Wide-angle. Un'immagine concettuale che mostra due sistemi di ingranaggi interconnessi, uno dorato e lucido che rappresenta la finanza islamica, e uno argentato più grande e complesso che rappresenta la finanza convenzionale, con alcune scintille che emanano da quest'ultimo, il tutto su uno sfondo di skyline cittadino moderno al tramonto, lunga esposizione, 10mm, focus nitido.

Rischio Sistemico: E se la Finanza Islamica Fosse la Chiave Nascosta per la Stabilità?

Amici, parliamoci chiaro: quando sentiamo parlare di “rischio sistemico”, un brividino lungo la schiena ci corre, vero? Soprattutto dopo aver visto cosa è successo nel 2008 con la Crisi Finanziaria Globale (la mitica GFC, per gli addetti ai lavori). Da allora, i regolatori di tutto il mondo si sono scervellati per rendere il sistema finanziario più robusto, una specie di fortezza inespugnabile. E una delle priorità assolute è stata quella di capire come le banche possano assorbire meglio gli shock che si propagano come un’onda anomala all’interno del sistema.

Ora, il punto è che il rischio sistemico non è la solita minestra riscaldata, non è come i classici indicatori di rischio bancario a cui eravamo abituati (tipo lo z-score o il Value-at-Risk, il famoso VaR). È qualcosa di più subdolo, che va oltre il rischio della singola istituzione. Pensate al VaR: misura il rischio di una banca presa da sola. Il rischio sistemico, invece, è più come una ragnatela: se tiri un filo, trema tutta. E infatti, si sta discutendo parecchio sull’introdurre requisiti di capitale basati proprio su questo tipo di rischio. Mica male come idea, no?

Ma spunta un attore inaspettato: la finanza islamica!

Negli ultimi trent’anni, soprattutto in Asia meridionale, Sud-Est asiatico e nelle regioni MENA (Medio Oriente e Nord Africa), abbiamo assistito a una crescita pazzesca del settore finanziario islamico. Un boom vero e proprio, accelerato dopo il patatrac del 2008, quando un sacco di investitori hanno iniziato a storcere il naso verso gli investimenti tradizionali, cercando qualcosa di più etico e sostenibile. E qui entra in gioco la finanza islamica, che si basa su principi che a me, personalmente, non dispiacciono affatto: buona governance, virtù sociale, attenzione all’ambiente e all’etica. Tutto questo deriva dagli obiettivi della legge islamica, la Maqasid al-Shariah.

Due cose la distinguono nettamente dalla finanza convenzionale, quella a cui siamo più abituati: la condivisione dei profitti e delle perdite (niente guadagni facili e garantiti a prescindere) e il divieto di interesse (il Riba) e di gioco d’azzardo/speculazione (il Gharar). In pratica, l’essenza della finanza islamica è operare in modo equo per il benessere della società. Un concetto che, diciamocelo, suona piuttosto bene. La finanza convenzionale, invece, tratta il denaro come una merce da prestare con interesse, mentre quella islamica è “asset-backed”, cioè garantita da attività reali, il che la rende intrinsecamente meno rischiosa. O almeno, così dicono gli esperti.

Considerando queste differenze operative fondamentali, e vedendo quanti istituti convenzionali sono inciampati malamente durante la crisi del 2008, viene da pensare che i due sistemi abbiano profili di rischio sistemico ben diversi. Per noi investitori, un sistema bancario “duale” (con entrambi i modelli fianco a fianco) potrebbe offrire maggiore resilienza e una migliore protezione contro quegli shock sistemici che arrivano quando meno te lo aspetti. Specialmente quando i mercati sono in subbuglio, perché le istituzioni più rischiose tendono a contagiare le altre, amplificando il rischio per tutti.

La nostra indagine: chi rischia di più e chi contagia chi?

Ecco, è proprio qui che si inserisce uno studio affascinante che ho avuto modo di analizzare. L’obiettivo? Confrontare i profili di rischio sistemico delle istituzioni finanziarie convenzionali e islamiche che operano in questi sistemi duali e vedere come si “passano la palla” del rischio, i cosiddetti effetti di spillover. Le domande che ci siamo posti erano precise:

  • Le istituzioni islamiche presentano un rischio sistemico inferiore rispetto a quelle convenzionali quando operano insieme?
  • Se analizziamo i due settori separatamente, quello islamico è comunque meno rischioso?
  • E la domanda da un milione di dollari: le istituzioni islamiche trasmettono rischio sistemico al settore convenzionale (e viceversa)? Chi è il “super diffusore”?

Per rispondere, abbiamo messo sotto la lente i dati di ben 376 istituzioni finanziarie (126 islamiche e 250 convenzionali) di 12 paesi, in un arco temporale bello lungo, dal 2000 al 2019. E per misurare il rischio sistemico, abbiamo usato uno strumento chiamato ΔCoVaR (Delta CoVaR), proposto da Adrian e Brunnermeier nel 2016. Immaginatevelo come un termometro che misura quanto aumenta il rischio dell’intero sistema finanziario quando una singola istituzione è in difficoltà. Una figata, perché non era mai stato applicato prima all’analisi del rischio sistemico in contesti duali come questi!

Wide-angle. Un grafico astratto che mostra due reti interconnesse, una con nodi dorati e linee stabili (finanza islamica) e l'altra con nodi argentati e linee più turbolente (finanza convenzionale), che si influenzano a vicenda su uno sfondo digitale blu scuro, lunga esposizione, 10mm.

I risultati? Sorprendenti (ma non troppo!)

Ebbene, sapete cosa abbiamo scoperto? Tenetevi forte: il settore islamico sembra essere sistemicamente meno rischioso e mostra minori effetti di spillover, sia verso il sistema finanziario nel suo complesso sia verso il settore convenzionale. Ma c’è un “ma”: l’analisi degli spillover ha rivelato che le istituzioni convenzionali rappresentano una minaccia significativa per quelle islamiche, mentre l’effetto contrario è molto più contenuto. In pratica, il sistema convenzionale tende a “infettare” di più quello islamico, che si ritrova ad essere un importatore netto di rischio sistemico. E questa differenza nel rischio sistemico tra i due tipi di istituzioni rimane solida anche quando si considerano le dimensioni delle banche. Non è una questione di “grande contro piccolo”.

Un altro dato interessantissimo: durante la crisi finanziaria del 2008, il sistema finanziario islamico ha dimostrato una maggiore resilienza e un minor contagio. Questo, secondo me, la dice lunga. Sembra proprio che le istituzioni finanziarie islamiche facciano da complemento a quelle convenzionali, contribuendo alla stabilità finanziaria sistemica nei sistemi bancari duali. Questo è attribuito principalmente alle caratteristiche intrinseche della finanza islamica: la giusta condivisione di rischi e rendimenti, il finanziamento garantito da attività reali e l’evitare operazioni basate su interessi e speculazione.

Perché queste differenze? I pilastri della finanza islamica

Ma perché la finanza islamica sembra cavarsela meglio sotto il profilo del rischio sistemico? Ci sono diverse ragioni, legate proprio ai suoi principi fondamentali:

  • Niente Riba (interessi) e Gharar (speculazione): Questo, insieme al meccanismo di Condivisione di Profitti e Perdite (PLS), tende a ridurre il rischio di credito/default delle banche. Ogni transazione deve essere supportata da un’attività economica reale e tangibile.
  • Bassa leva finanziaria: Le istituzioni islamiche evitano strumenti finanziari complessi come derivati e cartolarizzazioni del debito, il che si traduce in una maggiore stabilità finanziaria. Hanno anche un rapporto più alto tra patrimonio netto e debito, esponendole meno al rischio di mercato.
  • Migliore qualità degli attivi: Grazie alle restrizioni della Shariah, che promuovono la concentrazione degli attivi e limitano l’uso di strumenti di copertura rischiosi, le banche islamiche tendono ad avere minori riserve per perdite, minori accantonamenti per perdite su crediti e meno prestiti in sofferenza. Pensate che il tasso di default sui prestiti islamici è meno della metà di quello dei prestiti convenzionali!
  • Restrizioni sugli investimenti: È vietato investire in settori come alcol, gioco d’azzardo e armi. Questo si allinea con la crescente domanda di investimenti responsabili.

Certo, c’è anche chi sostiene che le differenze non siano poi così marcate, perché i tassi di mark-up e i margini delle commissioni della finanza islamica tendono ad allinearsi ai tassi di interesse prevalenti. Ma i dati del nostro studio sembrano pendere decisamente da una parte.

Objects, still life. Una bilancia antica in ottone, su un piatto alcune monete d'oro che simboleggiano la finanza islamica (stabilità, asset-backed) e sull'altro un complesso meccanismo di ingranaggi d'argento che simboleggia la finanza convenzionale (complessità, potenziale instabilità), illuminazione controllata, macro 80mm, alta definizione.

Uno sguardo ai singoli paesi e ai “giganti” del rischio

Analizzando la situazione paese per paese, abbiamo notato che il Pakistan è quello con il rischio sistemico più elevato, sia all’interno del settore convenzionale sia nella trasmissione tra settori. Il Bahrain primeggia per la trasmissione di rischio all’interno del settore islamico, mentre la Malesia è costantemente tra i primi tre per i livelli generali di rischio sistemico. Questo potrebbe dipendere dal fatto che in Malesia e Bahrain le banche convenzionali possono controllare quelle islamiche, il che potrebbe renderle meno eterogenee e più inclini al rischio. In Pakistan, invece, l’organo di controllo della Shariah della banca centrale non ha l’autorità legislativa per far rispettare la conformità, avvicinando le operazioni delle banche islamiche a quelle convenzionali.

Al contrario, paesi come la Giordania mostrano il rischio sistemico più basso, grazie a regolamentazioni severe che impongono alle banche islamiche di operare come entità autonome e pienamente conformi alla Shariah. Non sono ammesse “finestre islamiche” sotto banche convenzionali.

E quando abbiamo cercato le “istituzioni finanziarie sistemicamente importanti” (le SIFI, quelle che se crollano si portano dietro mezzo mondo), abbiamo visto che su 50 osservazioni con il rischio più alto, ben 44 erano istituzioni convenzionali e solo 6 islamiche. Anche qui, le istituzioni convenzionali hanno mostrato un rischio sistemico significativamente più alto durante la crisi del 2008.

Un dato interessante: il rischio sistemico sembra ridursi quando i due tipi di finanza coesistono in un paese, mentre aumenta se li consideriamo separatamente. Questo suggerisce che non operano in modo indipendente, ma che la loro interazione, se ben gestita, può essere benefica.

E le dimensioni contano? Sì, ma non sono tutto

Si sa che le dimensioni di un’istituzione finanziaria contano parecchio per il rischio sistemico. Le “troppo grandi per fallire” (too-big-to-fail) spesso si assumono rischi eccessivi, contando su eventuali salvataggi. Abbiamo quindi analizzato le 20 istituzioni più grandi del nostro campione. E, non a sorpresa, mostrano un rischio sistemico significativamente più alto. Però, attenzione: anche tra queste “big”, le istituzioni convenzionali grandi sono più rischiose di quelle islamiche grandi. Quindi, non è solo una questione di stazza, ma entrano in gioco fattori intrinseci come la natura rischiosa delle operazioni basate sugli interessi e la maggiore leva finanziaria delle banche convenzionali.

People (portraits). Un banchiere dall'aria preoccupata, in bianco e nero, guarda un grafico finanziario discendente su un tablet, luce soffusa da una finestra laterale, profondità di campo, 35mm, duotone blu e grigio.

Cosa ci portiamo a casa da tutto questo?

Beh, per me le conclusioni sono piuttosto chiare e offrono spunti importanti. Primo, integrare modelli finanziari alternativi come la finanza islamica può davvero migliorare la resilienza e la stabilità economica, mitigando i rischi sistemici. Secondo, forse il Comitato di Basilea dovrebbe pensare di usare misure come il ΔCoVaR anche per le banche islamiche, invece di guardare solo al loro rischio di mercato isolato. Terzo, bisogna tenere d’occhio il contributo dei sistemi finanziari convenzionali al rischio sistemico. E infine, servono regole più stringenti per le grandi istituzioni, sia convenzionali che islamiche, per gestire efficacemente il loro impatto sistemico.

Per noi investitori e per il pubblico, un sistema bancario duale, che risponde a esigenze diverse, può offrire maggiore protezione contro gli shock imprevisti. Certo, la ricerca non si ferma qui. Sarebbe bello capire ancora meglio quali caratteristiche specifiche delle istituzioni finanziarie islamiche influenzano il loro rischio sistemico, o confrontarle con altri sistemi finanziari basati sulla fede. E chissà, magari replicare questo studio in Europa o nel Regno Unito, o vedere l’impatto del Covid-19 in questi contesti. Noi, di sicuro, abbiamo già qualche idea per i prossimi lavori!

Fonte: Springer

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