Occhi Sgranati o Pupille Strette? Il THC Rivela un Segreto Inaspettato!
Ammettiamolo, quando si parla di cannabis e dei suoi effetti, uno dei primi pensieri va spesso agli occhi. Pupille dilatate, sguardo un po’ perso… un classico, no? Beh, preparatevi a una piccola sorpresa, perché la scienza, come al solito, ama rimescolare le carte in tavola. Recentemente, mi sono imbattuto in uno studio affascinante che ha messo sotto la lente d’ingrandimento proprio questo aspetto, e i risultati, ve lo dico subito, sono piuttosto intriganti.
Parliamo di uno studio prospettico, controllato con placebo – il che significa serietà scientifica – condotto su volontari sani che, dettaglio non da poco, non erano consumatori abituali di cannabis. L’obiettivo? Capire una volta per tutte come il delta-9-tetraidrocannabinolo (il famoso d9-THC, o più semplicemente THC) somministrato per via endovenosa influenzi la reazione della pupilla alla luce e le sue dimensioni. E credetemi, quello che è emerso potrebbe farvi riconsiderare qualche vecchia credenza.
Cosa abbiamo combinato? L’esperimento nel dettaglio
Immaginate un gruppo di volontari, tutti maggiorenni, o “cannabis-naïve” (cioè mai usata prima) o astinenti da almeno un mese. Niente fumatori di tabacco recenti, niente patologie cardiache sospette, niente droghe illecite, niente malattie psichiatriche note e, per le donne, test di gravidanza obbligatorio. Insomma, un campione “pulito” per evitare interferenze. A quindici di questi eroi della scienza è stato somministrato un bolo endovenoso di THC, mentre a quattro, come gruppo di controllo, un placebo (una soluzione salina, per intenderci). Il tutto, ovviamente, con l’approvazione del comitato etico e il consenso informato di ciascuno.
E poi? Poi è entrata in gioco la pupillografia. Prima della somministrazione e per le cinque ore successive, abbiamo monitorato attentamente la reazione pupillare e le dimensioni della pupilla. La pupillografia è una tecnica fichissima che, tramite una telecamera a infrarossi, misura con precisione come la pupilla reagisce a uno stimolo luminoso. Pensate a occhiali completamente oscurati, un flash di luce di 0.2 secondi, e un software che analizza ogni minimo dettaglio della risposta dell’occhio.
I parametri che ci interessavano erano diversi:
- L’ampiezza relativa della costrizione pupillare (il nostro risultato primario): in pratica, quanto si stringe la pupilla in percentuale rispetto al suo diametro iniziale quando colpita dalla luce.
- La latenza: quanto tempo ci mette la pupilla a iniziare a reagire.
- La velocità di contrazione: quanto velocemente si stringe.
- Il tempo di costrizione: quanto ci mette a raggiungere la dimensione minima.
- L’ampiezza di contrazione: la differenza tra il diametro iniziale e quello minimo.
- E, ovviamente, il diametro della pupilla a riposo.
La grande rivelazione: THC e pupille, facciamo chiarezza!
E qui, amici, arriva il bello. I risultati sono stati chiari e, per certi versi, controintuitivi. Il THC ha significativamente alterato le misurazioni pupillografiche. L’ampiezza relativa, il nostro parametro principale, si è ridotta in modo significativo nel gruppo THC. Già dopo 20 minuti dalla somministrazione, è passata da circa il 23.5% al 15.0%, mentre nel gruppo placebo è rimasta stabile (dal 27.5% al 28.1%). Questo significa che la pupilla reagiva meno allo stimolo luminoso.
Ma non è finita qui. Anche il tempo di costrizione si è ridotto significativamente, così come l’ampiezza di contrazione. La latenza e la velocità di contrazione hanno mostrato un aumento, seppur non statisticamente significativo con i numeri a disposizione, suggerendo una reazione un po’ più “pigra”.
E la dimensione della pupilla? Ecco la sorpresa: il diametro pupillare è diminuito dopo la somministrazione di THC. Avete capito bene: miosi (restringimento della pupilla), non midriasi (dilatazione) come spesso si sente dire! Questo sfata un mito piuttosto diffuso, anche tra le forze dell’ordine, che spesso associano le pupille larghe e pigre al consumo di THC. Invece, sembra proprio che il THC tenda a far restringere le pupille, un po’ come fanno gli oppioidi, per esempio.

Quindi, ricapitolando: sotto l’effetto del THC, in questi volontari non consumatori abituali, la pupilla reagisce alla luce in modo più lento e meno marcato. E, contro ogni aspettativa popolare, tende a rimpicciolirsi.
Perché tutto questo è importante? Implicazioni e riflessioni
Questi risultati non sono solo una curiosità scientifica. Hanno implicazioni concrete, soprattutto quando si parla di idoneità alla guida e responsabilità legale. Con il consumo di cannabis in aumento, sia per uso ricreativo che medico, definire cosa significhi “essere sotto l’influenza” è cruciale. Molti paesi stanno discutendo limiti di concentrazione di THC nel siero, ma questi dati suggeriscono che la sola concentrazione ematica potrebbe non raccontare tutta la storia.
La pupillografia, essendo un test semplice, rapido e oggettivo, potrebbe diventare uno strumento prezioso. Non per prevedere i livelli di THC nel sangue, attenzione, ma come aggiunta funzionale ai test plasmatici. Potrebbe aiutare a dimostrare un effetto fisico reale della sostanza, andando oltre il semplice rilevamento della sua presenza.
Un altro aspetto interessante è la sensibilità alla luce. Diversi volontari nel gruppo THC hanno trovato gli stimoli luminosi della pupillografia fastidiosamente intensi, tanto da non riuscire a completare alcune misurazioni. Questo non è successo nel gruppo placebo. Una ridotta capacità della pupilla di stringersi rapidamente ed efficacemente potrebbe, infatti, tradursi in una maggiore sensibilità all’abbagliamento. E questo, al volante, non è certo l’ideale.
È affascinante notare come gli effetti di picco sulla pupilla si manifestino più tardi rispetto ai picchi di concentrazione plasmatica del THC. Questo è in linea con l’idea che gli effetti psicotropi massimi avvengano quando le concentrazioni nel sangue stanno già diminuendo, probabilmente a causa della distribuzione del THC dal sangue al sistema nervoso centrale.
Limiti e prospettive future
Come ogni studio, anche questo ha i suoi “ma”. Il numero di volontari nel gruppo placebo era piccolo, il che ha ridotto la potenza statistica per alcuni effetti. Lo studio non era randomizzato a causa del disegno dello studio farmacocinetico principale a cui questo era collegato. Inoltre, la somministrazione endovenosa è rara nella vita reale, scelta qui per garantire una biodisponibilità prevedibile e alta, eliminando le variabili dell’assunzione orale o inalatoria. Infine, la prima misurazione pupillografica è stata fatta dopo 20 minuti; non possiamo escludere che nei primissimi minuti, al picco plasmatico, ci possa essere stata una breve dilatazione poi scomparsa.
Nonostante ciò, i risultati sono chiari: il THC ha un impatto misurabile e significativo sulla funzione pupillare, smorzando il riflesso alla luce e causando miosi in individui non consumatori abituali. Questo studio fornisce dati oggettivi che possono arricchire il dibattito sulla cannabis, la sicurezza e la responsabilità, un tema che interessa non solo la comunità scientifica, ma anche legislatori, magistrati e, in fondo, tutti noi.
Insomma, la prossima volta che sentirete parlare di “occhi da fattoni”, ricordatevi che la realtà potrebbe essere un po’ più… ristretta di quanto si pensi!
Fonte: Springer
