Rendite da Agglomerazione Tassabili: Il Segreto Fiscale delle Aree Vincenti (Spagna Docet!)
Amici lettori, vi siete mai chiesti perché in certe zone, quelle più “in”, quelle dove tutto sembra accadere, le tasse sulle imprese possano essere un po’ più alte eppure le aziende non solo restano, ma prosperano? Sembra un controsenso, vero? Pagare di più e rimanere contenti? Beh, preparatevi, perché oggi ci addentriamo in un concetto economico affascinante che spiega proprio questo: le rendite di agglomerazione tassabili. E lo faremo prendendo spunto da uno studio super interessante che ha analizzato i mercati del lavoro locali in Spagna. Pronti a svelare questo arcano?
Ma cosa sono queste “rendite di agglomerazione tassabili”?
Immaginate un’area geografica dove le attività economiche si concentrano. Pensate a una city finanziaria, a un distretto industriale specializzato, o semplicemente a una grande città pulsante. Questa concentrazione, o agglomerazione, non è casuale. Porta con sé un sacco di vantaggi: un mercato del lavoro più ricco e specializzato, fornitori a portata di mano, scambio di conoscenze più facile, infrastrutture migliori. Insomma, stare lì conviene, anche se costa un po’ di più. Questi vantaggi extra, che le imprese ottengono semplicemente stando in quel posto “giusto”, sono una sorta di “rendita”. E la parte “tassabile” del nome? Significa che i governi locali, fiutando l’affare, possono permettersi di alzare un po’ le tasse sulle imprese (quelle che in gergo chiamiamo business tax rates) senza che queste facciano le valigie e scappino altrove. Perché? Perché i benefici di stare lì superano ancora il costo aggiuntivo delle tasse. È come se il fattore mobile per eccellenza, il capitale, diventasse “quasi-fisso” grazie a queste forze di agglomerazione. Astuto, no?
La letteratura economica, soprattutto quella che si occupa di economia geografica, ha sviscerato questo tema. Modelli teorici, a partire da quelli di Krugman, hanno cercato di spiegare perché le attività si ammassano e come questo influenzi le politiche fiscali. L’idea di fondo è che se una regione ha delle “asimmetrie”, ad esempio una dotazione di lavoro immobile (cioè persone che non si spostano facilmente), l’agglomerazione crea queste rendite per il capitale, che è mobile. E i governi locali possono tassare queste rendite. Più forte è l’agglomerazione, più alta può essere l’aliquota fiscale senza far fuggire il capitale.
Diversi studi empirici, dalla Cina alla Svizzera, dalla Francia alla Germania e, appunto, alla Spagna, hanno cercato conferme. E in generale, le hanno trovate: le giurisdizioni locali con forti economie di agglomerazione tendono ad avere tasse sulle imprese più elevate. Alcuni hanno anche mostrato che le imprese in settori molto concentrati sono meno sensibili agli aumenti fiscali. Sembra quindi che questa “magia” funzioni.
Il Contributo Innovativo: Spesa Pubblica e Mercati del Lavoro Locali
Tuttavia, come spesso accade nella ricerca, c’erano ancora dei tasselli mancanti, delle questioni non del tutto risolte. Lo studio che ho analizzato, intitolato “Taxable agglomeration rents across the Spanish local labour markets”, affronta proprio tre di queste criticità. E qui, secondo me, sta la sua forza.
Primo: la spesa pubblica. I modelli precedenti tendevano a trascurare come le decisioni di spesa pubblica di una giurisdizione potessero influenzare le scelte di localizzazione delle imprese e, di conseguenza, il legame tra agglomerazione e tasse. Pensateci: se un comune investe pesantemente in infrastrutture utili alle aziende, in digitalizzazione, in aiuti agli investimenti produttivi, non sta forse creando un’ulteriore forza di attrazione? Certo che sì! Questa spesa agisce come una calamita, aumentando l’incentivo per le imprese a trasferirsi lì e diminuendo quello a spostarsi altrove.
Secondo: il modo di misurare l’agglomerazione. Spesso si usa il cosiddetto “potenziale di mercato”. Ma alcuni esperti, come Fujita e Thisse, hanno fatto notare che questa misura funziona bene per grandi scale geografiche, ma forse non è l’ideale per analisi a livello locale, come quelle comunali usate in molti studi precedenti.
Terzo, e cruciale: l’ipotesi di immobilità del lavoro. I modelli teorici su cui si basa tutto questo (i modelli a capitale “footloose”, cioè libero di muoversi) assumono che il lavoro non si sposti. Ma se analizziamo i singoli comuni, sappiamo bene che la gente fa la pendolare, si sposta per lavoro! Questa assunzione, a livello comunale, scricchiola parecchio.
Ecco allora la genialata dei ricercatori: per affrontare il secondo e terzo punto, hanno deciso di alzare il tiro, passando dall’analisi dei singoli comuni a quella dei Mercati del Lavoro Locali (MLL) spagnoli. Cosa sono? Immaginate delle aree economiche definite proprio in base ai flussi di pendolarismo: sono insiemi di comuni dove la gente vive e lavora prevalentemente all’interno della stessa area. Usare gli MLL permette di rispettare meglio l’ipotesi di immobilità del lavoro (all’interno dell’MLL, si intende) e dà più senso all’uso del potenziale di mercato come misura dell’agglomerazione, visto che parliamo di aree più vaste. Per lo studio, hanno analizzato 447 MLL spagnoli (escludendo Paese Basco e Navarra per via del loro regime fiscale autonomo, e le isole per ragioni econometriche spaziali) nel periodo 2006-2016.

Cosa ci dice il modello teorico? Simulazioni e previsioni
Prima di passare ai dati reali, i ricercatori hanno esteso un modello teorico esistente (quello di Ottaviano e van Ypersele del 2005, per i più tecnici) per includere proprio l’effetto della spesa pubblica destinata a beneficiare le imprese. Il modello è un classico 2x2x2x2: due regioni (Nord e Sud), due fattori produttivi (lavoro e capitale), due settori (agricolo e manifatturiero) e due governi. Il lavoro è immobile, il capitale si muove. I governi fissano le tasse sul capitale per finanziare beni pubblici, cercando di massimizzare una funzione di benessere sociale. Le imprese, ovviamente, cercano il profitto.
Le simulazioni fatte con questo modello esteso hanno confermato che livelli più alti di agglomerazione portano a tasse sulle imprese più elevate (le famose rendite tassabili). Ma la vera novità è l’effetto della spesa pubblica:
- Se le regioni investono in modo simile per attrarre imprese, l’effetto dell’agglomerazione sulle tasse viene amplificato. Più spendono, più l’effetto si sente.
- Se, invece, la regione più agglomerata spende proporzionalmente meno dell’altra per attrarre imprese, l’effetto dell’agglomerazione sulle tasse viene parzialmente compensato, ma mai annullato del tutto.
In pratica, la spesa pubblica “pro-business” è una leva potente che interagisce con le dinamiche di agglomerazione.
Dalla teoria alla pratica: l’analisi sui mercati del lavoro spagnoli
Armati di queste previsioni teoriche, i ricercatori si sono buttati sui dati spagnoli. Hanno usato un approccio econometrico spaziale su dati panel, che permette di tenere conto delle interazioni tra MLL vicini e dell’evoluzione nel tempo. La variabile dipendente era l’aliquota media della tassa sulle attività economiche (IAE) in ciascun MLL. Le variabili esplicative chiave erano:
- Potenziale di mercato: per misurare l’agglomerazione, calcolato come la popolazione totale dell’MLL ponderata per l’inverso delle distanze interne (una media delle distanze tra i comuni dell’MLL, pesata per la loro popolazione).
- Quota di spesa pubblica per la promozione economica delle imprese: per catturare l’effetto degli investimenti pubblici mirati.
- Tasso di disoccupazione: per controllare le condizioni del mercato del lavoro.
Hanno anche incluso un “ritardo spaziale” della variabile di agglomerazione, per catturare effetti di spillover: l’agglomerazione in un MLL può influenzare i vicini. E, nelle specifiche più complete, hanno considerato anche la correlazione spaziale e temporale degli errori, per tener conto di fattori non osservati che potrebbero influenzare le decisioni fiscali e persistere nel tempo o diffondersi nello spazio (come politiche nazionali o fondi europei).

I Risultati Empirici: Conferme e Nuove Intuizioni
Ebbene, i risultati empirici hanno dato ragione al modello teorico!
- È stata confermata l’esistenza di rendite di agglomerazione tassabili: il potenziale di mercato ha un impatto positivo e statisticamente significativo sulle aliquote fiscali. Dove c’è più agglomerazione, le tasse tendono a essere più alte.
- Anche la spesa pubblica per la promozione economica ha un impatto positivo e significativo, sebbene il suo effetto si attenui un po’ quando si considerano le dipendenze spaziali e temporali. Questo suggerisce che parte della sua influenza può essere assorbita da questi fattori più ampi.
- Il tasso di disoccupazione è risultato positivamente associato all’aliquota fiscale, il che potrebbe riflettere la necessità dei comuni di generare entrate per coprire le inefficienze del mercato del lavoro.
Un aspetto interessante è che l’entità dell’effetto dell’agglomerazione diminuisce quando si tiene conto delle dipendenze spaziali e temporali (il coefficiente passa da 0.552 a 0.386 nelle diverse specificazioni del modello). Questo suggerisce che ci sono effetti di spillover e di persistenza importanti: quello che succede in un MLL e quello che è successo in passato contano.
I ricercatori hanno anche fatto dei test di robustezza, cambiando il modo di definire la “vicinanza” tra MLL (usando criteri di contiguità tipo “regina”, o i 5 o 10 vicini più prossimi, o un numero di vicini determinato endogenamente). I risultati principali sono rimasti stabili, il che dà ulteriore solidità alle conclusioni.
Implicazioni Politiche: Non è tutto oro quel che luccica
Questi risultati, amici miei, non sono solo un esercizio accademico. Hanno implicazioni politiche importanti. Se le giurisdizioni più grandi e dense possono sostenere tasse più alte senza perdere attività economica, questo crea dei vantaggi fiscali che possono rafforzare il loro dominio regionale. È un po’ un circolo vizioso (o virtuoso, a seconda dei punti di vista): chi è forte diventa più forte. Questo può contribuire ad accentuare gli squilibri regionali, con le aree più piccole che faticano ad attrarre attività mantenendo aliquote fiscali competitive.
Cosa fare, allora? Gli autori suggeriscono che le politiche dovrebbero mirare a mitigare queste disparità fiscali e a prevenire un’eccessiva concentrazione economica. Come? Ad esempio, attraverso trasferimenti fiscali intergovernativi, politiche fiscali coordinate, o incentivi alla decentralizzazione delle imprese. L’obiettivo dovrebbe essere uno sviluppo regionale più equilibrato.

Guardando al Futuro: Prossimi Passi della Ricerca
Come ogni buon lavoro di ricerca, anche questo apre la strada a nuove domande. Gli autori stessi indicano alcune direzioni future:
- I confini degli MLL sono stati considerati fissi nel periodo di studio, ma i modelli di pendolarismo evolvono. Usare unità di analisi dinamiche potrebbe migliorare l’accuratezza.
- Si potrebbero esplorare possibili non linearità nella relazione tra tassazione e agglomerazione: magari ci sono effetti soglia o rendimenti decrescenti.
- Sarebbe interessante approfondire l’efficienza dei governi nel convertire la spesa pubblica in benefici economici, considerando anche i possibili effetti di congestione nelle regioni più grandi.
- Infine, analizzare l’eterogeneità spaziale nelle elasticità fiscali e affrontare ulteriormente le questioni di endogeneità nelle misure di agglomerazione e nelle matrici di ponderazione spaziale rimangono sfide cruciali.
Insomma, il tema delle rendite di agglomerazione tassabili è più vivo che mai. Questo studio spagnolo ci ha offerto una prospettiva fresca e robusta, sottolineando l’importanza di scegliere le giuste unità di analisi (gli MLL) e di non dimenticare il ruolo della spesa pubblica. La prossima volta che vedrete un’area particolarmente dinamica e vi chiederete come fa a sostenere certe tasse, forse avrete qualche risposta in più! E chissà, magari penserete anche a come rendere questo meccanismo un po’ più equo per tutti.
Fonte: Springer
