Sjögren e Cervello: Cosa Succede Davvero? Scoperte Inedite dalla Risonanza Magnetica
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa di affascinante e un po’ misterioso: cosa succede nel cervello delle persone che convivono con la Sindrome di Sjögren primaria (pSS). Molti conoscono questa condizione per i sintomi più comuni, come la secchezza degli occhi e della bocca, ma forse non tutti sanno che può portare anche a una serie di sintomi neuropsicologici, in particolare difficoltà cognitive. Il problema è che, fino ad ora, capire *come* esattamente il sistema nervoso centrale venga danneggiato è stato un bel rompicapo.
Ecco perché mi ha colpito uno studio recente che ha provato a fare luce su questo aspetto, utilizzando tecniche di imaging cerebrale all’avanguardia. L’obiettivo? Analizzare le differenze nella funzione cerebrale regionale tra pazienti con pSS e persone sane (controlli sani, o HC), sperando di svelare i meccanismi nascosti dietro questi sintomi.
Come “fotografare” il cervello al lavoro?
Per indagare, i ricercatori hanno usato la Risonanza Magnetica Funzionale a riposo (rs-fMRI). Pensatela come un modo per “ascoltare” l’attività spontanea del cervello mentre una persona è tranquilla, senza fare nulla di specifico. È una tecnica non invasiva, ben tollerata e affidabile. Misura le fluttuazioni nel livello di ossigeno nel sangue (segnale BOLD), che riflettono l’attività neurale.
Nello specifico, si sono concentrati su due metriche principali derivate dalla rs-fMRI, che valutano l’attività cerebrale da due prospettive diverse (la cosiddetta “segregazione funzionale”, che guarda a regioni specifiche):
- fALFF (fractional Amplitude of Low-Frequency Fluctuation): Questa misura ci dice quanto è intensa l’attività spontanea in una specifica area del cervello, in una certa gamma di frequenze. È una versione migliorata di un indice precedente (ALFF) perché è meno disturbata da “rumori” fisiologici come il respiro o il battito cardiaco.
- ReHo (Regional Homogeneity): Questa misura valuta quanto l’attività di un piccolo gruppo di neuroni vicini sia sincronizzata nel tempo. Un valore alto suggerisce una buona coerenza locale.
La vera novità di questo studio è che non si sono limitati a guardare queste metriche in modo “statico”, cioè come una media su tutto il tempo della scansione. Hanno anche usato un approccio “dinamico”, analizzando come fALFF e ReHo cambiano nel tempo, usando una tecnica a “finestra mobile”. Immaginate di guardare un filmato dell’attività cerebrale invece di una singola fotografia: questo approccio dinamico (dfALFF e dReHo) può catturare informazioni preziose che altrimenti andrebbero perse.
Lo studio nel dettaglio: chi ha partecipato e cosa si è misurato
I ricercatori hanno reclutato, con criteri molto specifici, 68 pazienti con pSS e 69 controlli sani. Oltre alla scansione rs-fMRI, tutti i partecipanti hanno completato una serie di test neuropsicologici per valutare:
- Funzioni cognitive generali (MMSE)
- Ansia (SAS) e depressione (SDS)
- Attenzione e velocità di elaborazione delle informazioni (DST)
- Abilità psicomotoria (NCT-A)
Sono stati raccolti anche dati clinici e di laboratorio, come la durata della malattia e i livelli di specifici anticorpi.

Cosa abbiamo scoperto? Le differenze statiche
Analizzando i dati “statici”, sono emerse differenze interessanti. Nei pazienti con pSS, si è osservato:
- Un aumento del valore di sfALFF (intensità dell’attività) nell’area motoria supplementare destra (SMA_R). Quest’area è coinvolta nella pianificazione ed esecuzione dei movimenti, ma anche in processi cognitivi. Un aumento potrebbe indicare un meccanismo compensatorio.
- Una diminuzione significativa del valore di sReHo (coerenza locale) in tre aree:
- Il giro frontale orbitale medio sinistro (Frontal_Med_Orb_L): parte della corteccia prefrontale, cruciale per cognizione, emozioni e decision-making. Una ridotta coerenza qui potrebbe legarsi a deficit di attenzione, memoria e funzioni esecutive.
- Il nucleo caudato sinistro (CAU_L): parte dei gangli della base, importante per il controllo motorio, ma anche per apprendimento, memoria ed emozioni. Una ridotta coerenza potrebbe riflettere problemi nell’elaborazione delle informazioni o nel controllo emotivo.
- Il lobo del precuneo destro (PCUN_R): un’area affascinante, coinvolta nell’integrazione visuo-spaziale, nell’elaborazione di informazioni legate a sé e nell’attenzione. È anche un nodo chiave del “default mode network”, attivo quando siamo a riposo. Una ridotta coerenza qui è una scoperta nuova per la pSS e potrebbe legarsi a difficoltà visuo-spaziali o a problemi cognitivi più generali.
E le differenze dinamiche? Nuovi indizi
Passando all’analisi “dinamica”, sono emerse altre differenze, in aree diverse da quelle statiche! Questo conferma l’utilità di usare entrambi gli approcci. Nei pazienti pSS si è visto:
- Un aumento del valore di dfALFF (variabilità dell’intensità) nell’area motoria supplementare sinistra (SMA_L). Ritrovare l’SMA, anche se nel lato opposto e con una metrica dinamica, rafforza l’idea che quest’area sia particolarmente coinvolta. L’aumento della variabilità potrebbe legarsi a una minore stabilità nella regolazione emotiva o cognitiva.
- Un aumento del valore di dReHo (variabilità della coerenza) nel giro frontale superiore dorsolaterale destro (Frontal_Sup_R). Quest’area è fondamentale per il controllo esecutivo, l’attenzione e la memoria di lavoro. Un aumento della variabilità della coerenza qui potrebbe anch’esso indicare un tentativo di compensazione o una disfunzione nell’attività coordinata necessaria per queste funzioni cognitive superiori.

Il legame tra cervello e sintomi cognitivi
Ma la parte forse più intrigante è quando i ricercatori hanno cercato correlazioni tra queste alterazioni cerebrali e i punteggi ottenuti nei test neuropsicologici. Ebbene, ne hanno trovate due significative:
- Il valore di sReHo nel precuneo destro (PCUN_R) era negativamente correlato con i punteggi del test NCT-A. In pratica: minore era la coerenza dell’attività in quest’area, più tempo impiegavano i pazienti a completare il test (che misura l’abilità psicomotoria e l’attenzione). Questo supporta l’idea che la disfunzione del precuneo contribuisca ai deficit cognitivi nella pSS.
- Il valore di dReHo nel giro frontale superiore dorsolaterale destro (Frontal_Sup_R) era negativamente correlato con i punteggi del test DST. Qui la faccenda è un po’ più complessa: una performance peggiore al test (che misura attenzione e velocità di elaborazione) corrispondeva a una maggiore variabilità della coerenza neurale in quest’area frontale. Gli autori ipotizzano che questa maggiore “instabilità” o variabilità possa riflettere un meccanismo compensatorio che il cervello mette in atto per cercare di far fronte alle difficoltà, anche se non sempre con successo.
È interessante notare che, in questo studio, non sono state trovate correlazioni significative tra le alterazioni cerebrali e la durata della malattia, i marcatori di laboratorio (come gli anticorpi anti-SSA/SSB) o il tipo di trattamento ricevuto. Questo potrebbe dipendere dalla dimensione del campione, ancora relativamente piccola per studi di imaging, o dal fatto che i trattamenti attuali non sono specificamente mirati al sistema nervoso.
Limiti e prospettive future
Come ogni ricerca, anche questa ha i suoi limiti. È stata condotta in un unico centro, e non ha potuto valutare sintomi importanti come la fatica o i disturbi del sonno, né analizzare sottogruppi di pazienti in base all’attività di malattia o al trattamento, a causa del numero di partecipanti.
Tuttavia, i risultati sono davvero promettenti. Per la prima volta, combinando misure statiche e dinamiche di fALFF e ReHo, abbiamo una visione più completa e sfumata di come la funzione cerebrale sia alterata nella Sindrome di Sjögren primaria. Le aree identificate (SMA, giro frontale orbitale, nucleo caudato, precuneo, giro frontale dorsolaterale) sono tutte plausibilmente legate ai sintomi cognitivi ed emotivi riportati dai pazienti.

La cosa affascinante è che le metriche statiche e dinamiche sembrano sensibili ad anomalie in regioni cerebrali diverse, suggerendo che ci forniscono informazioni complementari. Usarle insieme ci permette di studiare in modo più approfondito i cambiamenti funzionali locali nel cervello dei pazienti con pSS.
Questo studio apre la strada a future ricerche, magari multicentriche e con campioni più ampi, per confermare questi risultati e capire ancora meglio i meccanismi alla base del danno al sistema nervoso centrale nella pSS. L’obiettivo finale? Trovare modi per diagnosticare precocemente questi problemi e, speriamo, sviluppare terapie più mirate per migliorare la qualità di vita di chi convive con questa complessa condizione autoimmune. È un viaggio affascinante nel nostro organo più complesso, e siamo solo all’inizio!
Fonte: Springer
