La Tecnologia ci Rende Meno Saggi? Quattro Modi in Cui Deleghiamo (o Potenziamo) la Nostra Saggezza Pratica
Ciao a tutti! Oggi voglio chiacchierare con voi di qualcosa che mi ronza in testa da un po’: il nostro rapporto con la tecnologia. Non parlo solo di quanto tempo passiamo sui social o se l’ultimo gadget sia fico. Parlo di qualcosa di più profondo: come la tecnologia sta cambiando il nostro modo di essere… saggi. Sì, avete capito bene, saggi. Non nel senso di vecchi barbuti su una montagna, ma nel senso di quella capacità, che i filosofi chiamano phronesis o saggezza pratica, di prendere decisioni giuste per vivere una vita piena, fiorente, quella che Aristotele chiamava eudaimonia.
Con l’avvento di tecnologie potentissime come l’intelligenza artificiale generativa (pensate a ChatGPT), le app per la mindfulness tipo Headspace, e il fatto che ogni nostro respiro sembra ormai trasformarsi in dato, mi chiedo: cosa succede alla nostra capacità di ragionare e agire per il nostro bene? Stiamo forse “scaricando” la nostra saggezza su dispositivi esterni?
La Tecnologia Non è Neutra: Come Modella la Nostra Saggezza Pratica
Per prima cosa, dobbiamo scrollarci di dosso l’idea che la tecnologia sia solo uno strumento neutro nelle nostre mani. Non lo è affatto. La prospettiva della postfenomenologia (nomi come Don Ihde e Peter Paul Verbeek sono i pionieri qui) ci insegna una cosa fondamentale: noi e la tecnologia ci co-costituiamo. Non siamo soggetti separati che usano oggetti. La nostra esperienza del mondo – come percepiamo, come agiamo, persino la nostra etica – è plasmata dalla relazione che abbiamo con gli artefatti tecnologici. Pensate a un paio di occhiali: non sono solo uno strumento per vedere meglio, *diventano parte* del nostro atto di vedere. Lo stesso vale per cose più complesse.
Se questo vale per la percezione e l’azione, perché non dovrebbe valere anche per la deliberazione, per quel processo mentale che ci porta a scegliere cosa è meglio fare? La phronesis, questa meta-virtù intellettuale che ci guida nel riconoscere cosa è rilevante in una situazione, nel soppesare le opzioni e nell’agire per la nostra fioritura, è intrinsecamente legata alla percezione e all’azione. Quindi, anche la nostra saggezza pratica è, per sua natura, tecnologicamente mediata. Non è solo *influenzata* dalla tecnologia, è *composta* da essa, emerge dalle nostre interazioni uomo-tecnologia-mondo. Ricerche in psicologia della saggezza e studi sull’informazione iniziano a confermarlo: il nostro ragionamento saggio è influenzato da fattori sociali, culturali e, sì, tecnologici, inclusi sistemi di supporto decisionale (DSS) e AI.
Cose che Comandano vs. Realtà Usa e Getta: Una Lente per Capire
Per capire meglio come la tecnologia modella la nostra phronesis, trovo utilissimo il pensiero di Albert Borgmann e la sua distinzione tra realtà che comandano (commanding realities) e realtà usa e getta (disposable realities).
- Le tecnologie che producono realtà che comandano (che Borgmann chiama “cose”) richiedono la nostra attenzione, abilità, impegno attivo. Pensate a uno strumento musicale: per trarne musica, dovete dedicarvi, imparare, esercitarvi. Queste “cose” ci rivelano qualcosa su noi stessi nel momento in cui ci impegniamo con esse.
- Le tecnologie che producono realtà usa e getta (i “dispositivi” di Borgmann) ci offrono un risultato finale con il minimo sforzo, conoscenza o abilità. Pensate a uno stereo: la musica diventa una merce facilmente consumabile, basta premere un pulsante. Non è richiesto un impegno attivo nel processo.
Borgmann lega questo concetto alla virtù: la saggezza pratica, essendo una sorta di pratica abile, non può essere neutrale rispetto al contesto materiale in cui si sviluppa. Se siamo circondati da “dispositivi” che ci invitano al consumo passivo invece che all’impegno attivo, rischiamo di non avere le opportunità per esercitare e sviluppare la nostra phronesis. Altri filosofi come Shannon Vallor e David Zoller hanno espresso preoccupazioni simili: l’automazione eccessiva ci chiude “angoli di realtà”, atrofizza le nostre capacità decisionali perché non le usiamo più. Se Aristotele diceva che la phronesis si acquisisce con l’esperienza e la pratica, cosa succede quando deleghiamo costantemente questa pratica alle macchine?
Tuttavia, non sono così pessimista come Borgmann sul “paradigma del dispositivo”. La postfenomenologia ci ricorda il concetto di multistabilità: una stessa tecnologia può avere usi e significati diversi a seconda di come ci relazioniamo ad essa. Lo stereo può essere un dispositivo passivo, ma per un audiofilo che ne studia i componenti, lo modifica, ne apprezza le sfumature, diventa una “cosa” che comanda attenzione e abilità.
Qui entra in gioco quello che chiamo l’atteggiamento attivo-intenzionale: la nostra disposizione a impegnarci criticamente, con attenzione, abilità e riflessione, con la tecnologia all’interno di una pratica. È questo atteggiamento che determina se una tecnologia ci spinge verso una realtà usa e getta o una che comanda. Senza questo atteggiamento, diventiamo ricevitori passivi, una posizione poco fertile per la saggezza pratica.
Le Quattro Facce della Medaglia: Come la Tecnologia Interagisce con la Phronesis
Basandomi su queste idee, propongo di guardare a quattro tipi di relazioni tecnologiche che mediano la nostra phronesis, posizionate lungo lo spettro tra “usa e getta” e “comandante”, ma sempre influenzate dal nostro atteggiamento attivo-intenzionale:
- Relazione Spiazzante (Displacing): Qui la tecnologia ci rimuove completamente da un contesto che richiederebbe la nostra saggezza pratica. Pensate all’AI che scrive articoli o crea design al posto di copywriter e grafici umani, o a sistemi d’arma completamente autonomi che decidono chi colpire. L’umano è fuori dal giro, la pratica è bypassata in nome del prodotto finale. Anche nella vita personale: usare AI per scrivere messaggi d’auguri o creare arte senza alcun input creativo nostro svuota queste pratiche del loro significato intrinseco, del “farlo per la ragione giusta”, come direbbe Aristotele.
- Relazione Diminuente (Diminishing): La tecnologia non ci elimina, ma riduce drasticamente il bisogno della nostra phronesis. Ci tiene “nel giro”, ma in modo passivo. Gran parte del lavoro cognitivo è delegato alla macchina, noi dobbiamo solo approvare o rifiutare. Questo porta ai rischi di deskilling (perdita di abilità) e automation bias (fiducia acritica nella macchina) visti in ambito professionale, ad esempio con certi DSS o piattaforme di recruiting basate su AI che fanno gran parte della valutazione dei candidati. Nella vita quotidiana, pensate a chi affida tutte le decisioni, grandi e piccole, a un’AI come ChatGPT, cercando attivamente di farsi “dire cosa fare”. Si perde l’allenamento alla deliberazione personale.
- Relazione Aumentante (Augmenting): Questa è la relazione che dovremmo cercare! La tecnologia qui potenzia e sviluppa la nostra saggezza pratica. Ci spinge verso l’atteggiamento attivo-intenzionale, ci aiuta a vedere le cose più chiaramente, a considerare più opzioni, ma lascia a noi la responsabilità della decisione finale. Esempi promettenti vengono dalla ricerca sui DSS: sistemi come l’Intelligent Decision Assistance (IDA) o il framework Human-AI Deliberation non danno la “risposta giusta”, ma forniscono dati, spiegazioni, controfattuali, stimolando la riflessione dell’utente. Anche le app di mindfulness (Wysa, Headspace) possono rientrare qui: se usate attivamente per la riflessione, l’auto-osservazione e la regolazione emotiva (tutti aspetti legati alla saggezza), possono aumentare la nostra capacità di ragionamento saggio. Usare ChatGPT come “sparring partner” intelligente per esplorare un problema, invece che come oracolo, sarebbe un altro esempio.
- Relazione Definente (Defining): A volte, la tecnologia crea contesti completamente nuovi che richiedono forme inedite di saggezza pratica. Pensate all’avvento di internet e all’anonimato online: come ci si comporta virtuosamente in un ambiente dove l’identità è fluida e le conseguenze sembrano lontane? Servono nuove sensibilità, nuove regole pratiche. Oggi, l’emergere di sistemi AI “agentici” (capaci di agire autonomamente nel mondo, come assistenti personali avanzati o chatbot che simulano relazioni) ci pone di fronte a sfide definenti: come interagire con queste nuove “agenzie”? Come usarle per migliorare la nostra vita senza cedere la nostra autonomia? La phronesis del futuro dovrà necessariamente includere la capacità di deliberare in un mondo popolato da intelligenze non umane.

La China Pericolosa: Stiamo Delegando Troppa Saggezza?
Il punto cruciale, per me, è che le attuali tendenze nel design tecnologico, spinte da logiche di mercato focalizzate su efficienza e profitto, sembrano favorire pesantemente le relazioni diminuenti e spiazzanti. Questo è evidente nel mondo del lavoro, dove l’automazione guidata dall’AI minaccia di svuotare le professioni intellettuali delle loro componenti di giudizio esperto, portando a deskilling e dominio tecnologico. Come suggeriscono alcuni ricercatori, dovremmo progettare AI non per sostituire l’esperto, ma per complementarlo in un processo decisionale collaborativo uomo-macchina.
Ma il problema si fa ancora più insidioso quando questa logica dell’efficienza e dell’ottimizzazione (“hustle culture”, “grindset”) invade la nostra vita privata. App e AI promettono di “ottimizzare” ogni aspetto della nostra esistenza, automatizzando pratiche che in realtà trovano il loro valore proprio nell’essere vissute attivamente, per se stesse. Come dice Zoller, per alcune attività, lo standard di successo è semplicemente farle eccellentemente. Automatizzare la scrittura, l’arte, la cura delle relazioni, la riflessione sulla propria vita, solo per “guadagnare tempo” o “essere più produttivi”, significa non capire perché queste pratiche sono importanti per la nostra fioritura. Si finisce per lavorare su parti sconnesse di un problema, perdendo il contesto di significato più ampio, come nota Vallor.

Ma Non Posso Automatizzare Solo le Scocciature? Il Rischio Nascosto
Qualcuno potrebbe obiettare: “Ok, ma non posso usare la tecnologia per liberarmi dalle cose noiose (fare il bucato, pagare le bollette) così ho più tempo per le cose che mi interessano davvero, come suonare la tromba o dedicarmi all’elettronica?”. Certo, un uso moderato di tecnologie diminuenti o spiazzanti per compiti veramente strumentali può anche aiutarci a fiorire. Il problema è duplice.
Primo, la direzione attuale della tecnologia, specialmente l’AI generativa, sembra più interessata ad automatizzare proprio le cose che *dovrebbero* interessarci (arte, scrittura, connessione umana), come lamentava sarcasticamente la scrittrice Joanna Maciejewska su Twitter: “Voglio che l’AI faccia il bucato e lavi i piatti così io posso fare arte e scrivere, non che l’AI faccia arte e scriva così io posso fare il bucato e lavare i piatti”. Stiamo rischiando di delegare le pratiche significative e tenerci solo le incombenze.
Secondo, e più sottile: svalutare l’atteggiamento attivo-intenzionale per le pratiche che *noi* non troviamo interessanti rischia di erodere il valore di *tutte* le pratiche significative, incluse le nostre. Se accettiamo che la scrittura di lettere, l’illustrazione o la narrazione possano essere ridotte a output automatici perché “non ci interessano”, stiamo implicitamente dicendo che anche le nostre passioni (l’elettronica, la tromba) sono, in fondo, attività il cui valore risiede solo nel prodotto finale e non nel processo, nel rispetto per l’abilità e l’impegno che richiedono. Come suggerisce Borgmann parlando della musica dal vivo rispetto allo stereo, c’è un elemento di rispetto per la pratica e per chi la incarna che si perde quando tutto diventa merce usa e getta. Anche le piccole fatiche quotidiane, suggerisce L.M. Sacasas, possono avere uno scopo nel radicarci nel mondo reale. Dobbiamo stare attenti a non ridurre tutto a “dispositivo”, altrimenti rischiamo che nessuna pratica sia più veramente “comandante”.
In Conclusione: Riprendiamoci la Nostra Saggezza
La nostra capacità di vivere bene, la nostra phronesis, è oggi inestricabilmente legata alla tecnologia. Non possiamo pensare di svilupparla o esercitarla in un vuoto. Dobbiamo capire che le tecnologie non sono neutre, ma mediano attivamente questa capacità fondamentale. Se vogliamo usare e creare tecnologia che promuova davvero il benessere umano, dobbiamo chiederci: questa tecnologia mi aiuta ad essere più presente, più riflessivo, più attivamente impegnato nel decidere come vivere (relazione aumentante)? Oppure mi sta allontanando, rendendomi passivo, delegando la mia capacità di giudizio (relazioni diminuenti o spiazzanti)?
La sfida è enorme, soprattutto perché le forze di mercato spingono spesso nella direzione sbagliata. Ma la consapevolezza è il primo passo. Dobbiamo coltivare quell’atteggiamento attivo-intenzionale non solo nelle pratiche che amiamo, ma anche nel modo in cui scegliamo e usiamo le tecnologie stesse. Solo così potremo sperare di navigare questo mondo iper-tecnologico non solo con efficienza, ma con vera saggezza pratica.
Fonte: Springer
