Un'immagine evocativa di un ecosistema urbano resiliente: piante autoctone diverse, inclusa un'erica di palude simile a Sprengelia, prosperano accanto a infrastrutture cittadine moderne sfocate sullo sfondo, sotto una luce solare filtrata. Obiettivo 35mm, profondità di campo che mette a fuoco la vitalità della natura in città, simbolo di giustizia multi-specie e della riscoperta di ecologie passate.

Tempo, Giustizia e Natura Urbana: Come le Regole Bloccano la Fioritura Multi-Specie

Parliamoci chiaro: le nostre città hanno un bisogno disperato di natura. Quegli spazi verdi e blu – parchi, fiumi, zone umide, che chiameremo UGBS (Urban Green-Blue Spaces) – non sono solo un belvedere. Sono fondamentali per la nostra salute, ci aiutano a mitigare i disastri climatici, gestiscono le acque piovane, proteggono la biodiversità e ci regalano bellezza e cultura. Non lo dico io, lo dicono pure le Nazioni Unite con i loro Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e il Decennio del Ripristino Ecosistemico.

Le Soluzioni Basate sulla Natura (NbS): Una Promessa da Mantenere

In questo contesto, si sente parlare sempre più spesso di Soluzioni Basate sulla Natura (NbS). L’idea è affascinante: imparare dalla natura stessa, imitare i suoi sistemi auto-organizzanti per affrontare le sfide socio-ecologiche e creare ambienti urbani resilienti e sostenibili a lungo termine. Pensate a zone umide costruite per filtrare l’acqua, o tetti verdi per isolare gli edifici e ridurre il deflusso delle piogge. L’obiettivo è migliorare la biodiversità urbana e costruire città più forti di fronte ai cambiamenti.

Però, attenzione a non confondere resilienza e sostenibilità. La sostenibilità, per come la vedo io, è quel processo adattivo che ci permette di creare e mantenere i servizi ecosistemici attraverso azioni integrate a livello sociale, ambientale, economico e di governance. E città sostenibili dipendono da UGBS resilienti. Le NbS, quindi, sono strumenti potentissimi proprio in questi spazi.

Il Problema della Giustizia: Non Solo per gli Umani

Qui sorge un problema etico non da poco. Spesso, i benefici delle NbS vengono misurati solo in termini di “servizi ecosistemici” per noi umani. Questo crea delle ingiustizie distributive: i vantaggi e gli svantaggi non sono divisi equamente tra tutti gli “stakeholder”, umani e non umani. Ed è qui che entra in gioco la Giustizia Multi-Specie (MSJ).

La MSJ ci spinge a vederci come parte di ecologie urbane complesse, dipendenti da piante, animali, funghi, microrganismi… tutti quegli esseri “più-che-umani” con cui condividiamo lo spazio. È una visione relazionale, olistica, che riflette la realtà dei sistemi socio-ecologici che abbiamo contribuito a creare e che ora dobbiamo gestire. Ma come dare voce agli interessi di chi non parla la nostra lingua nei processi decisionali? Questa è la sfida, specialmente in ambienti urbani dove la “natura” è spesso frammentata e contestata.

Il Caso Australiano: Quando le Leggi “Congelano” la Natura

Prendiamo l’Australia, uno dei paesi più urbanizzati al mondo. Lì, gli UGBS sono cruciali, veri e propri rifugi per specie minacciate. Eppure, anche lì, le iniziative di ripristino ecologico si scontrano con la mancanza di dati storici affidabili e con sistemi naturali profondamente modificati. Come si fa a decidere cosa “ripristinare” se non sappiamo com’era l’ecosistema in origine? Chi decide cosa appartiene a un luogo e cosa no?

Un primo piano macro di un fiore selvatico poco conosciuto che spunta tra l'erba in un'area umida urbana degradata, luce controllata, obiettivo macro 100mm, alta definizione, a simboleggiare le ecologie dimenticate e la necessità di dati storici.

Qui casca l’asino, o meglio, qui le procedure e le leggi mostrano la corda. Spesso, i quadri istituzionali e legali non riescono ad affrontare le ingiustizie distributive né a permettere una rappresentanza multi-specie. Anzi, rischiano di “congelare” narrazioni ambientali basate su conoscenze parziali o superate, impedendo agli ecosistemi di adattarsi e prosperare.

L’Esempio delle Botany Wetlands: Un’Ecologia Dimenticata

Vi porto in un caso specifico che ho studiato: le Botany Wetlands a Sydney. Si tratta di resti di un vasto sistema di zone umide costiere d’acqua dolce, oggi circondate da parchi, campi da golf e infrastrutture. La gestione attuale è dominata dalla protezione di due comunità vegetali considerate in pericolo: l’Eastern Suburbs Banksia Scrub (ESBS) e la Sydney Freshwater Wetland (SFW). La loro composizione “tipica” è definita da un comitato scientifico (il NSW Threatened Species Scientific Committee, o NSW TSSC), basandosi principalmente su esempi attuali e stime delle distribuzioni storiche.

Il Collo di Bottiglia dell’Esperienza

E qui sta un punto cruciale. Come è composto questo comitato? La legge (il Biodiversity Conservation Act 2016 del Nuovo Galles del Sud) stabilisce che i membri debbano avere competenze specifiche, quasi esclusivamente in biologia ed ecologia. Non sto dicendo che sia sbagliato avere scienziati, anzi! Ma questa focalizzazione quasi esclusiva crea un “collo di bottiglia dell’esperienza”. Manca una visione più ampia, che includa prospettive sociali, storiche, culturali e, perché no, rappresentanti degli interessi “più-che-umani”.

Questo approccio rischia di astrarre le specie dai sistemi socio-ecologici complessi in cui vivono, allontanandosi dalla prospettiva relazionale necessaria per la MSJ. Pensateci: se le decisioni su cosa proteggere e cosa no sono prese solo da un gruppo ristretto di esperti con una visione specifica, non rischiamo di perpetuare una visione limitata e potenzialmente ingiusta di cosa sia la “natura” in città?

Modificare leggermente la legge, ampliando i criteri di nomina al comitato, potrebbe aprire le porte a una rappresentanza più diversificata. Si potrebbe includere un “avvocato” per gli stakeholder non umani, simile a quanto fatto per il fiume Birrarung Yarra a Melbourne. È un piccolo passo, ma fondamentale per iniziare a istituzionalizzare la MSJ.

Fotografia paesaggistica di un'area umida urbana (Botany Wetlands) al tramonto, con riflessi sull'acqua calma, obiettivo grandangolare 20mm, lunga esposizione per acqua liscia, colori caldi, evocando la storia ecologica nascosta del luogo e le comunità vegetali scomparse.

Quando la Storia Smentisce le Mappe: Il Caso dell’ESBS

Torniamo all’ESBS, classificato come “criticamente in pericolo” perché si presume abbia subito una drastica riduzione del suo areale rispetto al periodo pre-coloniale. Ma come è stata stimata questa distribuzione passata? Principalmente usando mappe dei suoli come proxy. Un metodo pieno di incertezze, come ammette lo stesso comitato. La definizione stessa dell’ESBS è vaga, descritta come parte di un “complesso di comunità correlate”.

Eppure, una volta che una comunità è listata, questa classificazione si propaga a tutte le politiche subordinate e alle azioni sul campo. Si finisce per favorire certe specie ed escluderne altre, basandosi su un’ipotesi storica potenzialmente fallace.

La Voce del Passato: Cosa Ci Dicono i Sedimenti

Qui entra in gioco la paleoecologia, lo studio degli ecosistemi passati attraverso archivi naturali come i sedimenti. Analizzando il polline fossile conservato nei sedimenti delle Botany Wetlands e di un sito vicino (Lachlan Swamp), abbiamo scoperto qualcosa di sorprendente.

  • Il genere Banksia, che dà il nome all’ESBS e dovrebbe dominarlo, era incredibilmente raro prima del XX secolo (in media 0.7% del polline totale a Lachlan Swamp, 0.2% nelle Botany Wetlands).
  • Al contrario, il polline della famiglia delle Ericaceae (probabilmente del genere Sprengelia, una sorta di erica di palude) era dominante fino a metà del XIX secolo (media del 25.8% nelle Botany Wetlands fino al 1832, 18.7% a Lachlan Swamp fino al 1856).
  • Sprengelia non è nemmeno menzionata dal comitato come parte dell’ESBS!

Questi dati suggeriscono fortemente che, nel presunto areale pre-industriale dell’ESBS, esisteva una comunità ecologica floristicamente e strutturalmente diversa, dominata da eriche di palude, che è stata spazzata via nel corso del XIX secolo e oggi è completamente dimenticata e non rappresentata nelle strategie di conservazione.

Veduta aerea di un parco urbano rigoglioso (come Centennial Park vicino alle Botany Wetlands) che si integra con gli edifici circostanti, obiettivo zoom 35mm, luce del mattino, che mostra la coesistenza tra natura e città e la sfida della gestione in aree densamente popolate.

Imparare dal Passato per un Futuro Resiliente e Giusto

Cosa ci insegna tutto questo?

  1. Tentare di implementare NbS che imitano sistemi naturali auto-organizzanti fallirà se ignoriamo i dati ecologici a lungo termine o se questi dati sono esclusi dai processi decisionali a causa di una visione troppo ristretta imposta dalla legge.
  2. Non possiamo accettare le comunità vegetali degradate di oggi come riferimento per il ripristino ecologico. Dobbiamo guardare più indietro.
  3. Le ipotesi su cui si basa la classificazione di pericolo di alcune comunità (come l’ESBS) possono essere smentite dai dati empirici, mettendo in discussione le attuali strategie di gestione.

I dati paleoecologici, come quelli che vi ho mostrato, possono agire come una forma di rappresentanza per le ecologie marginalizzate e scomparse. Possono guidare interventi NbS che imparano davvero dalla capacità di auto-organizzazione di ecosistemi che hanno prosperato per lungo tempo in un determinato luogo.

Verso Città Fiorite per Tutti

Dobbiamo ripensare il nostro approccio. Modesti cambiamenti normativi, che allarghino le voci considerate nei processi decisionali, possono istituzionalizzare le prospettive della MSJ. Integrare la storia ecologica profonda ci permette di progettare interventi più efficaci e giusti.

L’obiettivo finale? Gestire in modo sostenibile i servizi ambientali cruciali per noi umani, ma anche permettere alle specie “più-che-umane” di prosperare. Creare città resilienti non solo per noi, ma per la complessa rete di vita di cui facciamo parte. In un mondo sempre più urbanizzato e di fronte a un secolo di sconvolgimenti ambientali, non è solo desiderabile, è necessario. Dobbiamo sbloccare il potenziale dei nostri UGBS, liberandoli da regole che, involontariamente, potrebbero soffocare la vita stessa che cercano di proteggere.

Fonte: Springer

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