COVID in Terapia Intensiva: Quando un Secondo Nemico Decide la Partita
Ragazzi, parliamoci chiaro. La battaglia contro il COVID-19, specialmente nelle terapie intensive (le famose ICU), è stata (ed è ancora, per certi versi) una corsa contro il tempo, una lotta serrata contro un virus che ci ha colto di sorpresa. Ma mentre tutti gli occhi erano puntati sul SARS-CoV-2, un altro nemico, più subdolo e silenzioso, si aggirava tra i letti d’ospedale: le superinfezioni batteriche.
Vi racconto di uno studio retrospettivo, condotto su 268 pazienti COVID-19 finiti in terapia intensiva in un ospedale universitario nel sud della Germania. L’obiettivo? Capire quanto pesasse davvero questo “secondo fronte” di infezioni, quelle che non ti porti da casa, ma che ti becchi proprio lì, in ospedale (le cosiddette infezioni nosocomiali).
Ma cosa sono esattamente queste ‘superinfezioni’?
In parole povere, parliamo di infezioni batteriche che si aggiungono all’infezione virale da COVID-19. Possono colpire le vie respiratorie o entrare direttamente nel sangue (setticemia o batteriemia). E non sono un evento raro, anzi. Nello studio che sto analizzando, ben il 53,7% dei pazienti in terapia intensiva ne ha sviluppata almeno una. Una percentuale altissima, che fa riflettere.
Il problema di studiare chi va e chi viene
Ecco il punto cruciale: studiare queste cose in ospedale è un bel rompicapo. Perché? Perché i pazienti non restano lì fermi ad aspettare. Alcuni migliorano e vengono dimessi, altri, purtroppo, non ce la fanno. Questo continuo “via vai” rende difficile calcolare con precisione il rischio reale. Se semplicemente ignori chi se ne va (come fanno molti studi), rischi di sottostimare o sovrastimare l’impatto delle superinfezioni. È come cercare di contare le pecore in un gregge mentre alcune scappano dal recinto e altre vengono portate via dal lupo!
Per questo, i ricercatori tedeschi hanno usato un approccio statistico più sofisticato, chiamato “modellazione multi-stato”. Immaginate diverse “caselle” in cui un paziente può trovarsi (Ammesso in ICU, Con Superinfezione, Dimesso, Deceduto) e delle frecce che indicano come ci si sposta da una casella all’altra nel tempo. Questo metodo tiene conto dei cosiddetti “rischi competitivi” (dimissione e morte) e ci dà un quadro molto più fedele della realtà.
I risultati? Un pugno nello stomaco
E i risultati, purtroppo, non lasciano spazio a dubbi. Avere una superinfezione batterica (respiratoria o del sangue) mentre lotti contro il COVID in terapia intensiva è una pessima notizia. Ecco i punti salienti:
- Aumento della mortalità: I pazienti che sviluppavano una superinfezione avevano un rischio di morire 1,7 volte maggiore rispetto a chi non la contraeva (e addirittura 2,7 volte maggiore se l’infezione era nel sangue!). Questo dato è stato “aggiustato” per tenere conto di età e sesso, quindi è piuttosto solido.
- Dimissioni più difficili: Non solo si rischiava di più la vita, ma anche le speranze di tornare a casa diminuivano. La probabilità di essere dimessi si riduceva quasi della metà (-49% per qualsiasi superinfezione, -57% per quelle del sangue).
- I batteri più “gettonati”: Chi erano i principali colpevoli? Principalmente batteri della famiglia degli Enterobacterales (come Escherichia coli e Klebsiella), seguiti da Staphylococcus aureus e dai cosiddetti “Non fermentanti”. Un campionario abbastanza tipico delle infezioni ospedaliere, purtroppo.

Età e sesso: qualche sfumatura
Ma non siamo tutti uguali di fronte a questo rischio. Lo studio ha notato alcune differenze interessanti:
- Età: L’età avanzata, come prevedibile, aumentava il rischio di morte di per sé, indipendentemente dalla superinfezione. Curiosamente, però, i pazienti molto anziani (>70 anni) sembravano contrarre proporzionalmente meno superinfezioni. Attenzione, non perché fossero più resistenti, ma probabilmente perché avevano un rischio così alto di morire presto (prima di avere il tempo di infettarsi) che “uscivano” prima dalle statistiche dei contagiati.
- Sesso: Le donne sembravano avere una leggera tendenza (statisticamente non proprio certissima, ma quasi) a contrarre meno superinfezioni rispetto agli uomini. Tuttavia, quelle poche che si infettavano, sembravano avere un rischio di mortalità leggermente superiore rispetto agli uomini infetti (anche qui, la differenza non era statisticamente schiacciante, ma è un dato su cui riflettere).
La sorpresa: la durata della degenza
E qui arriva una sorpresa. Uno si aspetterebbe che una superinfezione allunghi la permanenza in terapia intensiva. Invece, in generale, lo studio non ha trovato un aumento significativo della durata della degenza legato alla superinfezione. L’unica eccezione erano i pazienti più giovani (sotto i 51 anni), che in media restavano circa 9 giorni in più se contraevano un’infezione. Come si spiega? Probabilmente, nei pazienti più anziani o fragili, l’effetto “mortalità aumentata” era così forte da “accorciare” la degenza in modo tragico: si moriva prima, con la superinfezione.
Cosa ci portiamo a casa?
Questo studio, con la sua metodologia rigorosa, ci sbatte in faccia una realtà scomoda: le superinfezioni batteriche sono state un fattore pesantissimo nell’esito dei pazienti COVID-19 critici. Non erano un “effetto collaterale” minore, ma un vero e proprio co-protagonista nel determinare vita o morte.
Questo cosa implica? Sottolinea l’importanza cruciale di:
- Diagnostica Microbiologica: Fare tamponi, esami colturali, cercare attivamente questi batteri è fondamentale. Non si può combattere un nemico se non sai chi è.
- Prevenzione delle Infezioni: Le misure di igiene e controllo delle infezioni in ospedale sono sempre vitali, ma lo sono state ancora di più durante la pandemia.
- Uso Razionale degli Antibiotici: Dare antibiotici “a pioggia” per prevenzione può essere controproducente (selezione di batteri resistenti, effetti collaterali). Servono terapie mirate, basate sui risultati microbiologici, quando possibile. È la famosa “antibiotic stewardship”.
Certo, lo studio ha i suoi limiti (è retrospettivo, fatto in un solo centro, non analizza tutti i possibili fattori come comorbidità o trattamenti specifici), ma il messaggio è forte e chiaro.
Insomma, la lotta al COVID in terapia intensiva non è stata solo contro il virus. È stata una battaglia su più fronti, e capire il ruolo delle superinfezioni batteriche ci aiuta a prepararci meglio per il futuro, affinando le strategie di cura e prevenzione per i pazienti più fragili.
Fonte: Springer
