Ritmi Alimentari dei Bambini: Le Abitudini Nascono Presto, Ma il Peso? Lo Studio DONALD Risponde
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che mi affascina tantissimo e che riguarda tutti noi, fin da piccolissimi: i nostri ritmi alimentari. Sapete, non è solo *cosa* mangiamo a fare la differenza per la nostra salute, ma anche *quando* lo facciamo. Questo campo di studi si chiama crono-nutrizione e sta rivelando cose davvero interessanti, soprattutto sugli adulti e il rischio di obesità. Ma che succede nei bambini? Le abitudini che prendono da neonati influenzano davvero il loro peso da grandi?
Per capirci qualcosa di più, mi sono immerso nei risultati di uno studio pazzesco, il DONALD study (Dortmund Nutritional and Anthropometric Longitudinally Designed Study), un progetto tedesco che segue bambini e adolescenti da decenni, raccogliendo dati su dieta, crescita e metabolismo. Pensate, hanno seguito ben 510 bambini fin dai primi mesi di vita!
Cosa abbiamo cercato di capire?
L’idea era semplice ma fondamentale:
- Le abitudini alimentari “circadiane” (cioè legate al ritmo giorno-notte) che un bambino ha nel suo primo anno di vita (0-1 anni) si mantengono anche quando va all’asilo (3-4 anni) e alle elementari (6-7 anni)? In gergo tecnico si chiama “tracking”.
- Queste abitudini precoci hanno un impatto sulla sua composizione corporea (cioè quanto grasso e quanta massa magra ha) quando arriva alle elementari?
Per farlo, abbiamo analizzato migliaia (ben 3.780!) di diari alimentari dettagliatissimi, compilati per 3 giorni dai genitori, dove veniva segnato tutto quello che i bimbi mangiavano e bevevano, l’orario e persino le quantità (pesate!). Per i neonati allattati al seno, le mamme pesavano il bimbo prima e dopo ogni poppata. Dati incredibili!
Abbiamo guardato aspetti come:
- Quante volte al giorno mangiavano (frequenza dei pasti).
- Quanto durava il digiuno notturno.
- Quanta energia (% delle calorie totali) veniva dai pasti principali rispetto agli spuntini.
- Quanti carboidrati mangiavano dopo le 18:00.
Poi abbiamo messo in relazione questi dati con l’indice di massa corporea (BMI, calcolato come deviazione standard, BMI-SDS, per tenere conto dell’età) e con indici più specifici come l’indice di massa grassa (FMI) e l’indice di massa magra (FFMI), misurati con precisione durante le visite.
Le abitudini si “ereditano” dall’infanzia? Sì!
Ebbene sì, la prima scoperta è stata chiara: le abitudini si prendono da piccoli! Quasi tutti i modelli alimentari circadiani che abbiamo analizzato (la frequenza dei pasti, la durata del digiuno notturno, la percentuale di energia da pasti e spuntini) mostravano un “tracking” significativo. In pratica, come un bambino mangiava nel suo primo anno di vita tendeva a mantenersi simile anche a 3-4 anni e a 6-7 anni. L’unica eccezione? L’assunzione di carboidrati dopo le 18:00, quella sembrava meno “stabile”.

Interessante anche notare una piccola differenza legata all’allattamento al seno. Abbiamo diviso i bambini in due gruppi: quelli allattati esclusivamente al seno per almeno 4 mesi (come raccomandato in Germania) e quelli allattati per meno tempo. Nei bambini allattati più a lungo, questo “tracking” delle abitudini sembrava un po’ meno marcato. Forse, ipotizziamo, l’allattamento al seno più prolungato dona una maggiore “flessibilità” nel cambiare pattern alimentari in futuro? Chissà!
Ma c’è un legame con il peso e la composizione corporea? Sorpresa: No!
E qui arriva il colpo di scena, quello che forse non ci aspettavamo. Nonostante queste abitudini alimentari circadiane si mantengano dall’infanzia fino all’età scolare, non abbiamo trovato alcuna associazione significativa tra i pattern circadiani del primo anno di vita e l’indice di massa corporea (BMI-SDS) o la composizione corporea (FMI, FFMI) a 6-7 anni. In parole povere: nel contesto di questo studio, il *quando* un bambino mangiava nel suo primo anno non sembrava predire se sarebbe stato più o meno magro o grasso all’inizio della scuola elementare.
Questo risultato è rimasto valido anche quando abbiamo analizzato separatamente i bambini allattati al seno per più o meno di 4 mesi. Nessun legame evidente in nessuno dei due gruppi.
Cosa significa tutto questo?
Beh, prima di tutto ci dice che le basi dei nostri ritmi alimentari si gettano davvero prestissimo, già nel primo anno di vita. È un periodo cruciale in cui si “impara” a mangiare, non solo cosa, ma anche con quale frequenza e in quali momenti della giornata.
Il fatto che non ci sia un legame diretto con la composizione corporea *in età scolare* (almeno in questo gruppo di bambini studiati, che erano generalmente sani e provenienti da famiglie con un buon livello socio-economico) potrebbe avere diverse spiegazioni.
- Forse gli effetti si vedono più in là nel tempo, magari durante l’adolescenza o l’età adulta, quando altri fattori (ormonali, stile di vita) entrano in gioco in modo più prepotente.
- Forse in questa fascia d’età (fino a 7 anni), altri fattori come la quantità totale di calorie, la qualità della dieta o l’attività fisica (che abbiamo cercato di considerare, ma con qualche limitazione nei dati più vecchi) hanno un peso maggiore rispetto al *timing* dei pasti.
- Lo studio DONALD ha coinvolto famiglie tendenzialmente attente alla salute e con un’alta percentuale di allattamento al seno prolungato, forse questo ha “protetto” i bambini da eventuali effetti negativi di pattern alimentari non ottimali? È possibile. I risultati potrebbero essere diversi in una popolazione più varia.
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Quindi, il “quando” mangiamo da piccoli non conta?
Non direi proprio questo! Lo studio ci suggerisce che, almeno fino ai 7 anni e in questa specifica popolazione, il legame tra i ritmi circadiani dell’infanzia e il peso non è così diretto come forse si pensava. Ma conferma che le abitudini si formano presto e tendono a restare.
Questo non toglie importanza al concetto di crono-nutrizione. Sappiamo che negli adulti il timing dei pasti ha un impatto metabolico. Forse nei bambini gli effetti sono più sottili o si manifestano più tardi.
La ricerca deve andare avanti! Servono studi che seguano i bambini ancora più a lungo, magari fino all’adolescenza e all’età adulta, e che coinvolgano popolazioni diverse. Bisogna anche considerare altri fattori che potrebbero interagire con i ritmi circadiani, come la genetica, il sonno, lo stress e i cambiamenti legati alla crescita e allo sviluppo (pensiamo al cambio di “cronotipo”, cioè se si è più “gufi” o “allodole”, che avviene con l’età).
In conclusione, quello che mi porto a casa da questo studio è che l’infanzia è davvero un momento chiave per plasmare le nostre abitudini a tavola, anche in termini di orari e frequenza. Anche se in questo studio non abbiamo visto un impatto diretto sul peso a 7 anni, mantenere una certa regolarità e ascoltare i segnali di fame e sazietà del bambino rimane fondamentale. E la ricerca sulla crono-nutrizione nei più piccoli è appena iniziata… sono sicuro che ci riserverà altre sorprese!
Fonte: Springer
