Fotografia aerea di un vasto campo di tende bianche per sfollati allestito in una piana vicino a una città parzialmente distrutta dopo un terremoto, provincia di Hatay. Obiettivo grandangolare 10-24mm, luce del tardo pomeriggio che crea lunghe ombre, messa a fuoco nitida su tutto il campo.

Hatay, Turchia: la Nostra Battaglia Quotidiana per la Salute degli Sfollati dopo il Terremoto

Amici, lasciate che vi porti con me in un viaggio, un viaggio che nessuno vorrebbe mai fare, ma che a volte la vita ci sbatte in faccia senza preavviso. Parlo del devastante terremoto che ha colpito la provincia di Hatay, in Turchia, il 6 febbraio 2023. Un evento che ha scosso la terra e, ancora di più, le vite di milioni di persone.

Nelle primissime ore, l’urgenza era una sola: salvare vite. Squadre mediche specializzate in traumatologia si sono precipitate sul posto, lavorando senza sosta per curare i feriti estratti dalle macerie. Ma cosa succede quando la polvere inizia a depositarsi, quando i riflettori si spengono e l’emergenza si trasforma in una cruda, quotidiana realtà? Succede che emerge un bisogno enorme, quello delle cure sanitarie primarie per una popolazione sradicata, costretta a vivere in tende, in villaggi che a malapena riescono a sostenere i propri abitanti originari.

Quando l’Emergenza Diventa Quotidiana: la Sfida delle Cure Primarie

Ecco, è qui che siamo entrati in gioco noi, un’organizzazione non governativa internazionale. Il nostro compito? Capire i bisogni reali di questa gente e fornire assistenza. Non è stato facile, ve lo assicuro. Abbiamo messo in piedi delle squadre mobili che si spostavano raggiungendo le comunità di sfollati nelle zone più periferiche, quelle che rischiavano di essere dimenticate.

Per farci un’idea chiara della situazione, abbiamo intervistato 42 rappresentanti delle comunità. Volevamo capire cosa mancasse, quali fossero le priorità. E le risposte sono state variegate: c’erano luoghi completamente privi di servizi sanitari, altri dove mancavano le più basilari strutture igieniche. Un dato comune, però, era l’aumento spropositato della popolazione in quasi tutti i siti visitati. Immaginate piccoli villaggi che, da un giorno all’altro, vedono raddoppiare o triplicare i propri abitanti.

Una volta mappati i bisogni, le nostre unità mediche mobili hanno iniziato a offrire servizi di assistenza sanitaria di base. Abbiamo raccolto dati digitalmente, direttamente sul campo, registrando informazioni demografiche e condizioni di salute. Quello che vi racconto è un resoconto di questi dati, una fotografia di quelle settimane difficili.

Chi Abbiamo Aiutato e Cosa Abbiamo Scoperto

Tra il 16 febbraio e il 6 aprile 2023, abbiamo assistito 3.027 pazienti. La maggioranza erano donne (il 61,0%) e di origine turca (il 66,9%). Una fetta importante, circa un terzo, era di origine siriana, persone già in fuga da un’altra tragedia. I bambini e i ragazzi sotto i 18 anni rappresentavano il 41,3% dei nostri pazienti: un numero che stringe il cuore, perché sono sempre i più vulnerabili a pagare il prezzo più alto.

E quali erano i problemi di salute più comuni? Al primo posto, con quasi il 25%, le infezioni delle vie respiratorie superiori. Non c’è da stupirsi, considerando le condizioni di vita: freddo, umidità, sovraffollamento nelle tende. Al secondo posto, un nemico subdolo e fastidiosissimo: la scabbia, che ha colpito quasi il 10% dei pazienti. Abbiamo anche diagnosticato 68 casi di disturbi legati alla salute mentale, un’ombra invisibile ma pesantissima che si allunga dopo traumi del genere.

Vi racconto questo perché è fondamentale capire una cosa: nella fase intermedia della risposta a un disastro come un terremoto, l’assistenza sanitaria primaria diventa un pilastro del supporto umanitario. Non si tratta solo di curare ferite fisiche, ma di prevenire epidemie, gestire malattie croniche che non vanno in vacanza nemmeno durante un’emergenza, e offrire un primo supporto psicologico.

Fotografia di un'unità medica mobile, un furgone bianco con una croce rossa, parcheggiato in un'area rurale montuosa disseminata di tende improvvisate dopo un terremoto. Personale medico in divisa sta scaricando scatole di medicinali. Persone sfollate, alcune con bambini, attendono nelle vicinanze. Obiettivo zoom 24-35mm, profondità di campo per mettere a fuoco sia il personale che le persone in attesa, luce naturale del tardo pomeriggio.

Il sisma del 6 febbraio 2023, con la sua magnitudo di 7.7, seguito da una seconda scossa quasi altrettanto potente nove ore dopo, ha lasciato un segno indelebile. Pensate che nei giorni successivi ci sono state quasi 17.000 scosse di assestamento! Oltre 200.000 edifici crollati solo in Turchia, più di 50.000 morti, oltre 100.000 feriti e 3 milioni di sfollati. Numeri che fanno rabbrividire e che rendono l’idea della portata della catastrofe. E non dimentichiamo le regioni siriane al confine, anch’esse duramente colpite.

Il Nostro Intervento sul Campo: Dünya Doktorlari Dernegi (DDD)

La nostra organizzazione, Dünya Doktorlari Dernegi (DDD), la sezione turca di Médecins du Monde, era già presente in Turchia dal 2015, con programmi di assistenza sanitaria per rifugiati e sfollati interni a causa del conflitto in Siria. Avevamo una base ad Antakya, quindi eravamo, per così dire, “giocatori locali”. Purtroppo, anche noi abbiamo subito perdite pesanti: membri del nostro staff uccisi o feriti, e il nostro ufficio completamente distrutto. Un colpo durissimo.

Ma non ci siamo arresi. Dopo un breve periodo di riorganizzazione, grazie anche alle nostre sedi a Istanbul e Izmir, siamo riusciti a rimetterci in piedi. Abbiamo allestito una struttura basata su container nel centro di Antakya e riattivato le nostre squadre mobili. Conoscendo bene la regione e avendo team addestrati a lavorare in condizioni precarie e mobili, ci siamo presi l’incarico di portare assistenza sanitaria nei villaggi sparsi sulle montagne, spesso difficili da raggiungere.

Le nostre unità mediche mobili erano composte da un medico, un infermiere o un’ostetrica, uno psicologo, un assistente sociale, un “protection officer” (una figura che si occupa della protezione dei più vulnerabili), un traduttore e un autista che fungeva anche da “controllore della folla”. Avevamo con noi farmaci pre-confezionati e strumenti per i parametri vitali. I dati, come vi dicevo, venivano raccolti digitalmente tramite l’applicazione DHIS2 installata sui cellulari dei capisquadra. Durante il periodo di cui vi parlo, avevamo due unità mediche mobili operative.

Valutazione dei Bisogni: Un Quadro Dettagliato

Le squadre di valutazione hanno visitato 42 località in 6 distretti della provincia di Hatay. In quasi la metà dei casi, abbiamo parlato con i sindaci (i mukhtar), altrimenti con altri rappresentanti della comunità. È emerso che oltre il 67% delle località aveva subito una distruzione sostanziale degli edifici (almeno il 25% resi inabitabili). Le aree urbane erano tendenzialmente più danneggiate, ma la differenza con quelle rurali non era statisticamente enorme. Alcuni siti, poi, erano sovrappopolati, con un aumento di oltre il 100% rispetto a prima del terremoto.

C’erano differenze significative tra zone urbane e rurali per quanto riguarda rifugi, cibo, acqua e servizi igienici. Le tende sparse erano più comuni nelle aree rurali, mentre gli accampamenti organizzati si trovavano più spesso nelle aree urbane. Il cibo veniva fornito più frequentemente dalla popolazione locale nelle zone rurali. L’uso di acqua superficiale come fonte di approvvigionamento idrico è stato riscontrato solo in contesti rurali – una pratica rischiosa, ma spesso l’unica disponibile. I servizi igienici preesistenti erano ancora in uso più di frequente nelle aree rurali, semplicemente perché meno distrutti.

Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, la situazione era critica: nel 19,5% dei siti non c’era alcun servizio disponibile. In un altro 19,5% c’era un “elevato bisogno” di servizi aggiuntivi. Solo in una minoranza di casi era presente un medico locale o visite regolari da parte di operatori esterni.

Interno di una tenda sovraffollata in un campo sfollati a Hatay. Un operatore sanitario, con indosso una mascherina, visita un bambino piccolo tenuto in braccio dalla madre, anch'essa con un'espressione preoccupata. Pochi oggetti personali sono visibili. Obiettivo prime 35mm, bianco e nero film, profondità di campo per isolare la scena medico-paziente, luce fioca che entra da un'apertura della tenda.

Le Patologie più Diffuse: Uno Specchio delle Condizioni di Vita

Come accennavo, le infezioni respiratorie erano diffusissime, soprattutto tra i bambini sotto i 5 anni, insieme alla diarrea. Ma un dato particolarmente allarmante in questa fascia d’età è stata la prevalenza della scabbia, con il 5,2% dei piccoli che ne mostravano i segni clinici. Anche tra i bambini e ragazzi sotto i 18 anni, la scabbia e i pidocchi erano al secondo e terzo posto tra i motivi di consultazione, dopo le infezioni respiratorie.

Nella popolazione anziana (over 65), invece, dominavano le malattie croniche non trasmissibili: ipertensione e diabete costituivano quasi il 32% dei motivi di visita, seguiti da mialgie. Ma anche qui, infezioni respiratorie e diarrea erano tra le prime cinque cause.

La stragrande maggioranza dei bisogni sanitari (89,1%) è stata gestita direttamente sul posto, con la consegna di farmaci. Solo nell’1,5% dei casi è stato necessario un rinvio a strutture specializzate. Abbiamo anche effettuato medicazioni e identificato 22 donne in gravidanza tra i 18 e i 65 anni, e purtroppo 6 casi di gravidanza minorile (tra i 5 e i 18 anni).

I problemi dentali, soprattutto carie, erano un altro problema significativo, in particolare tra i bambini e i ragazzi, probabilmente a causa dell’abbandono dell’igiene orale e della mancanza di spazzolini e dentifricio.

Le Sfide Quotidiane: Non Solo Malattie

Affrontare questa emergenza ha significato anche scontrarsi con sfide enormi. L’accesso alle cure era tutt’altro che equo. Le comunità più isolate nelle regioni montuose erano spesso le meno servite rispetto ai grandi campi tenda vicino alle città. Qui, organizzazioni non governative indipendenti come la nostra possono davvero fare la differenza, colmando le lacune lasciate da enti più grandi che faticano a decentralizzare gli sforzi.

Un altro aspetto cruciale è stata l’informazione e l’educazione sanitaria. In una situazione di emergenza, con condizioni di vita precarie, molte abitudini devono essere adattate. Pensate alla scabbia: curarla è una cosa, ma prevenire la sua diffusione in condizioni di sovraffollamento e scarsa igiene è un’altra. Abbiamo suggerito l’uso di trattamenti orali per la scabbia, come l’ivermectina, ma all’epoca non era registrata per questa indicazione e non disponibile.

Ci siamo anche scontrati con la “fissazione” dei pazienti per le marche dei farmaci. Spiegare il concetto di principio attivo generico e l’intercambiabilità dei farmaci è stata una sfida culturale non da poco. E poi, la carenza cronica di medicinali e materiali: spesso ci siamo trovati a corto di scorte o abbiamo dovuto cambiare terapia ai pazienti con malattie croniche per mancanza del farmaco specifico.

Le possibilità di inviare pazienti a specialisti (cardiologi, dentisti, ecc.) erano estremamente limitate. I pochi servizi specialistici funzionavano anch’essi in tende, con capacità ridotte e spesso difficili da raggiungere per chi viveva nelle zone montuose.

Nonostante i limiti del nostro studio – dati raccolti in condizioni di emergenza, diagnosi prevalentemente cliniche, assenza di esami di laboratorio – crediamo che il nostro lavoro abbia messo in luce i bisogni enormi delle popolazioni sfollate e ospitanti in termini di assistenza sanitaria primaria. Queste persone, dopo un disastro di tale portata, restano spesso senza alcun servizio. Le organizzazioni che intervengono in queste fasi devono essere preparate a un elevato numero di pazienti e avere personale resiliente e addestrato a lavorare con risorse limitate.

La raccolta di dati di sorveglianza, anche e soprattutto in contesti di disastro umanitario, è essenziale. Ci ha permesso di caratterizzare le popolazioni target, ottimizzare l’operatività delle unità mobili e gestire le scorte di farmaci. È una lezione che portiamo con noi, insieme al ricordo indelebile dei volti e delle storie di chi abbiamo cercato di aiutare in quei giorni terribili ad Hatay.

Fonte: Springer

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