Lotus azoricus: Salvare un Tesoro Nascosto delle Azzorre tra Provette e Scogliere
Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio affascinante, nel cuore dell’Oceano Atlantico, precisamente nell’arcipelago delle Azzorre. Immaginate isole vulcaniche verdissime, battute dal vento e circondate da un mare blu intenso. Qui, aggrappato tenacemente alle scogliere costiere, vive un piccolo gioiello botanico: il Lotus azoricus. È una pianta endemica, il che significa che la trovate solo lì, un vero tesoro di biodiversità. Ma, come spesso accade ai tesori più preziosi, è anche in pericolo.
Chi è il nostro protagonista?
Il Lotus azoricus è una pianta semi-erbacea, appartenente alla famiglia delle Fabaceae (la stessa dei fagioli e dei piselli, per intenderci). Non è appariscente come una rosa, ma ha una sua bellezza discreta, con fiorellini gialli che spiccano sul verde delle foglie. Cresce sulle isole di Santa Maria, Pico e São Jorge. Un tempo, forse, era presente anche su altre isole come Faial, ma oggi sembra essere scomparso da lì, e la sua presenza a Flores e São Miguel non è mai stata confermata con certezza. È una pianta tosta, abituata a condizioni difficili come il vento salmastro e i terreni poveri delle coste.
Le minacce: perché è in pericolo?
La vita per il nostro Lotus non è facile. Da quando le Azzorre sono state colonizzate nel XV secolo, l’uomo ha trasformato il paesaggio. L’agricoltura tradizionale, l’espansione delle aree abitate lungo le coste, tutto questo ha ridotto, frammentato e isolato le popolazioni di questa pianta. Ma non è finita qui. Ci sono altre minacce:
- Specie invasive: Piante aliene, più aggressive e competitive, rubano spazio, luce e nutrienti.
- Animali “invasori”: Conigli e ratti, introdotti dall’uomo, si cibano delle piante. Anche il bestiame al pascolo può calpestarle o mangiarle.
- Eventi naturali: Tempeste e uragani, come il devastante Lorenzo nel 2019, possono spazzare via intere colonie.
- Isolamento genetico: Le popolazioni sono piccole e frammentate. Questo porta a una perdita di diversità genetica, a un aumento della consanguineità e a una minore capacità di adattamento. In pratica, la specie diventa più fragile.
Per tutti questi motivi, lo status di conservazione del Lotus azoricus è stato valutato come “Endangered” (EN), cioè in pericolo. È una situazione seria che richiede un intervento deciso.
La missione di salvataggio: entra in gioco LIFE VIDALIA
Fortunatamente, non siamo rimasti a guardare. Recentemente, un importante progetto di conservazione chiamato LIFE VIDALIA si è concentrato proprio sul Lotus azoricus nelle isole di Pico e São Jorge. L’obiettivo? Dare una mano concreta a queste popolazioni in difficoltà. Come? Con un piano d’azione su più fronti:
- Produzione in serra (ex situ): Sono stati raccolti i semi dalle piante selvatiche. Questi semi sono stati fatti germinare in condizioni controllate, seguendo protocolli specifici (con qualche trucchetto, come “grattare” leggermente i semi con carta vetrata per aiutarli a bere acqua!).
- Rinforzo delle popolazioni (in situ): Le piantine cresciute in serra sono state poi trapiantate con cura nelle loro popolazioni d’origine, per aumentare il numero di individui. Un lavoro delicato, fatto tra il 2020 e il 2022.
- Miglioramento dell’habitat: Non basta aggiungere piante, bisogna anche rendere l’ambiente più ospitale. Sono state rimosse tonnellate di piante invasive, principalmente con metodi manuali e meccanici, ma usando erbicidi mirati (come il glifosato) solo quando strettamente necessario e lontano dal mare.
- Controllo dei “nemici”: Sono state installate recinzioni per tenere lontani animali al pascolo e trappole specifiche (come le A24 Rat and Mouse traps, che funzionano ad aria compressa) per ridurre il numero di ratti e topi, particolarmente dannosi.
- Protezione extra: Materiali protettivi sono stati usati per difendere le giovani piantine dal vento forte e dalla salsedine.
I risultati iniziali sono stati incoraggianti: il numero stimato di individui nelle popolazioni target è passato da circa 838 nel 2018 a quasi 4500 nel 2023! Un bel balzo in avanti, nonostante le difficoltà come l’uragano Lorenzo. Certo, non tutte le piantine trapiantate sopravvivono (il tasso di successo finale è stato intorno al 40%), segno che la specie è delicata nelle fasi post-trapianto. Ma l’impegno nel rimuovere le specie invasive (su quasi 100.000 m²!) e nel controllare i roditori (oltre 249 catturati solo a Pico) ha sicuramente dato respiro alle popolazioni naturali.

Sotto la lente: cosa ci dice la genetica?
Salvare una specie non è solo questione di numeri. È fondamentale capire anche la sua salute genetica. Popolazioni piccole e isolate rischiano di perdere la loro variabilità, diventando tutte troppo “simili” e quindi meno capaci di affrontare cambiamenti o malattie. Qui entra in gioco la genetica molecolare. Abbiamo utilizzato una tecnica basata sui retrotrasposoni (frammenti di DNA “saltellanti” presenti nel genoma) per analizzare il DNA di 76 piante provenienti da sette popolazioni diverse su Santa Maria, Pico e São Jorge. È come fare un’analisi del sangue alle piante per capirne la storia familiare, le parentele e lo stato di salute genetico.
Cosa abbiamo scoperto?
- Struttura genetica: L’analisi ha rivelato l’esistenza di quattro gruppi genetici principali (K=4) all’interno della specie. C’è una certa mescolanza (admixture) in alcune popolazioni, ma in generale le popolazioni di isole diverse o anche all’interno della stessa isola tendono ad avere profili genetici distinti.
- Popolazioni uniche: La popolazione di São Lourenço (MASL) a Santa Maria è risultata geneticamente molto diversa dalle altre, quasi isolata. Anche le altre popolazioni di Santa Maria (Ilhéu da Vila, Ponta do Castelo, Ponta do Poção) formano un gruppo abbastanza distinto.
- Pico e São Jorge: Le popolazioni di queste due isole del gruppo centrale sono geneticamente più simili tra loro, suggerendo un flusso genico (scambio di geni, probabilmente tramite semi) più elevato tra loro.
- L’impatto dei rinforzi: È emerso un dato interessante e un po’ preoccupante. Le piante utilizzate per i rinforzi nella popolazione di Calheta de Nesquim (PICN) a Pico mostravano un profilo genetico diverso dagli individui originali della stessa popolazione. Sembra che sia avvenuto un “effetto fondatore artificiale”: le piante usate per il rinforzo provenivano forse da un gruppo ristretto di semi o da piante che avevano già una certa mescolanza genetica, potenzialmente originaria di Santa Maria o di altre popolazioni vicine come PIPI (sempre a Pico).
- Barriere al flusso genico: L’analisi ha identificato delle “barriere” che limitano lo scambio genetico: una forte barriera isola la popolazione MASL a Santa Maria (forse a causa della montagna Pico Alto); una seconda barriera separa l’isola di Santa Maria (gruppo orientale) dalle isole del gruppo centrale (Pico e São Jorge); una terza barriera, meno forte, esiste tra Pico e São Jorge.
- Diversità genetica: La popolazione di Calheta de Nesquim (PICN) a Pico è risultata la più ricca di diversità genetica. Altre popolazioni, come quelle isolate di Santa Maria (MASL e MAIV), mostrano livelli più bassi, probabilmente a causa dell’isolamento e della consanguineità (il valore dell’indice di fissazione F è risultato positivo, indicando un deficit di eterozigoti, tipico dell’inbreeding).
- Flusso genico: Nonostante le barriere, un certo flusso genico esiste, specialmente tra Pico e São Jorge. Come viaggiano i semi? Il Lotus azoricus ha una dispersione “autocora” (i semi cadono vicino alla pianta madre), ma per distanze maggiori o tra isole potrebbero entrare in gioco il vento, le correnti oceaniche o persino gli uccelli marini che ingeriscono i semi. Non si esclude nemmeno il trasporto involontario da parte dell’uomo.

Lezioni apprese e passi futuri: la strada per la salvezza
Questo studio ci insegna tantissimo. Primo, che le azioni in situ come quelle di LIFE VIDALIA sono fondamentali e possono avere successo nell’aumentare il numero di piante e nel migliorare l’habitat. Il controllo delle specie invasive e dei roditori è cruciale. Secondo, che la genetica è uno strumento potentissimo e indispensabile. Ci ha mostrato che non tutte le popolazioni sono uguali e che bisogna stare molto attenti quando si spostano piante o semi da un posto all’altro.
La scoperta che le piante usate per il rinforzo a PICN avevano un background genetico diverso è un campanello d’allarme. Introdurre materiale geneticamente “estraneo”, anche se della stessa specie, può portare a una “contaminazione genetica”, diluendo le caratteristiche uniche di una popolazione locale o addirittura introducendo geni meno adatti a quell’ambiente specifico (outbreeding depression). Questo sottolinea l’importanza di:
- Analisi genetiche preliminari: Prima di qualsiasi azione di rinforzo o traslocazione, è essenziale conoscere la struttura genetica delle popolazioni coinvolte.
- Evitare mescolamenti rischiosi: Non bisognerebbe spostare materiale genetico tra popolazioni molto diverse, come tra Santa Maria e le isole centrali, o utilizzare per i rinforzi piante con profili genetici “sospetti” come quelli trovati nelle piante traslocate a PICN.
- Priorità di conservazione: Popolazioni come MASL e MAPV a Santa Maria, che hanno caratteristiche genetiche uniche e alta ricchezza allelica, meritano una protezione speciale. Bisogna includere tutte le popolazioni importanti, anche quelle attualmente fuori dalle aree protette (come alcune a Pico), nei piani di tutela.
- Programmi ex situ mirati: Creare banche del seme, specialmente per le popolazioni più piccole e geneticamente impoverite (come SJFP a São Jorge o MASL a Santa Maria), può essere una garanzia per il futuro, fornendo materiale per eventuali rinforzi futuri, ma sempre usando materiale geneticamente appropriato.
- Monitoraggio continuo: La conservazione non è un evento singolo. Bisogna continuare a monitorare le popolazioni, controllare le minacce (specie invasive, pressione umana, erosione) e valutare l’efficacia delle azioni intraprese.
- Collaborazione: La chiave del successo è la sinergia tra chi lavora sul campo (enti governativi, associazioni) e chi fa ricerca. Solo unendo le forze si possono creare piani di conservazione davvero efficaci e olistici.

Salvare il Lotus azoricus è una sfida complessa, un delicato equilibrio tra intervenire attivamente e rispettare le dinamiche naturali e genetiche della specie. È un lavoro che richiede passione, pazienza e, soprattutto, conoscenza. La combinazione di azioni sul campo e analisi genetiche approfondite ci sta mostrando la strada giusta. È la dimostrazione che la scienza può essere una potentissima alleata nella protezione della nostra preziosa biodiversità. Speriamo che questo piccolo fiore giallo continui a colorare le scogliere delle Azzorre per molto, molto tempo ancora.
Fonte: Springer
