Solidarietà in Movimento: Come la Migrazione Ridisegna Noi e lo Stato
Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in una riflessione che mi appassiona da tempo: come le migrazioni internazionali stanno cambiando non solo le nostre società, ma anche il modo in cui concepiamo e pratichiamo la solidarietà. E, cosa forse ancora più profonda, come tutto questo si intreccia con la trasformazione stessa dello Stato. Sembra complesso? Forse un po’, ma vi assicuro che è un viaggio affascinante nel cuore dei cambiamenti che stiamo vivendo.
Negli ultimi dieci anni, abbiamo visto un’evoluzione incredibile nel modo in cui si parla e si agisce in favore dei migranti. Quello che emerge chiaramente è che la trasformazione della solidarietà va di pari passo con un “ridimensionamento” (il famoso “rescaling”) dello Stato, che diventa sempre più transnazionale. Mentre gli Stati sembrano a volte fare un passo indietro, riorganizzarsi, vediamo spuntare come funghi nuove realtà – chiamiamola pure l'”industria” della solidarietà – che ricevono fondi pubblici. Ma accanto a queste, fioriscono anche movimenti spontanei, atti di resistenza, un intero spettro di risposte dal basso.
Chi Sono gli Attori della Solidarietà?
Quando pensiamo a chi aiuta i migranti, la lista è lunga e variegata. Ci sono le grandi organizzazioni storiche, come le chiese o le ONG internazionali, ma anche gruppi informali di vicini di casa che danno una mano nel loro quartiere, volontari più o meno professionalizzati, persone della stessa etnia, filantropi, artisti, persino noi ricercatori a volte ci troviamo coinvolti.
Gli studiosi hanno provato a mettere ordine in questo panorama, classificando gli attori non solo per tipologia (istituzionali vs. informali) ma anche per le motivazioni che li spingono:
- Un obbligo morale universale verso i più vulnerabili.
- La ricerca di reciprocità, lottando contro forme di oppressione.
- Interessi personali o comuni.
- Compassione umana.
- La difesa dei diritti universali.
- La spinta verso la partecipazione politica e la democratizzazione.
Capite bene che definire i confini della solidarietà diventa un’impresa! C’è chi distingue tra umanitarismo (più legato all’emergenza e neutrale verso le autorità) e solidarietà vera e propria (che punta alla giustizia sociale, spesso sfidando le strutture di potere esistenti). Quest’ultima, per alcuni, è una pratica trasformativa, che cerca di superare la divisione tra “noi” e “loro”, enfatizzando ciò che ci accomuna.
Ma la realtà è più sfumata. Queste categorie non sono compartimenti stagni. Spesso vediamo forme ibride: organizzazioni umanitarie che prendono posizioni politiche, gruppi informali che si professionalizzano, collaborazioni e competizioni tra diversi attori. È un mondo “in movimento”, proprio come le persone che cerca di supportare.

Perché la Solidarietà si Moltiplica? Oltre il Declino del Welfare
Una spiegazione comune per questa esplosione di attivismo pro-migranti è il presunto arretramento dello Stato sociale, il declino del welfare. Certo, il welfare state tradizionalmente definisce i confini della solidarietà interna a una società, stabilendo chi ha diritto a cosa. E sì, l’assistenza ai migranti, come sottolineato anche dal Global Compact for Migration del 2018, dovrebbe essere un compito dello Stato (servizi medici, giustizia, istruzione…).
Eppure, vediamo queste forme di solidarietà non statale fiorire ovunque: ai margini della società, in spazi infra o sovranazionali dove lo Stato ha meno obblighi, ma anche nel cuore pulsante delle nostre città globali. Quindi, la semplice equazione “meno Stato = più solidarietà dal basso” non regge completamente.
Per capire davvero cosa sta succedendo, dobbiamo ampliare lo sguardo. Non basta guardare a cosa fanno questi attori, ma dobbiamo chiederci dove e quando agiscono. La mia proposta, seguendo un approccio che guarda alle strutture e all’azione individuale, è che lo spazio e il tempo di questo impegno sono sia il risultato degli “atti di solidarietà” stessi, sia delle strutture politiche in cui sono immersi.
In parole povere: credo che le nuove forme di attivismo pro-migranti siano una conseguenza diretta della trasformazione dello Stato e delle sue politiche migratorie. I nuovi controlli alle frontiere, l’esternalizzazione delle politiche, la sorveglianza interna… tutto questo ha cambiato lo spazio-tempo dell’azione (e dell’inazione) statale, aprendo, di riflesso, nuovi campi d’azione per gli attori della solidarietà. Dobbiamo superare il “nazionalismo metodologico” e il “localismo” che spesso limitano la ricerca, e inserire queste trasformazioni della solidarietà in un quadro più ampio: quello della mutazione della statualità stessa.
Lo Spazio e il Tempo della Solidarietà: Una Questione di Scala
Per afferrare queste dinamiche, prendo in prestito un concetto affascinante dalla geografia: quello di “scala” e “ridimensionamento” (rescaling). Tradizionalmente, la scala era vista come un contenitore (globale, nazionale, locale…). Ma studiosi come Neil Brenner ci hanno insegnato a vederla come una dimensione socialmente prodotta e quindi malleabile, risultato di processi come la produzione capitalista, la regolamentazione statale e le lotte socio-politiche.
Il “ridimensionamento dello Stato” (rescaling of statehood) ha creato una nuova geografia del potere, un “mosaico” complesso di gerarchie interscalari sovrapposte e interconnesse. Pensate all'”Europa arcipelago” di Brenner, che collega siti strategici subnazionali in una rete urbana transnazionale, creando però anche nuove zone di marginalizzazione.
Questo ridimensionamento dello Stato ha effetti diretti sulla governance delle migrazioni e, di conseguenza, sulla solidarietà. Ha rinnovato l’interesse per il livello locale come sito strategico dove la solidarietà può manifestarsi. Pensiamo ai movimenti “Sanctuary” (rifugio), che spesso operano a livello subnazionale, proprio perché cercano di creare spazi di protezione dal potere statale centrale.

La prossimità spaziale è spesso la scintilla iniziale: i residenti che vedono i nuovi arrivati nel loro quartiere, nella loro città di confine (come Ventimiglia, studiata da Trucco, o le zone di confine libanesi-siriane analizzate da Allegrini). L’azione solidale si lega a spazi familiari, al “luogo del vicino”. I volontari mobilitano il loro “capitale di rete”, le loro connessioni locali, quello che alcuni chiamano “capitale autoctono”.
Ma attenzione, il locale non è isolato. Questi volontari sono connessi con l’esterno: le comunità di origine dei migranti, le reti sociali a cui appartengono, le organizzazioni internazionali e le istituzioni nazionali. La solidarietà con chi è in movimento scardina le vecchie scale (nazionali) di mobilitazione e produce nuove configurazioni scalari, a livello subnazionale e trans-locale. È un processo dinamico, una continua (ri)produzione o contestazione degli spazi esistenti della solidarietà.
L'”Industria” della Solidarietà e gli Spazi Vuoti Lasciati dallo Stato
Non possiamo ignorare come la gestione pubblica sia cambiata. Sotto la spinta neoliberista, lo Stato ha spesso “esternalizzato” funzioni al settore privato, a organizzazioni della società civile, ad agenzie semi-pubbliche, a enti locali o internazionali. Partenariati pubblico-privato e accordi contrattuali tra attori multiscalari sono diventati la norma.
La mia ipotesi è che anche la solidarietà sia influenzata da questa trasformazione delle strutture statali, specialmente nel campo della migrazione e integrazione. Pensiamo alla gestione delle frontiere: gli Stati occidentali esternalizzano i controlli o tracciano i lavoratori senza documenti all’interno; gli Stati di origine cercano i loro cittadini all’estero per le rimesse o per controllare il dissenso. Tutto questo richiede accordi con attori non statali, incluse ONG e società civile.
Negli “hot spot” del Mediterraneo, vediamo un mix di agenzie di sicurezza e organizzazioni umanitarie. Nei paesi di arrivo, l’accoglienza è spesso delegata a organizzazioni di volontariato. Perfino le politiche di integrazione hanno visto una “svolta locale”, con i comuni che assumono un ruolo maggiore, ridisegnando i rapporti con le associazioni locali. Questo accade ovunque, non solo in Europa.
Questo processo ha fatto nascere quella che chiamo “industria umanitaria” o “industria della solidarietà”. Uso il termine “industria” per sottolineare che, accanto alla solidarietà del welfare e ai movimenti spontanei, l’impegno pro-migranti è diventato una fonte di reddito per molti attori, spesso grazie a finanziamenti pubblici. Le autorità non solo hanno creato nuove fonti di finanziamento, ma hanno anche introdotto nuove giustificazioni che legano controllo delle frontiere e protezione dei migranti vulnerabili (parole come vulnerabilità, co-sviluppo, empowerment…).
Ma le politiche migratorie sono selettive. Lasciano fuori molti: chi ha il permesso scaduto, i minori non riconosciuti, i richiedenti asilo respinti, chi avrebbe diritto a un alloggio ma non lo trova… In questi spazi di inazione statale, è emerso un settore volontario per colmare il vuoto. Questo avviene nei paesi di arrivo (grandi città, piccole città coinvolte nella dispersione dei richiedenti asilo) ma anche nei paesi di origine (organizzazioni che si occupano dei rimpatriati o commemorano chi muore lungo le rotte).
Questo secondo campo è più variegato, include gruppi informali, collettivi di quartiere, attivisti online. Insieme alle associazioni formali, formano un campo di solidarietà multiscalare. Alcuni si dichiarano apolitici, motivati solo dall’impossibilità di restare passivi.
Quindi, le politiche statali, con ciò che fanno e ciò che non fanno, hanno strutturato la solidarietà verso i migranti in due grandi settori: un'”industria” formale che partecipa all’implementazione delle politiche, e un campo più informale (ma non solo) che riempie i vuoti, a volte in modo più sovversivo. Ma, come dicevo, la divisione non è netta, c’è un continuum, un “bricolage” informale di attori e pratiche.

Luoghi Chiave e Momenti Cruciali: Dove e Quando Nasce la Solidarietà
Se vogliamo capire come si trasformano la solidarietà e lo Stato, dobbiamo chiederci: dove si svolgono queste azioni? Ci sono luoghi che sembrano catalizzare la solidarietà più di altri.
Le città sono “incubatrici relazionali”: la densità di persone, risorse, diversità facilita la creazione di legami (forti e deboli) e l’organizzazione. Offrono “strutture di opportunità”: alleanze favorevoli, élite divise, presenza di alleati importanti. Le città possono persino generare solidarietà che supera i legami etnici, come dimostrano studi su Los Angeles o San Francisco Bay. Le reti di città (come quelle europee) favoriscono anche la mobilità delle pratiche solidali in una dinamica trans-locale.
Poi ci sono i luoghi marginali: campi, centri di detenzione, zone di confine. Questi non sono solo spazi di esclusione, ma anche “siti critici” dove si materializzano le logiche escludenti e dove, allo stesso tempo, nascono forme di resistenza e cittadinanza dal basso. Studiare la solidarietà in questi luoghi ci aiuta a capire le lotte dei migranti e a sfidare le nozioni convenzionali di cittadinanza e controllo. Il confine stesso, come mostra Trucco a Ventimiglia, diventa un luogo complesso, non solo territoriale ma anche legale e morale, che i volontari navigano tra obbedienza e disobbedienza. Questi luoghi non sono isolati, ma nodi in una rete più ampia. Gli attori della solidarietà portano con sé strumenti (know-how, reti) che sono mobili quanto loro.
E il tempo? La dimensione temporale è fondamentale.
- Le cosiddette crisi migratorie (guerra siriana, Ucraina) sono momenti privilegiati per l’espressione della solidarietà.
- L’agenda politica: riforme, cancellazioni, implementazioni di politiche scatenano mobilitazioni, sia per accedere a nuove risorse sia per contestare misure peggiorative (“etnicità reattiva”).
- La storia interna della solidarietà: le esperienze passate influenzano le azioni presenti. Confrontare la risposta ungherese ai rifugiati del 2015 e a quelli ucraini del 2022 mostra come le esperienze pregresse condizionino le risposte, anche se non sempre in continuità. Il tempo permette agli attori di capitalizzare esperienze, negoziare, guadagnare controllo.
“Atti” di Solidarietà: Gesti Spontanei o Semi di Cambiamento?
Mi piace pensare agli “atti di solidarietà” ispirandomi agli “atti di cittadinanza” di Engin Isin. Sono quei momenti specifici in cui, indipendentemente dallo status, le persone si costituiscono come soggetti che agiscono solidalmente, spesso reagendo a circostanze immediate. Sono momenti in cui si afferma, forse, “il diritto ad avere diritti”.
Questi atti possono nascere in risposta a un’emergenza, come l’apertura di uno squat per dare rifugio a richiedenti asilo senza casa. Ma poi sorge il dilemma: istituzionalizzare l’impegno (scendendo a compromessi con le autorità) o chiudere, rischiando di abbandonare chi ha ancora bisogno? L’esperienza e l’istituzionalizzazione possono portare a una diminuzione della contestazione. A volte, chi ha guidato movimenti di protesta cerca poi forme di solidarietà più radicate nella comunità, meno rischiose.

Gli atti di solidarietà esistono in momenti e spazi precisi. Possono svanire o istituzionalizzarsi. Possono essere visti come una denuncia del vuoto lasciato dallo Stato, un modo per dire: “Qui lo Stato non ha fatto il suo dovere”. La ripetizione di questi atti, magari dalle stesse persone in contesti diversi, può creare una sorta di continuità, quasi un’istituzionalizzazione di nuovi “fornitori” di solidarietà. E non dimentichiamo che molti attori ricevono fondi (spesso pubblici) proprio per riempire questi vuoti. Anche i gruppi più informali e contestatori, però, partecipano a definire cosa sia la solidarietà oggi.
In conclusione, per capire come cambia la solidarietà, dobbiamo guardare a come cambia lo Stato e le sue relazioni con l’esterno. Lo Stato si riconfigura, si disimpegna da certi ambiti, ma allo stesso tempo finanzia un'”industria” della solidarietà. Accanto a questa, ci sono movimenti spontanei e atti di resistenza. La solidarietà nel contesto migratorio è un prisma complesso, che interseca migrazioni internazionali e transnazionalismo.
Abbiamo visto quanto siano cruciali le dimensioni spaziali (città, confini, campi, reti trans-locali) e temporali (crisi, politiche, storia pregressa). Capire questa congiuntura di spazio e tempo è fondamentale per chiunque sia coinvolto in atti di solidarietà, perché ci dà indizi sul contesto, sull’efficacia e sulla sostenibilità di questi sforzi. È un campo in continua evoluzione, e spero che questa riflessione ci aiuti a navigarlo con più consapevolezza.
Fonte: Springer
