Fotografia ritratto, primo piano leggermente decentrato di un'adolescente di origine mista pensierosa che guarda fuori da una finestra in una giornata nuvolosa a Vancouver, luce morbida dalla finestra che illumina metà del viso, obiettivo 50mm, profondità di campo ridotta per sfocare lo sfondo urbano esterno, toni leggermente desaturati per un'atmosfera introspettiva.

Figli di Immigrati e Salute Mentale: Meno Diagnosi in Canada? Scaviamo a Fondo!

Ragazzi, parliamo di un tema tosto ma super importante: la salute mentale dei nostri giovani. In particolare, mi sono imbattuto in uno studio affascinante che arriva dal Canada, precisamente dalla British Columbia, e che getta una luce nuova su come disturbi come l’ADHD, i problemi di condotta, l’ansia e i disturbi dell’umore si manifestano (o meglio, vengono diagnosticati) in bambini e ragazzi con background diversi: immigrati, rifugiati e non immigrati. E tenetevi forte, perché i risultati potrebbero sorprendervi!

Lo studio ha analizzato i dati di quasi mezzo milione (sì, avete letto bene, 470.464!) di bambini e ragazzi tra i 3 e i 19 anni, seguendoli tra il 1996 e il 2016. L’obiettivo? Capire se e come lo status di immigrato (di prima o seconda generazione), la categoria di ammissione (economica, familiare, rifugiato) e altri fattori socio-demografici (come sesso e status socio-economico) influenzassero la probabilità di ricevere una diagnosi per questi disturbi.

Un quadro sorprendente: l’effetto “immigrato sano” (o forse no?)

La prima cosa che salta all’occhio è che, in generale, i ragazzi di prima e seconda generazione sembrano avere minori probabilità di ricevere una diagnosi di disturbo della condotta, ADHD o disturbi dell’umore/ansia rispetto ai loro coetanei non immigrati. Questo fenomeno, a volte chiamato “healthy immigrant effect” (effetto dell’immigrato sano), suggerisce che chi emigra, almeno inizialmente, tende ad avere una salute migliore. Ma attenzione, non è tutto oro quello che luccica. I ricercatori stessi ci mettono in guardia: questo vantaggio iniziale tende a diminuire con le generazioni successive (la seconda generazione sta generalmente un po’ peggio della prima) e, soprattutto, questo quadro generale potrebbe nascondere differenze importanti all’interno dei gruppi.

Inoltre, non dimentichiamoci un fattore cruciale: lo studio si basa sulle diagnosi registrate, cioè sull’utilizzo dei servizi sanitari. Sappiamo che per le famiglie immigrate e rifugiate possono esserci diverse barriere all’accesso (linguistiche, culturali, economiche, paura dello stigma, poca conoscenza del sistema…). Quindi, una minore diagnosi potrebbe anche significare un minore accesso alle cure, non necessariamente una minore presenza del disturbo. Un punto su cui riflettere!

Generazioni a confronto e vie d’ingresso: non siamo tutti uguali

Scavando più a fondo, emergono altre differenze interessanti.

  • I ragazzi di seconda generazione (nati in Canada da almeno un genitore nato all’estero) hanno mostrato probabilità leggermente più alte di diagnosi rispetto a quelli di prima generazione (nati all’estero).
  • La categoria di ammissione conta eccome! Rispetto a chi è arrivato per motivi economici (spesso selezionati per istruzione e competenze), i ragazzi entrati per ricongiungimento familiare (family category) avevano maggiori probabilità di diagnosi per tutti e tre i tipi di disturbi (condotta, ADHD, umore/ansia). Quelli arrivati come rifugiati (refugee category), che magari hanno vissuto traumi pre-migratori significativi, mostravano maggiori probabilità per disturbi della condotta e dell’umore/ansia.

Questo ci dice che le esperienze pre-migratorie e le sfide dell’integrazione post-migrazione (stress, difficoltà economiche, discriminazione, separazioni familiari) giocano un ruolo pesante.

Fotografia ritratto, stile fotogiornalistico, gruppo multietnico di adolescenti in un contesto urbano canadese come Vancouver, alcuni sorridenti, altri pensierosi che interagiscono tra loro, luce naturale diffusa tipica del Pacific Northwest, obiettivo 35mm, profondità di campo media per includere dettagli dell'ambiente urbano sullo sfondo.

L’origine conta: da dove vieni fa la differenza?

Anche il paese d’origine sembra avere un peso. Confrontando con i ragazzi di origine cinese (un gruppo storicamente numeroso e ben radicato in British Columbia), lo studio ha notato che:

  • Chi veniva dall’India aveva maggiori probabilità di diagnosi per disturbi della condotta e dell’umore/ansia, ma minori per l’ADHD.
  • Chi veniva dalle Filippine aveva maggiori probabilità per ADHD e disturbi dell’umore/ansia.
  • Chi veniva da altri paesi (un gruppo molto eterogeneo) aveva maggiori probabilità per tutte e tre le categorie di disturbi rispetto a quelli di origine cinese.

Questo potrebbe riflettere i benefici di avere una comunità etnica forte e consolidata (come quella cinese in BC), ma anche differenze culturali riguardo allo stigma sulla salute mentale e alla tendenza a cercare aiuto.

Colpo di scena: sesso e status socio-economico rimescolano le carte

E qui arriva la parte forse più intrigante. Fattori che di solito consideriamo predittori “standard” della salute mentale, come il sesso e lo status socio-economico (SES) del quartiere di residenza, sembrano funzionare in modo diverso a seconda del background migratorio.

Per il sesso: come ci si aspetterebbe, le femmine in generale avevano meno probabilità di diagnosi per disturbi della condotta e ADHD, e più probabilità per disturbi dell’umore/ansia rispetto ai maschi. MA, queste differenze cambiavano a seconda della generazione e della categoria di ammissione. Ad esempio, la differenza maschi/femmine per l’ADHD era ancora più marcata tra gli immigrati di prima e seconda generazione (le femmine immigrate erano *particolarmente* meno diagnosticate). Per i disturbi dell’umore/ansia, la differenza era meno pronunciata nella seconda generazione. Insomma, essere femmina immigrata sembrava avere un effetto “protettivo” specifico per certe diagnosi, forse legato a come i disturbi si presentano o vengono riconosciuti culturalmente.

Per lo status socio-economico (basato sul reddito medio del quartiere): tra i non immigrati, vivere in quartieri più ricchi era associato a minori probabilità di diagnosi (come ci si aspetterebbe, dato che la povertà è un fattore di rischio). Ma per i ragazzi di prima e seconda generazione… sorpresa! Vivere in quartieri più ricchi non era associato a minori diagnosi di disturbi della condotta, e addirittura era associato a una modesta maggiore probabilità di diagnosi per ADHD e disturbi dell’umore/ansia!

Ma perché queste differenze? Proviamo a capirci qualcosa

Come mai il SES sembra funzionare al contrario per i giovani immigrati? Le ipotesi sono diverse. Magari vivere in quartieri a basso reddito per le famiglie immigrate non significa la stessa cosa che per le famiglie non immigrate. Potrebbe essere una fase temporanea legata all’arrivo, non a cicli di povertà intergenerazionali. Potrebbe esserci una maggiore “densità etnica” in quei quartieri, che offre supporto sociale e culturale e fa da cuscinetto. Forse le famiglie immigrate scelgono quei quartieri per la vicinanza culturale, indipendentemente dal proprio reddito. O ancora, forse nei quartieri più ricchi c’è un accesso più facile ai servizi o una maggiore tendenza a diagnosticare, mentre nei quartieri più poveri le barriere (anche per gli immigrati) sono maggiori. Insomma, un bel rompicapo che ci dice che non possiamo applicare le stesse lenti interpretative a tutti.

Fotografia di interni, sala d'attesa luminosa di un centro di salute comunitario in una città canadese, sedie colorate disposte ordinatamente, poster informativi multilingue sulla salute mentale e sui servizi disponibili appesi alle pareti, luce naturale da una grande finestra, obiettivo grandangolare 24mm, messa a fuoco nitida su tutta la scena.

Occhio però: i limiti dello studio

Come ogni ricerca, anche questa ha i suoi limiti. Come accennato, si basa sull’utilizzo dei servizi sanitari, quindi non “vede” i casi non diagnosticati o seguiti altrove (es. servizi privati, scolastici). Gli algoritmi per identificare le diagnosi non sono stati validati confrontandoli direttamente con le cartelle cliniche. Inoltre, il periodo di studio finisce nel 2016, quindi non cattura le ondate migratorie più recenti e i possibili cambiamenti nel sistema sanitario o negli atteggiamenti culturali avvenuti dopo. Infine, usa il SES del quartiere, che non è la stessa cosa del SES della famiglia.

Cosa ci portiamo a casa?

Questo studio canadese ci lascia con più domande che risposte definitive, ma è proprio questo il bello della ricerca! Ci conferma che la salute mentale dei giovani immigrati e rifugiati è una questione complessa, influenzata da una miriade di fattori che interagiscono tra loro in modi inaspettati. Ci dice chiaramente che non possiamo dare per scontato che i fattori di rischio e protezione “classici” (come sesso e SES) funzionino allo stesso modo per tutti.

Capire queste sfumature è fondamentale per poter offrire un supporto davvero efficace e culturalmente sensibile, per ridurre le disparità e per aiutare tutti i ragazzi, qualunque sia la loro storia e la loro origine, a crescere sani e resilienti. C’è ancora tanto da studiare, ma questa ricerca è un passo importante nella giusta direzione.

Fonte: Springer

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