Fotografia di un dentista che utilizza uno scanner intraorale su un modello dentale che presenta un dente con preparazione per perno moncone. L'immagine è un ritratto a 35mm, con un leggero effetto 'film noir' per dare un tocco di drammaticità e focus sulla tecnologia, profondità di campo per sfocare lo sfondo e mettere in risalto lo scanner e il dente.

Scanner Intraorali e Perni Moncone: Quanto Profondo è Troppo Profondo? La Verità sulla Fedeltà delle Scansioni!

Amici dentisti e appassionati di tecnologia dentale, parliamoci chiaro: l’odontoiatria digitale è una figata pazzesca! E quando si tratta di ricostruire denti trattati endodonticamente con perni e monconi, gli scanner intraorali (IOS) sembrano promettere mari e monti. Addio vecchie impronte con paste e pastrocchi, benvenuta precisione e comfort per il paziente. Ma… c’è sempre un “ma”, vero? Quanto sono davvero affidabili questi gioiellini tecnologici quando devono “vedere” in profondità negli spazi per perno, soprattutto se stretti e lunghi? È una domanda che mi (e ci) frullava in testa da un po’, e così abbiamo deciso di vederci chiaro con uno studio in vitro.

La Sfida: Scansionare l’Invisibile (o Quasi)

Vedete, dopo un trattamento canalare, il dente è più fragile. Spesso serve un perno per dare ritenzione alla futura corona. Tradizionalmente, si prende un’impronta, si cola un modello, un lavoraccio. Gli scanner intraorali potrebbero semplificare tutto, ma lo spazio per perno è un ambiente ostile per la luce dello scanner: stretto, profondo, a volte con pareti che riflettono male. La domanda cruciale è: le dimensioni di questo spazio – larghezza e profondità – influenzano quanto bene lo scanner “legge” la situazione? E soprattutto, la profondità che lo scanner rileva corrisponde a quella reale?

Per rispondere, abbiamo preso 20 canini umani (estratti per motivi parodontali, tranquilli!) e li abbiamo trattati endodonticamente. Poi, li abbiamo divisi in gruppi, creando spazi per perno con due diverse larghezze (1.5 mm, che abbiamo chiamato N, e 1.7 mm, chiamato W) e due diverse profondità (6 mm, la S, e 10 mm, la L). In pratica, quattro combinazioni: NS, NL, WS, WL.

Mettiamo alla Prova lo Scanner: Panda P2 Sotto Esame

Abbiamo usato uno scanner intraorale specifico, il Panda P2, che sulla carta promette di arrivare fino a 15-20 mm di profondità. Mica male! Ogni campione è stato scansionato. Poi, per avere un riferimento “aureo”, abbiamo preso anche impronte tradizionali con silicone e le abbiamo digitalizzate con uno scanner da banco super preciso, l’InEos X5. Confrontando i file 3D (STL) ottenuti dai due metodi, potevamo valutare due parametri chiave:

  • Fedeltà (Trueness): Quanto la scansione intraorale era simile a quella di riferimento. Misurata con un valore chiamato RMS (Root Mean Square): più basso è, meglio è.
  • Discrepanza di Profondità Percentuale: Quanto la profondità misurata dallo scanner intraorale si discostava da quella reale.

L’ipotesi di partenza? Che larghezza e profondità non avrebbero fatto una gran differenza. Sarà andata così?

I Risultati: Sorprese e Conferme

Ebbene, i risultati sono stati… interessanti! Partiamo dalla fedeltà (trueness):

  • La larghezza della preparazione? Non ha avuto un impatto significativo sulla fedeltà. Che lo spazio fosse da 1.5 mm o 1.7 mm, l’RMS non cambiava in modo statisticamente rilevante.
  • La profondità, invece, sì! Aumentando la profondità da 6 mm a 10 mm, la fedeltà diminuiva (cioè, l’RMS aumentava). Questo significa che lo scanner faceva più fatica a “copiare” fedelmente le pareti più profonde. Per darvi dei numeri, nel gruppo N (stretto), l’RMS medio passava da circa 52 µm a 6 mm a 94 µm a 10 mm. Nel gruppo W (largo), da 43 µm a 80 µm.

Passiamo alla discrepanza di profondità percentuale:

  • Qui la larghezza ha contato eccome! Preparazioni più larghe (1.7 mm) mostravano una discrepanza di profondità significativamente minore rispetto a quelle più strette (1.5 mm). In pratica, con più spazio, lo scanner “vedeva” meglio fino in fondo.
  • E la profondità? Anche qui, impatto significativo. Aumentando la profondità della preparazione, aumentava anche la discrepanza percentuale. Lo scanner tendeva a “perdere” millimetri più facilmente a 10 mm che a 6 mm. Per esempio, nel gruppo stretto (N), a 6mm la discrepanza era circa del 10%, ma a 10mm schizzava al 33%!

Un altro dato importante: abbiamo trovato una correlazione positiva molto forte tra RMS (l’errore di fedeltà) e la discrepanza di profondità. In parole povere, quando la scansione era meno fedele, era anche più probabile che la profondità rilevata fosse sbagliata. Logico, no?

Macro fotografia di un modello dentale con diversi spazi per perno preparati, alcuni stretti e profondi, altri più larghi e meno profondi. Accanto, la punta di uno scanner intraorale. Obiettivo macro 100mm, alta definizione, illuminazione da studio per evidenziare i dettagli delle preparazioni.

Quindi, la nostra ipotesi iniziale è stata parzialmente smentita. La profondità ha influenzato sia la fedeltà che la discrepanza di profondità, mentre la larghezza ha avuto un ruolo solo sulla discrepanza di profondità.

Cosa Significa Tutto Questo per Noi Dentisti?

Ok, i numeri sono belli, ma che ce ne facciamo in clinica? La buona notizia è che, per quanto riguarda la fedeltà, i valori di RMS ottenuti con il Panda P2 sono rimasti clinicamente accettabili (sotto i 100 µm) per tutti i gruppi. Questo significa che la forma generale dello spazio per perno viene catturata abbastanza bene da permettere la realizzazione di un perno su misura che si adatti correttamente, garantendo lo spazio per il cemento.

Il vero campanello d’allarme suona sulla discrepanza di profondità. Se lo scanner non “vede” tutta la profondità preparata, il perno che ne risulterà sarà più corto. E questo è un problema! Un perno più corto potrebbe non avere la ritenzione adeguata e, cosa ancora più critica, potrebbe lasciare uno spazio vuoto tra la sua estremità apicale e l’otturazione canalare. Questo “gap” apicale non dovrebbe superare i 2 mm, altrimenti c’è il rischio di microinfiltrazioni batteriche e fallimento a lungo termine.
Nel nostro studio, con preparazioni profonde 10 mm, sia quelle strette (NL) che quelle larghe (WL) hanno mostrato una discrepanza di profondità che superava questo limite clinicamente accettabile di 2 mm (il 33% di 10mm è 3.3mm, il 23% è 2.3mm). Per le preparazioni da 6 mm, invece, la discrepanza era accettabile (il 10% di 6mm è 0.6mm, il 4% è 0.24mm).

Perché Succede Questo? Luci, Ombre e Angoli

Ma perché lo scanner fa più fatica in profondità? Immaginate di dover illuminare un pozzo stretto e profondo con una torcia: la luce fatica ad arrivare in fondo e a riflettersi indietro. Lo scanner intraorale funziona un po’ così. Più la preparazione è profonda e stretta, più è difficile per la luce emessa dallo scanner raggiungere l’apice e tornare indietro al sensore. Le pareti possono creare ombre, e gli angoli di incidenza della luce diventano critici. Questo “fenomeno della luce radente” può esagerare le texture superficiali, creare zone d’ombra e portare a punti mancanti nella scansione, aumentando l’RMS e facendo sì che lo scanner “creda” che la preparazione finisca prima.

Una preparazione più larga, invece, permette alla luce di entrare e uscire più facilmente, migliorando l’acquisizione della profondità, anche se non necessariamente la fedeltà generale delle pareti (l’RMS). È come se con più spazio, lo scanner riuscisse a “sbirciare” meglio fino in fondo, anche se i dettagli delle pareti laterali rimangono una sfida simile a quella delle preparazioni strette a parità di profondità.

Limiti dello Studio e Prospettive Future

Come ogni studio in vitro, anche il nostro ha dei limiti. Abbiamo lavorato in condizioni ideali, senza saliva, movimenti del paziente o riflessi fastidiosi che si trovano in bocca. Inoltre, abbiamo usato frese di Peeso senza una fase di rifinitura, il che potrebbe aver lasciato delle irregolarità sulle pareti che hanno influenzato l’interazione della luce. Sarebbe interessante vedere se trattamenti specifici delle pareti dello spazio per perno possano migliorare i risultati.

La tecnologia degli scanner intraorali è in continua evoluzione. Scanner con risoluzione maggiore, algoritmi di intelligenza artificiale più sofisticati e puntali di scansione di diverse dimensioni potrebbero in futuro superare queste limitazioni. Serviranno anche studi clinici a lungo termine per confermare questi risultati e vedere l’impatto reale sul successo delle protesi.

Immagine concettuale di un fascio di luce emesso da uno scanner intraorale che cerca di penetrare in uno spazio per perno profondo e stretto, con alcune frecce luminose che si disperdono o non raggiungono il fondo. Effetto 'film noir' con contrasto elevato, duotono blu e grigio, per enfatizzare la difficoltà della luce. Lente da 35mm.

Conclusioni Pratiche (Per Ora!)

Quindi, cosa portiamo a casa da questa chiacchierata scientifica?

  1. La larghezza dello spazio per perno non sembra impattare molto sulla fedeltà generale della scansione, ma allargare un po’ aiuta lo scanner a “vedere” meglio la profondità reale, riducendo la discrepanza.
  2. Aumentare la profondità della preparazione, invece, è una doppia fregatura: riduce la fedeltà e aumenta la discrepanza di profondità.
  3. Lo scanner Panda P2 che abbiamo testato ha mostrato una fedeltà clinicamente accettabile in tutte le condizioni. Tuttavia, attenzione: a 10 mm di profondità, il rischio che il perno risulti troppo corto e lasci un gap apicale eccessivo è concreto.
  4. C’è una forte correlazione: se la scansione è poco fedele (RMS alto), è più probabile che anche la profondità sia “sbagliata”.

In soldoni, se state usando uno scanner intraorale per spazi per perno, siate consapevoli di queste dinamiche. Forse, per preparazioni molto profonde (tipo 10 mm), è meglio essere cauti o considerare strategie alternative, finché la tecnologia non farà ulteriori passi avanti. La strada verso un’odontoiatria completamente digitale è entusiasmante, ma è fondamentale conoscerne i limiti attuali per garantire sempre il meglio ai nostri pazienti. E voi, che esperienze avete con la scansione degli spazi per perno?

Fonte: Springer

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