Veduta panoramica del paesaggio desertico del New Mexico al tramonto, con montagne rocciose in lontananza e yucca in primo piano, cielo con sfumature arancioni e viola, evocando il contesto geografico e culturale delle comunità Nativi Americani. Obiettivo grandangolare 18mm, lunga esposizione per cielo setoso, focus nitido sul paesaggio.

Screening del Cancro Colon-Rettale: Voce alle Comunità Nativi Americani del New Mexico

Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio un po’ particolare, nel cuore del New Mexico, per parlare di un tema di salute cruciale: lo screening del cancro colon-rettale (CRC). Perché proprio lì e perché è così importante? Beh, perché le comunità Nativi Americani (American Indian) affrontano tassi più bassi di screening e disparità preoccupanti nell’incidenza e mortalità per questo tipo di cancro rispetto ad altre popolazioni negli Stati Uniti. È una questione urgente di salute pubblica che merita tutta la nostra attenzione.

Sappiamo che esistono interventi efficaci, basati sull’evidenza, per lo screening del CRC. Ma la vera sfida, quella che mi affascina e mi spinge a scavare più a fondo, è capire come implementare questi interventi in modo che funzionino davvero per le comunità Nativi Americani, tenendo conto del loro contesto specifico, delle loro preferenze, della loro storia. Non si tratta solo di offrire un test, ma di creare un percorso che sia accessibile, rispettoso e, soprattutto, efficace.

Un Approccio Collaborativo: Ascoltare le Comunità

Per affrontare questa sfida, abbiamo scelto un approccio che metto sempre al primo posto: la ricerca partecipativa basata sulla comunità (CBPR). Niente decisioni calate dall’alto, ma un lavoro fianco a fianco con due comunità Nativi Americani del New Mexico e le loro strutture sanitarie tribali. L’obiettivo? Capire a fondo il contesto, le sfide e le opportunità direttamente da chi le vive ogni giorno.

Come abbiamo fatto? Semplice: abbiamo parlato con le persone. Abbiamo organizzato focus group coinvolgendo due gruppi fondamentali:

  • Membri della comunità: persone comuni, anziani, giovani, uomini e donne.
  • Professionisti sanitari: personale, medici, infermieri che lavorano nelle strutture sanitarie tribali.

Abbiamo ascoltato attentamente le loro voci, le loro esperienze, le loro preoccupazioni e le loro idee. Analizzando le trascrizioni e gli appunti di queste discussioni, usando un approccio di “grounded theory” (che significa far emergere le teorie dai dati, non imporle dall’alto), abbiamo cercato di mappare i fattori che influenzano lo screening del CRC su più livelli, proprio come un ecosistema complesso.

In totale, abbiamo realizzato sei focus group e sessioni di ascolto, parlando con 15 professionisti sanitari e ben 65 membri delle comunità. E quello che è emerso è un quadro ricco e sfaccettato, che tocca corde individuali, interpersonali e di sistema.

A Livello Individuale: Paure, Conoscenza e Prevenzione

Partiamo dall’individuo. Molti partecipanti hanno sottolineato di capire l’importanza dello screening come strumento di prevenzione, anche quando ci si sente perfettamente in salute. Questo è un punto fondamentale! Tuttavia, emergono anche ostacoli significativi. La paura è una barriera potente: paura della diagnosi di cancro, paura della procedura stessa, paura di provare dolore. Come ha detto un professionista sanitario: “La paura di essere feriti o di ciò che dovranno sopportare, penso sia una grande barriera… specialmente per gli uomini, che tradizionalmente potrebbero non sentirsi a proprio agio a parlare di certe parti del corpo con una donna.”

Questa paura spesso si nutre di mancanza di informazioni accurate o, peggio, di disinformazione. Un membro della comunità ha espresso chiaramente la necessità di un’informazione più chiara e comprensibile: “C’è molta informazione e disinformazione… Devono lavorare di più per far arrivare l’informazione corretta che tutti capiscano riguardo ai servizi.”

Un’altra sfida, evidenziata dai professionisti, è promuovere la prevenzione quando le persone non hanno sintomi. “Come misura preventiva, non penso che molte persone capiscano [lo screening]… lo vedono come la cosa peggiore, come la rilevazione [del cancro], e ‘non voglio saperlo’.” E dal punto di vista della comunità, soprattutto per gli uomini, l’idea è: se mi sento bene, perché dovrei andare dal dottore?

Ritratto fotografico di un uomo anziano Nativo Americano in New Mexico, espressione pensierosa ma aperta, luce naturale laterale che evidenzia le rughe del viso, sfondo leggermente sfocato di un ambiente domestico tradizionale, obiettivo 50mm, profondità di campo media, colori naturali e caldi.

Come superare questi scogli? Molti membri della comunità hanno suggerito di puntare sull’educazione, coinvolgendo anche le generazioni più giovani. L’apprendimento intergenerazionale, dove i più giovani insegnano ai più anziani (genitori, nonni) l’importanza della prevenzione, magari usando la lingua nativa, è visto come una strategia promettente. “Puoi accogliere un membro della famiglia con il paziente in modo che glielo spieghi nella nostra lingua, il che sarebbe un altro modo.”

È essenziale collegare lo screening alla prevenzione e normalizzare il concetto, come suggerito da un operatore sanitario che paragona lo screening CRC alla mammografia: “È solo un test di screening per assicurarsi che tutto sia a posto, non per trovare un cancro, ma per assicurarsi che tutto sia a posto.” E per gli uomini? L’idea di “giornate del benessere maschile”, simili a quelle per le donne, è emersa come un modo per creare uno spazio dedicato e incoraggiare la partecipazione.

A Livello Interpersonale: Il Potere delle Relazioni e delle Storie

Passiamo ora alle relazioni. Qui il quadro si fa ancora più interessante. Il supporto interpersonale dalla comunità è risultato fondamentale, specialmente quando emergono problemi nel rapporto paziente-operatore. E purtroppo, questi problemi esistono. Alcuni membri della comunità hanno parlato di sfiducia legata all’alto turnover del personale sanitario nelle cliniche tribali e a esperienze negative. “Che tipo di fiducia c’è? Di chi ti fidi allora se non sono disposti ad aiutarti?” ha chiesto amaramente un partecipante, raccontando esperienze di presunta discriminazione basata sull’assicurazione sanitaria.

Questa mancanza di fiducia può spiegare perché le persone desiderino imparare dalle esperienze di altri membri della tribù, visti come modelli di ruolo. Ascoltare le storie di chi ha già fatto lo screening, superando imbarazzo ed esitazione, è un potente motore di motivazione. Un uomo ha condiviso: “Dico alle persone che ci sono passato e le incoraggio… Non è imbarazzante. Stiamo invecchiando. Perché dovremmo essere imbarazzati?”

Anche i professionisti sanitari riconoscono il potere del supporto sociale e delle storie condivise. Avere portavoce all’interno della comunità, persone che “hanno camminato su quel sentiero”, può essere più efficace di qualsiasi esperto esterno. “Sento che a volte sarebbe più efficace che avere noi, che siamo esterni, venire e cercare di dire: ‘Ecco come vi consigliamo di fare questo… fidatevi di noi ora, per favore’.”

Fotografia di un gruppo di discussione (focus group) in un centro comunitario Nativo Americano, persone di età diverse sedute in cerchio, un facilitatore prende appunti, atmosfera collaborativa e di ascolto, luce naturale da finestre ampie, obiettivo 28mm per includere il gruppo e l'ambiente, colori vivaci negli abiti tradizionali.

Non dimentichiamo il ruolo dei partner nel spingere le persone a farsi controllare e l’importanza di sentirsi parte di una comunità, di sapere di non essere soli ad affrontare certe sfide, come l’avere un A1C alto nel diabete. “Se le persone sanno di non essere sole nell’affrontare quello che stanno affrontando, sembra avere una sorta di rassicurazione molto potente in questa comunità…”

A Livello di Sistema Sanitario: Ostacoli e Opportunità

Infine, arriviamo al sistema sanitario. Qui le sfide sono tangibili. I professionisti hanno evidenziato la necessità di sistemi di supporto più robusti per coordinare l’assistenza preventiva. I promemoria per pazienti e operatori, ad esempio, non vengono usati in modo consistente per lo screening CRC, nonostante siano efficaci per altre cose come i vaccini antinfluenzali. “Sai come hanno quei [promemoria per] i vaccini antinfluenzali? Perché non hanno qualcosa del genere? ‘Vieni a fare il tuo…'” ha suggerito un membro della comunità.

Un’opportunità interessante è integrare lo screening CRC con iniziative cliniche già esistenti, come quelle per il diabete, una patologia molto diffusa in queste comunità. Ma ci sono anche problemi tecnologici. Sebbene esistano sistemi elettronici per registrare i dati dello screening, le modalità di raccolta e inserimento dei dati sono spesso problematiche, portando a informazioni inaccurate o non aggiornate sullo stato dello screening di un paziente. “A volte facciamo le colonscopie, ma poi nessuno le inserisce nella casella giusta nel computer… Non è solo che non lo stiamo facendo; è come vengono raccolti i dati il problema.”

La mancanza di coordinatori dedicati che possano seguire attivamente i pazienti, ricordare loro gli screening necessari e gestire i riferimenti per esami diagnostici (come la colonscopia dopo un test delle feci positivo) è un altro punto dolente. Il follow-up è complicato dalla necessità di coordinarsi con diverse organizzazioni sanitarie esterne (laboratori, cliniche per colonscopie) e dalla mancanza di canali di comunicazione fluidi. “Potremmo avere qualcuno con un cancro al seno che viene perso perché non riceviamo i referti… Nessuno sta controllando.”

Fotografia di interni di una clinica sanitaria tribale, un corridoio con porte di ambulatori, segnaletica bilingue (inglese/lingua nativa), un operatore sanitario in camice che cammina, luce artificiale chiara ma funzionale, obiettivo 35mm, messa a fuoco nitida sull'ambiente clinico.

Dal punto di vista dei pazienti, i lunghi tempi di attesa, le inefficienze nella gestione delle visite e del follow-up minano la fiducia e scoraggiano la ricerca di cure. Molti hanno espresso il desiderio che le cliniche diano priorità ai membri della tribù rispetto ai non-membri o a chi ha assicurazioni private.

Nonostante tutte queste sfide, legate anche alla storica e cronica sottofinanziamento dell’Indian Health Service (IHS), c’è una nota positiva: il supporto e l’interesse da parte della leadership e dello staff delle cliniche per migliorare i sistemi e i processi. C’è la volontà di aumentare i tassi di screening, considerati una priorità.

Mettere Insieme i Pezzi: Cosa Abbiamo Imparato?

Questo studio, uno dei pochi a usare un approccio qualitativo per esplorare così a fondo il contesto dell’implementazione dello screening CRC nelle strutture sanitarie tribali ascoltando sia i professionisti che i membri della comunità, ci mostra quanto siano interconnessi i fattori individuali, interpersonali e di sistema.

Abbiamo confermato l’importanza delle norme di genere (gli uomini tendono a dare meno priorità alla prevenzione) e delle barriere emotive come la paura e l’imbarazzo. Ma abbiamo anche visto come il tessuto sociale, le storie condivise e il supporto della comunità possano essere leve potentissime per superare questi ostacoli. La figura del “patient navigator” o dell’operatore sanitario di comunità emerge come potenzialmente cruciale.

La comunicazione e la fiducia tra pazienti e operatori sono aree critiche che necessitano di interventi mirati, considerando la storia di sfiducia verso il sistema medico. E, non da ultimo, è fondamentale agire sul sistema: migliorare la tecnologia, la coordinazione delle cure, i processi di follow-up e, idealmente, aumentare le risorse.

Guardando al Futuro: La Strada Verso l’Equità

Cosa ci portiamo a casa da questo viaggio? La consapevolezza che non esistono soluzioni semplici o universali. Per migliorare davvero lo screening del cancro colon-rettale nelle comunità Nativi Americani del New Mexico (e probabilmente altrove), dobbiamo adottare interventi su più livelli, co-sviluppati e radicati nelle prospettive della comunità stessa.

L’approccio partecipativo non è solo un metodo di ricerca, è la chiave per costruire fiducia e sviluppare strategie che siano appropriate, accettabili e sostenibili nel tempo. Il nostro lavoro futuro si concentrerà proprio sull’implementazione e valutazione di questi interventi multilivello, con l’obiettivo finale di ridurre le disparità e promuovere l’equità nella salute. È una sfida complessa, ma ascoltando e lavorando insieme, possiamo fare la differenza.

Fonte: Springer

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