pagavano le tasse e si aspettavano che fosse il governo (nazionale o regionale) a creare politiche di supporto.

Fotografia di una piazza moderna in una città europea al tramonto, con sovrapposizioni grafiche luminose che collegano edifici universitari stilizzati, fabbriche moderne e palazzi governativi, simboleggiando un sistema di innovazione regionale interconnesso. Obiettivo grandangolare 24mm, lunga esposizione per creare scie luminose del traffico, messa a fuoco nitida su tutta la scena.

Le nuove politiche per la “competitività regionale” basata sull’innovazione si aggiungevano, come strati (“layering”, direbbero Thelen e Mahoney), a interventi più tradizionali come sussidi alla formazione o attrazione di investimenti esteri. Nei primi casi studio sui RIS, trovavo spesso una relativa assenza di relazioni forti Università-Industria, se non per la formazione. Agenzie tecnologiche come la Fondazione Steinbeis in Baden-Württemberg (spesso legate più a singoli docenti esperti delle Fachhochschulen che a team di ricerca universitari) o i Centri Tecnologici nei Paesi Baschi dominavano la scena del supporto all’innovazione, specialmente per le PMI. Anche istituti come Fraunhofer o Max Planck erano preferiti.

Henry Etzkowitz e Loet, invece, proponevano un modello più “americano”, ispirato a MIT e Stanford, dove l’interazione Università-Industria era più centrale fin dall’inizio. Un modello che poi si è diffuso, ma non è ancora universale. Lo sottolineai, e Loet, con grande onestà intellettuale, concordò nel nostro editoriale congiunto del 2006.

La Tripla Elica: Un Modello Affascinante (e Discusso)

Arriviamo così al cuore del contributo forse più celebre di Loet (sviluppato con Henry Etzkowitz): il modello della Tripla Elica. L’idea di base è semplice e potente: l’innovazione scaturisce dall’interazione dinamica tra tre sfere istituzionali fondamentali:

  • Università (produzione di conoscenza)
  • Industria (creazione di ricchezza)
  • Governo (controllo normativo e supporto)

Questo modello ha avuto un successo enorme, specialmente tra intermediari dell’innovazione, consulenti e agenzie governative. Perché? Perché è intuitivo, facile da comunicare e offre una cornice chiara per pensare e agire sulle politiche di innovazione. Si basa su una visione sociologica funzionalista (pensate a Merton, Parsons, Luhmann), dove queste tre istituzioni collaborano (in teoria, in modo armonioso) per generare innovazione.

Tuttavia, come notano Amaral e colleghi nel loro necrologio per la Triple Helix Association (che Loet ha contribuito a fondare), c’erano sfumature e divergenze anche tra i “padri” del modello. Etzkowitz aveva una prospettiva più neo-istituzionale, focalizzata sulle relazioni e sugli “spazi” di conoscenza, consenso e innovazione creati dall’interazione. Leydesdorff, invece, adottava una prospettiva neo-evoluzionista: vedeva le eliche come meccanismi di selezione che, interagendo, modellano una traiettoria evolutiva. Per Loet, era cruciale poter *misurare* queste interazioni per capire davvero come funzionava la Tripla Elica e come le diverse sfere potessero “assumere il ruolo dell’altra”.

Certo, i tentativi successivi di aggiungere altre eliche (la società civile, l’ambiente, ecc.) rischiano di complicare eccessivamente il quadro, cadendo in quella che i filosofi chiamano “regressione infinita”. Ma la forza del concetto originale resta innegabile.

Fotografia macro ad alta definizione di una complessa struttura a spirale simile al DNA, realizzata con filamenti luminosi di colori diversi (blu, verde, grigio) che si intrecciano, simboleggiando l'interazione dinamica e la selezione nel modello della Tripla Elica. Obiettivo macro 100mm, messa a fuoco precisa sui punti di intersezione, sfondo scuro per esaltare la luminosità.

Innovazione: Caso, Necessità o Selezione?

Questa idea della selezione ci porta a un altro filone affascinante del pensiero di Loet: la teoria evoluzionistica applicata all’innovazione. In un articolo recente sulle “Teorie Evoluzionistiche della Citazione”, Loet e colleghi scrivevano: “La selezione è deterministica, mentre la variazione nei fenomeni storici può essere stocastica”. Citavano anche il lavoro fondamentale di Nelson e Winter sull’economia evoluzionista, che descrive la generazione di innovazione come “intenzionale, ma intrinsecamente stocastica”.

Mi ci ritrovo molto! Recentemente, rispondendo a un revisore che mi chiedeva come avessi “selezionato” un caso di studio apparentemente insolito, ho scritto che il processo inizia con una “passeggiata non casuale”, guidata da una scintilla di interesse o da un’ipotesi. Anche se uso un linguaggio diverso (“non casuale” vs. “stocastico”), l’idea di fondo è simile: la selezione di una pista di ricerca o di un’idea innovativa non è puramente casuale, ma nemmeno rigidamente determinata. C’è un “bacino di attrazione”, una certa direzionalità (“purposive”), ma anche un elemento di imprevedibilità. L’innovazione è spesso semi-casuale, a volte totalmente inaspettata.

Questo si collega bene con gli studi sulla “related variety” (varietà correlata) della Scuola di Utrecht (penso a colleghi come Ron Boschma). Hanno dimostrato empiricamente come l’innovazione e l’imprenditorialità emergano spesso dalla prossimità (geografica, cognitiva, sociale) tra settori o conoscenze *correlate*, ma non identiche. A volte, questa “varietà correlata” può emergere anche da applicazioni non prossime ma cognitivamente affini. Pensate al “fly-by-wire” passato dalla Formula 1 agli aerei, o alla tecnologia delle microcamere dei missili riutilizzata per la PillCam endoscopica.

Oltre la Tripla Elica: Nuove Prospettive

Il campo dell’innovazione è in continua evoluzione. Quali sono le teorie promettenti per il futuro? Ho già accennato alla “svolta agentica” (agentic turn), che mette in primo piano il ruolo degli attori individuali – imprenditori schumpeteriani, imprenditori istituzionali, leader locali – nel creare e sfruttare opportunità, sfidando la dipendenza dal percorso (path dependence) e plasmando attivamente lo sviluppo regionale. Pensate all’impatto di figure come Musk, Page, Zuckerberg (nel bene e nel male!). Capire come questi “agenti” operano, come interagiscono con le strutture e se possono essere regolati è cruciale.

Fotografia dinamica di un moderno impianto di assemblaggio di veicoli elettrici, con bracci robotici in azione su una linea di produzione. Sovrapposizioni digitali olografiche mostrano flussi di dati e connessioni tra diverse parti del processo produttivo e della supply chain. Obiettivo zoom 50mm, fast shutter speed per congelare il movimento dei robot, illuminazione industriale brillante e high-tech.

L’ascesa dell’Intelligenza Artificiale (AI) solleva questioni enormi, come abbiamo visto al Summit sull’AI di Bletchley Park. Le dichiarazioni dei leader delle Big Tech, tra richieste di regolamentazione (a volte un po’ ipocrite) e accuse di lobbying, mostrano tutte le tensioni e i conflitti insiti nelle “realtà” della Tripla Elica oggi.

L’Approccio ‘Assemblage’: Un Nuovo Modo di Vedere?

Infine, voglio menzionare un approccio teorico che sta guadagnando terreno: la teoria dell’assemblage. Originata dalla filosofia sociale (Deleuze e Guattari), vede i sistemi complessi (come una regione innovativa, un’azienda, un progetto) come “assemblaggi”, “corpi senza organi” (BwO). Non corpi biologici, ma entità auto-organizzate, tenute insieme da un “desiderio” comune, da un potenziale affettivo condiviso tra elementi umani e non umani.

Questo “corpo” ha una controparte analitica nella “macchina astratta”: le strutture istituzionali, organizzative, tecnologiche, infrastrutturali. Analizzare queste macchine astratte ci permette di capire i processi evolutivi di territorializzazione, de-territorializzazione e ri-territorializzazione. Pensate all’esempio della Tesla Gigafactory in Nevada: un assemblaggio complesso che ri-territorializza un vecchio “paesaggio del carbonio” (fabbriche automobilistiche dismesse, vecchie ferrovie) in un nuovo “paesaggio elettrico”, integrando produzione, fornitori, logistica, infrastrutture urbane (come l’innovation district di Fremont) e persino l’intelligenza artificiale (attraverso l’interesse di Musk per OpenAI). È un sistema complesso tenuto insieme dal “desiderio” di creare un futuro elettrico (e, per Musk, forse da una filosofia di “altruismo efficace”).

L’ultima volta che ho visto Loet è stato all’aeroporto di San Francisco nel 2015. Stava lavorando alla sua presentazione sulla “Open Innovation” e la Tripla Elica, riflettendo su come misurare le interazioni in ecosistemi di innovazione sempre più frammentati e aperti. Chissà cosa avrebbe pensato delle ultime evoluzioni, dell’AI generativa, della possibile “Peak Innovation” e delle ombre gettate persino sui giganti della consulenza (i KIBS).

Il suo spirito critico, la sua curiosità intellettuale e la sua capacità di creare modelli potenti per capire la complessa danza dell’innovazione ci mancheranno enormemente. Ma la sua eredità continua a stimolarci, a farci domande, a cercare di comprendere e plasmare al meglio il futuro guidato dalla conoscenza.

Fonte: Springer

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