Fotografia realistica di un medico sorridente che spiega le opzioni di screening per il cancro del colon-retto, incluso un kit per il test del DNA fecale, a un paziente afroamericano attento in un ambulatorio luminoso. Obiettivo 50mm, profondità di campo ridotta per focalizzare sui volti, luce calda e accogliente.

Screening Cancro Colon-Retto: Il Test DNA Fecale Piace alla Comunità Afroamericana?

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento super importante, ma di cui forse non si discute abbastanza: lo screening per il cancro del colon-retto (CRC), specialmente all’interno della comunità Nera/Afroamericana. Sapete, questa malattia colpisce in modo sproporzionato questa popolazione negli Stati Uniti, con tassi di incidenza e mortalità più alti rispetto ad altre etnie. Un problema serio, che affonda le radici in questioni complesse come il razzismo strutturale, l’accesso alle cure, la sfiducia nel sistema sanitario e anche scelte di vita individuali. Tutto questo, purtroppo, porta spesso a tassi di screening più bassi e a diagnosi in stadi più avanzati della malattia.

Dopo la pandemia di COVID-19, abbiamo visto un aumento dell’uso di opzioni di screening che si possono fare comodamente a casa. Una di queste è il test del DNA fecale. Ma quanto è accettato questo metodo proprio nella comunità Afroamericana, quella che ne avrebbe più bisogno? È quello che abbiamo cercato di capire con uno studio recente.

Come abbiamo indagato? Con i focus group!

Per capirne di più, abbiamo organizzato dieci focus group in due centri sanitari qualificati a livello federale (FQHCs) a Milwaukee, Wisconsin. Questi centri sono fondamentali perché servono comunità spesso svantaggiate. Abbiamo coinvolto 79 partecipanti Afroamericani, dividendoli in gruppi basati su età (40-50 anni, i “più giovani”, e sopra i 50, i “più anziani”) e genere (uomini e donne). Volevamo sentire le voci di tutti.

All’inizio di ogni sessione, abbiamo fornito materiale informativo sui diversi metodi di screening per il CRC – sapete, ce ne sono diversi raccomandati:

  • Test immunochimico fecale (FIT) ogni anno
  • Test del DNA fecale ogni 1-3 anni
  • Colonscopia ogni 10 anni
  • Colonografia TC ogni 5 anni
  • Sigmoidoscopia flessibile ogni 5 anni (o ogni 10 anni + FIT annuale)
  • Test del sangue occulto nelle feci ad alta sensibilità (HSgFOBT) ogni anno
  • E dal 2024, anche un test del DNA libero circolante basato sul sangue!

Abbiamo mostrato anche un video educativo specifico sul test del DNA fecale e poi abbiamo aperto la discussione con domande mirate: cosa sapevano già? Che esperienze avevano avuto? Cosa ne pensavano dei vari test?

La sorpresa: poca consapevolezza, ma tanta apertura

Una delle prime cose emerse è stata una generale scarsa conoscenza sia del proprio rischio personale di sviluppare il cancro del colon-retto, sia delle opzioni di screening disponibili. Questo era particolarmente vero tra i partecipanti più giovani. E sul test del DNA fecale? Praticamente un buco nero informativo per quasi tutti! Molti non sapevano nemmeno che esistesse o come funzionasse (rileva non solo sangue occulto come il FIT, ma anche specifici biomarcatori molecolari del DNA legati al cancro).

Nonostante questa mancanza di informazioni iniziali, la reazione è stata interessante. La maggior parte dei partecipanti ha indicato la colonscopia come prima scelta, se dovessero scegliere. È un test che conoscono di più, forse perché è in uso da più tempo (dal 1998, contro il 2014 per FIT e DNA fecale). Tuttavia, si sono mostrati molto aperti a considerare anche altri metodi, specialmente dopo aver ricevuto le spiegazioni.

Un gruppo eterogeneo di persone afroamericane di mezza età e anziane che partecipano attivamente a una discussione in un focus group all'interno di un centro sanitario comunitario accogliente. Luce naturale soffusa. Obiettivo prime 35mm, profondità di campo media per mantenere a fuoco i partecipanti principali ma sfocare leggermente lo sfondo. Atmosfera di fiducia e condivisione.

Il Test DNA Fecale: promosso, soprattutto dai giovani

E qui arriva il bello: il test del DNA fecale è risultato generalmente accettabile per tutti i gruppi. Anzi, è stato preferito in misura maggiore dai partecipanti più giovani (40-50 anni) rispetto a quelli più anziani. Tra gli uomini più giovani, le preferenze si sono divise quasi a metà: 50% colonscopia, 50% test DNA fecale. Tra le donne più giovani, la colonscopia ha avuto una leggera preferenza (53%), ma il test DNA fecale seguiva a ruota (47%).

Tra i partecipanti più anziani (sopra i 50), la colonscopia è rimasta la scelta dominante (70% uomini, 64% donne), ma il test DNA fecale è stato comunque scelto da una fetta significativa (22% uomini, 21% donne). È interessante notare che solo nei gruppi più anziani qualcuno ha scelto il test FIT come preferito (9% uomini, 14% donne). Nessuno dei giovani lo ha indicato come prima scelta.

Perché queste scelte? Convenienza vs. Accuratezza

Le ragioni dietro queste preferenze sono state varie e illuminanti. Abbiamo identificato alcuni fattori chiave:

  • Convenienza: Questo è stato il fattore più citato in assoluto (tranne che per gli uomini giovani). L’idea di poter fare il test a casa, senza prendere permessi dal lavoro o affrontare la preparazione per la colonscopia, è piaciuta molto, specialmente parlando dei test FIT e DNA fecale. Una partecipante ha detto del FIT: “Per me, questo è così semplice. Hanno detto che potevo farlo a casa… preferisco provare a fare il test FIT. È stato facile e conveniente.”
  • Accuratezza/Efficacia: Citata sia per la colonscopia che per il test DNA fecale. Molti non conoscevano le differenze di accuratezza prima della discussione. Una volta informati, questo è diventato un fattore importante. Un partecipante ha detto del test DNA fecale: “Penso che ti faccia sentire meglio, ti dia più dettagli, accuratezza nel sapere se ce l’hai o no. Questo ti porta, se ce l’hai, alla colonscopia”. La maggiore accuratezza del test DNA fecale rispetto al FIT è stata apprezzata.
  • “One-stop shop”: Un termine usato dai partecipanti per descrivere la colonscopia, ovvero la capacità di fare screening, diagnosi e rimozione di eventuali lesioni sospette in un’unica procedura. “Tagliare l’intermediario”, come ha detto qualcuno. Questo aspetto è stato sottolineato soprattutto dai più giovani, forse più consapevoli del fatto che un test casalingo positivo richiederebbe comunque una colonscopia di conferma.
  • Eseguito dal medico vs. Non invasivo: Due facce della stessa medaglia riguardo alla colonscopia. Alcuni preferivano l’idea che fosse un esperto a eseguire l’esame (“Con qualcosa di serio come il cancro al colon, sembra che tu voglia davvero fare l’intero processo con un medico”). Altri, invece, erano preoccupati dall’invasività della procedura (“Preferirei fare quello [il test DNA fecale] piuttosto che farmi infilare qualcosa là dietro”). La preferenza per il non invasivo era più marcata tra i giovani.

Primo piano di un kit per il test del DNA fecale appoggiato su un tavolo di legno in un ambiente domestico luminoso e pulito. Accanto al kit, una tazza di caffè fumante e un blocco note. Obiettivo macro 90mm, alta definizione, messa a fuoco precisa sul kit, illuminazione controllata per evidenziare i dettagli del packaging.

Un aspetto interessante: la preoccupazione sull’uso del proprio DNA per il test non è emersa come un problema diffuso. La principale remora riguardo al test DNA fecale era proprio la necessità di una colonscopia successiva in caso di risultato positivo.

Cosa ci portiamo a casa? L’importanza dell’educazione e del dialogo

Questo studio ci dice chiaramente alcune cose. Primo: anche se la colonscopia resta il metodo preferito da molti nella comunità Afroamericana (soprattutto dopo essere stati informati), il test del DNA fecale è un’opzione assolutamente accettabile e valida, specialmente per i più giovani che ne apprezzano la convenienza e la minore invasività, pur riconoscendone l’alta accuratezza.

Secondo, e forse più importante: c’è un bisogno enorme di educazione. La scarsa consapevolezza riscontrata è un campanello d’allarme. Non possiamo aspettarci che le persone aderiscano agli screening se non capiscono il loro rischio, le opzioni disponibili, i pro e i contro di ciascuna. Molti partecipanti hanno espresso gratitudine per le informazioni ricevute durante i focus group, sottolineando come prima pensassero che tutti i test dessero le stesse informazioni.

Questo ci porta dritti alla necessità di un processo decisionale condiviso tra medico e paziente. Con così tante opzioni disponibili, è fondamentale che i medici di base si prendano il tempo per discutere con i loro pazienti, spiegare le alternative e aiutarli a scegliere il test più adatto alle loro esigenze e preferenze.

Infine, il ruolo della comunità. Nei focus group è emerso quanto contino le esperienze condivise, positive o negative che siano. Coinvolgere figure di fiducia all’interno della comunità, come gli operatori sanitari di comunità (community health workers), potrebbe essere una strategia vincente per aumentare l’informazione e, di conseguenza, i tassi di screening. Un approccio basato sul team, che metta al centro l’educazione e la fiducia, sembra essere la strada giusta.

L’obiettivo di raggiungere l’80% di screening nella popolazione target entro il 2018 non è stato raggiunto (siamo al 67% nel 2023), e per colmare questo divario, soprattutto nelle comunità più vulnerabili, dobbiamo lavorare sull’informazione e sull’accessibilità di tutte le opzioni valide, incluso il test del DNA fecale. È un’alternativa comoda, accurata e, come abbiamo visto, ben accetta.

Fonte: Springer

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *