Un collage dinamico che mostra diverse sfaccettature della salute digitale durante una pandemia: un medico in televisita su un laptop, una persona che usa un'app per la salute sul proprio smartphone, grafici di dati epidemiologici proiettati olograficamente e un simbolo stilizzato dell'AI che analizza informazioni. Obiettivo zoom 24-35mm, colori vibranti ma seri, con un focus sulla tecnologia che aiuta le persone. Illuminazione controllata per un look professionale e moderno, con un leggero effetto duotone ciano e magenta per un tocco contemporaneo.

Salute Digitale e COVID-19: Cosa Abbiamo Imparato (e Cosa Dobbiamo Ancora Fare)?

Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio un po’ particolare, un’immersione nel mondo della salute digitale durante uno dei periodi più tosti che la nostra generazione abbia vissuto: la pandemia di COVID-19. Ricordate quei giorni? Ospedali sotto pressione, la paura del contagio, e noi chiusi in casa a cercare di capire cosa stesse succedendo. Beh, in quel caos, una cosa è emersa con una forza incredibile: la tecnologia applicata alla salute. Non più un lusso per pochi, ma una vera e propria ancora di salvezza.

Mi sono imbattuto in uno studio affascinante, una sorta di “super-revisione” che ha messo insieme i risultati di ben 64 ricerche pubblicate tra il 2020 e la fine del 2023. L’obiettivo? Capire quali strumenti digitali abbiamo usato di più, quali meno, e soprattutto, cosa possiamo imparare per non farci trovare impreparati la prossima volta (sperando non ci sia, ovvio!). Per farlo, gli autori hanno usato una specie di “mappa” creata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, chiamata CDISAH, che aiuta a classificare tutti questi interventi digitali. Immaginatela come una grande libreria dove ogni libro è una tecnologia sanitaria, catalogata per chi la usa: noi cittadini, i medici, chi gestisce gli ospedali o chi si occupa dei dati.

I protagonisti indiscussi: Telemedicina e gestione dati

Allora, chi sono stati i campioni di questa rivoluzione digitale forzata? Senza troppe sorprese, la telemedicina ha fatto la parte del leone. Visite a distanza, consulti online, monitoraggio da remoto… tutto ciò che ci permetteva di interagire con i medici senza muoverci da casa è letteralmente esploso. Pensateci: con il distanziamento sociale, come avremmo fatto altrimenti? È stata una vera e propria manna dal cielo, rappresentando quasi un terzo di tutti gli interventi digitali analizzati per gli operatori sanitari.

Ma non è finita qui. Un altro gigante emerso è stata la gestione dei dati. Raccogliere informazioni, analizzarle, visualizzarle per capire come si muoveva il virus, prevedere i picchi, identificare i focolai… un lavoro immenso, reso possibile da software e piattaforme digitali. Addirittura, questa categoria, all’interno dei “servizi dati”, ha raccolto il maggior numero di “codici di intervento”, ben 216! Questo ci dice una cosa fondamentale: nell’era delle pandemie (e non solo), i dati sono oro. E saperli usare bene può fare la differenza tra la vita e la morte, o tra un lockdown e una gestione più mirata.

L’intelligenza artificiale (AI) e il machine learning hanno giocato un ruolo cruciale in questo, aiutando ad analizzare enormi quantità di dati per scopi diversissimi: dalla previsione dei casi COVID, all’identificazione delle vie di trasmissione, fino alla scoperta di nuovi farmaci. Sembra quasi che la pandemia ci abbia spinto con forza verso un’era dominata dall’AI, dove i servizi basati sui dati sono il cuore pulsante degli interventi sanitari.

Le aree d’ombra: cosa è mancato all’appello?

Se da un lato abbiamo avuto questi campioni, dall’altro ci sono state delle aree un po’ trascurate. Una delle più evidenti riguarda il coinvolgimento diretto di noi cittadini nel riportare attivamente dati sulla nostra salute. Sembra un controsenso, no? Con miliardi di smartphone in giro, avremmo potuto essere una fonte incredibile di informazioni in tempo reale. Eppure, questa è stata una delle funzionalità meno utilizzate. La comunicazione è stata per lo più “top-down”, cioè dalle istituzioni a noi, piuttosto che un flusso bidirezionale o addirittura “bottom-up”, dal basso verso l’alto.

Un medico che effettua una televisita con un paziente anziano tramite un tablet. Il medico è in uno studio moderno, il paziente è a casa sua, entrambi sorridenti e concentrati. L'immagine è un portrait photography, obiettivo prime 35mm, con una leggera profondità di campo per mettere a fuoco i soggetti, illuminazione controllata e colori naturali per un effetto realistico.

Un’altra Cenerentola della situazione è stata la categoria degli interventi digitali per il personale di gestione e supporto sanitario. Parliamo di chi si occupa della logistica, delle forniture, della gestione delle strutture. Qui, la maggior parte degli sforzi si è concentrata sulla gestione della catena di approvvigionamento (pensate ai vaccini o alle mascherine), ma ambiti come la registrazione civile e le statistiche vitali o la gestione delle strutture sanitarie tramite strumenti digitali sono rimasti un po’ indietro. Questo è un campanello d’allarme, perché una macchina sanitaria efficiente ha bisogno che tutti i suoi ingranaggi digitali funzionino a dovere, specialmente durante una crisi.

Interessante notare anche che alcune tecnologie innovative, come la stampa 3D per produrre rapidamente attrezzature mediche o i dispositivi di protezione individuale elettronici (ePPE), non erano nemmeno contemplate esplicitamente nel framework CDISAH. Questo ci dice quanto velocemente evolva la tecnologia e quanto sia importante aggiornare costantemente i nostri strumenti di classificazione e analisi.

Noi cittadini digitali: attori o spettatori?

Torniamo un attimo a noi, i “pazienti” o, meglio, le “persone”. Lo studio ha evidenziato che più della metà degli interventi digitali rivolti a noi seguiva un modello tradizionale, gerarchico: le organizzazioni ci davano informazioni. Solo una piccolissima parte (il 7%!) riguardava processi “dal basso”, dove siamo noi a prendere l’iniziativa, a comunicare tra pari o a fornire dati. E, come dicevo, la segnalazione attiva di dati da parte nostra? Praticamente assente.

Eppure, il potenziale è enorme! Con la diffusione di internet e degli smartphone, e con tecnologie sempre più sofisticate (pensate ai “wearable” che monitorano i nostri parametri vitali quasi senza che ce ne accorgiamo), potremmo diventare protagonisti attivi della nostra salute. Questo è cruciale, specialmente in una pandemia. C’è bisogno di investire di più sull’empowerment del paziente, sul suo coinvolgimento attivo, su quella che viene chiamata “consumer health informatics”. Dobbiamo passare da essere semplici destinatari di cure a co-gestori della nostra salute.

Verso un futuro a base di AI? Lezioni per le prossime sfide

Cosa ci portiamo a casa da questa analisi? Innanzitutto, la conferma che la salute digitale non è più fantascienza, ma una realtà potentissima. La pandemia ha accelerato una trasformazione che era già in atto, spingendoci forse sull’orlo di una nuova era, quella dell’intelligenza artificiale applicata alla salute, con i dati al centro di tutto.

Abbiamo visto i punti di forza: la telemedicina e l’analisi dei big data sono stati fondamentali. Ma abbiamo anche identificato delle debolezze: scarso coinvolgimento attivo dei cittadini nel fornire dati, poco supporto digitale per il personale amministrativo e di supporto, e alcune lacune nel modo in cui classifichiamo queste tecnologie.

La vera sfida, ora, è non perdere lo slancio. Dobbiamo consolidare i progressi fatti, specialmente nella telemedicina e nell’uso dell’AI, e allo stesso tempo lavorare sodo per colmare le lacune. È fondamentale che i sistemi sanitari integrino strategie di salute digitale robuste per migliorare la preparazione e la resilienza di fronte a future crisi sanitarie. Non si tratta solo di avere la tecnologia giusta, ma di creare un ecosistema in cui cittadini, medici, ricercatori e amministratori possano usarla al meglio, in modo coordinato ed efficace.

Una visualizzazione astratta di una rete neurale luminosa e complessa, con nodi interconnessi che rappresentano dati sanitari. Alcuni nodi sono evidenziati, simboleggiando insight e scoperte. Macro lens, 100mm, high detail, precise focusing, con illuminazione controllata che crea un effetto futuristico e high-tech, usando duotone blu e viola.

Lo studio che ho analizzato, come tutte le ricerche, ha i suoi limiti: si è concentrato su studi in lingua inglese, e chi ha classificato gli interventi proveniva principalmente da un solo paese, il che potrebbe introdurre qualche distorsione. Tuttavia, l’uso di un framework internazionale come il CDISAH aiuta a rendere i risultati più solidi e confrontabili.

In conclusione, l’esperienza del COVID-19 ci ha insegnato che la salute digitale è una risorsa preziosissima. Ora sta a noi farne tesoro, imparare dagli errori e costruire un futuro in cui la tecnologia sia davvero al servizio della salute di tutti, sempre e ovunque. E chissà, magari la prossima volta saremo noi cittadini, con i nostri dati e la nostra partecipazione attiva, a fare davvero la differenza!

Fonte: Springer

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