Immagine concettuale fotorealistica: una mano aperta e protettiva che culla un piccolo germoglio luminoso che cresce da un groviglio di grafici finanziari su uno sfondo scuro e incerto. Simboleggia la cura, l'approccio umanistico, la speranza e la sostenibilità che emergono dalla crisi nel mondo aziendale. Obiettivo 50mm prime, profondità di campo ridotta per focalizzare sulla mano e il germoglio, luce calda e direzionale sul soggetto principale.

Oltre il Profitto: Reinventare l’Impresa nell’Era Post-Covid con un Cuore Umanistico

Ciao a tutti! Oggi voglio chiacchierare con voi di qualcosa che mi sta molto a cuore e che, credo, stia cambiando radicalmente il nostro modo di vedere il mondo del lavoro e delle aziende. Parliamo di come la mazzata del COVID-19 ci abbia costretti a ripensare da zero cosa significhi davvero “fare impresa”.

L’Era VUCA e la Crisi d’Identità delle Aziende

Ricordate quei giorni surreali del lockdown? Il mondo sembrava essersi fermato, catapultandoci in quella che gli esperti chiamano era VUCA: Volatilità, Incertezza (Uncertainty), Complessità e Ambiguità. Un bel frullato di ansie, vero? In quel caos, con le risorse che scarseggiavano e il futuro più nebuloso che mai, è successa una cosa interessante. Le aziende, quelle che spesso vediamo solo come macchine da soldi, hanno iniziato a mostrare un volto diverso. Molte si sono rimboccate le maniche, diventando attori sociali fondamentali, capaci di fornire risorse cruciali (mascherine, respiratori, ma anche supporto economico e relazionale) in un momento di vera e propria “carestia”.

Questa crisi ha scosso le fondamenta del capitalismo come lo conoscevamo. Improvvisamente, il mantra del “massimizzare il profitto per gli azionisti” (il famoso modello shareholder, teorizzato da Friedman) ha iniziato a suonare stonato, quasi fuori luogo. Il problema non era più solo *come* massimizzare i profitti, ma spesso l’incapacità stessa di generarne, a causa dei lockdown e del crollo della domanda. Ci siamo trovati di fronte al rischio di un “capitalismo cannibale”, come lo chiama qualcuno, dove le risorse si esauriscono senza creare nuovo valore.

I Vecchi Modelli al Capolinea: Shareholder vs Stakeholder

Per decenni, il dibattito su quale dovesse essere lo scopo di un’impresa si è polarizzato attorno a due visioni principali.

Da un lato, la teoria degli shareholder: l’azienda è una finzione giuridica, uno strumento nelle mani degli azionisti (i proprietari) il cui unico scopo è massimizzare il loro guadagno. I manager sono i loro agenti, e l’essere umano? Beh, fondamentalmente egoista e razionale (il famoso homo oeconomicus). Responsabilità sociali? Problemi esterni, da gestire con leggi e regolamenti, non un interesse intrinseco dell’azienda. Bello semplice, forse troppo. La crisi COVID ha mostrato quanto questa visione sia riduttiva. Come puoi pensare che le persone siano solo egoiste quando vedi ondate di solidarietà e cooperazione? E come puoi ignorare le responsabilità sociali quando la tua stessa sopravvivenza dipende dalla salute della comunità in cui operi? Focalizzarsi solo sul profitto a breve termine, in un momento così delicato, si è rivelato spesso controproducente, minando la fiducia e la legittimità stessa dell’impresa.

Dall’altro lato, la teoria degli stakeholder: l’azienda deve considerare gli interessi di tutti i portatori di interesse (stakeholder), non solo gli azionisti. Dipendenti, clienti, fornitori, comunità locali… tutti hanno un ruolo e le loro esigenze vanno bilanciate. L’essere umano qui è visto come homo reciprocans, uno che coopera aspettandosi qualcosa in cambio. Sembra un passo avanti, no? Eppure, anche questo modello ha mostrato le sue crepe durante la pandemia. Spesso è rimasto vago su *come* bilanciare interessi potenzialmente conflittuali, specialmente in tempi di risorse scarse. Chi viene prima? Come si decide? E se tutti pensano solo a “cosa ci guadagno io”, come si affronta una crisi che richiede sacrifici e altruismo? Inoltre, anche qui, l’azienda rischia di essere vista ancora come uno strumento (per soddisfare gli stakeholder) e non come un’entità con una sua “vita” e un suo scopo più profondo.

Fotografia macro di una bilancia antica e leggermente arrugginita, in precario equilibrio. Su un piatto ci sono monete d'oro scintillanti (profitto), sull'altro piccole figure umane stilizzate e opache (stakeholder). L'illuminazione è drammatica, quasi teatrale, con ombre nette. Obiettivo macro 100mm, alta definizione, messa a fuoco selettiva sulla bilancia.

Entrambi questi approcci, a ben vedere, hanno trascurato comportamenti individuali e aziendali che si sono rivelati *essenziali* per contrastare la pandemia: la capacità di sacrificio, la gratuità, la cooperazione spinta da un senso di comunità e bene comune.

Verso un Approccio Umanistico: L’Impresa come Comunità per il Bene Comune

Ed è qui che, secondo me, entra in gioco una prospettiva nuova e affascinante, quella che potremmo chiamare umanistica. La pandemia ci ha spinto a vedere l’impresa non più solo come un contratto o un meccanismo, ma come una realtà viva, una comunità di persone che lavorano insieme. Questa comunità ha un suo interesse primario, che non è solo il profitto fine a se stesso.

Pensiamoci: l’impresa, per esistere e prosperare nel tempo, ha bisogno di sopravvivere e svilupparsi. Questo richiede, ovviamente, di generare profitto. Ma questo profitto non è *il fine*, è il *mezzo* per raggiungere uno scopo più alto: contribuire al bene comune della società in cui opera. L’impresa diventa così uno stakeholder essa stessa, con un suo “interesse primario” multidimensionale che sintetizza e cerca di armonizzare gli interessi particolari di tutti gli altri stakeholder (azionisti inclusi) orientandoli verso questo bene comune.

Questo si lega magnificamente al principio personalista: l’essere umano non è un individuo isolato ed egoista, ma una persona, con una sua dignità intrinseca, capace di relazioni, di cooperazione, di altruismo, di reciprocità e anche di gratuità. Non è uno strumento (né per il profitto, né per soddisfare altri stakeholder), ma un fine in sé. Il lavoro diventa un’occasione di crescita non solo materiale, ma anche personale e relazionale.

Questa visione cambia tutto. L’impresa diventa un’istituzione con diritti e doveri propri, responsabile non solo verso gli azionisti o i singoli stakeholder, ma verso la comunità nel suo complesso. La sua legittimità deriva dal suo contributo positivo alla società.

Profitto, Etica e Sopravvivenza nella Nuova Era

Cosa ne è del profitto in questa visione? Non scompare, anzi! Ma viene ridefinito. Non è più il “padrone”, ma il servitore. È la linfa vitale che permette all’impresa di esistere, crescere, innovare e, quindi, di continuare a servire il bene comune. È la giusta remunerazione per la capacità dell’impresa di creare valore reale, soddisfacendo bisogni e utilizzando le risorse in modo efficiente. Un profitto “sano” è quello che permette di remunerare tutti i fattori produttivi (lavoro, capitale, ecc.) e di rafforzare l’azienda per il futuro, a beneficio indiretto di tutti.

E l’etica? E le leggi? Non sono più vincoli esterni fastidiosi, ma diventano parte integrante dell’interesse primario dell’impresa. Essere conformi alle leggi, agire eticamente, garantire la sicurezza dei lavoratori (pensate alle misure anti-COVID!), rispettare l’ambiente… tutto questo non è solo “giusto”, ma diventa *conveniente* e *necessario* per la sopravvivenza e lo sviluppo a lungo termine. Durante la pandemia, abbiamo visto aziende riconvertire la produzione per fare mascherine o respiratori: hanno garantito la continuità operativa (interesse economico) e risposto a un bisogno sociale pressante (bene comune). Un esempio perfetto di come questi aspetti possano e debbano andare di pari passo.

Fotografia still life simbolica: un robusto germoglio verde spunta da un terreno fertile composto da grafici finanziari positivi e alcune monete, illuminato da una luce calda e naturale. Obiettivo macro 85mm, alta definizione, sfondo leggermente sfocato per concentrare l'attenzione sul germoglio.

Questa prospettiva aiuta anche a superare il “problema dell’azione collettiva”: se l’obiettivo è il bene comune, che include l’interesse di tutti (compresa l’impresa stessa), diventa più facile superare i conflitti tra interessi individuali e promuovere la cooperazione. Abbiamo visto manager e dipendenti accettare riduzioni di stipendio per salvare l’azienda, persone andare oltre i loro doveri contrattuali per aiutare. Questo non si spiega solo con l’egoismo o la semplice reciprocità. C’è qualcosa di più: un senso di appartenenza, di scopo condiviso, a volte persino di gratuità.

Guardando Avanti: Un Capitalismo dal Volto Umano?

La grande domanda, ovviamente, è: questa spinta verso un approccio più umanistico, nata dalla crisi, durerà? O torneremo ai vecchi schemi una volta passata l’emergenza? Non ho la sfera di cristallo, ma credo che la pandemia ci abbia lasciato una lezione potente. Ci ha mostrato che un altro modo di fare impresa è possibile, forse persino necessario.

Un modello basato sull’impresa come comunità di persone, orientata al bene comune, dove il profitto è un mezzo e non un fine, dove l’etica è integrata nel business, e dove le persone sono valorizzate nella loro interezza, mi sembra non solo più “giusto”, ma anche più resiliente e capace di affrontare le sfide complesse del nostro tempo, come quelle poste dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU.

Certo, richiede un cambio di mentalità profondo, a tutti i livelli: manager, imprenditori, dipendenti, investitori, policy maker. Non basta cambiare lo “scopo” dichiarato sulla carta; bisogna cambiare la cultura, i valori, i modelli di governance. Ma la crisi ci ha aperto una finestra, ci ha mostrato una possibilità. Sta a noi decidere se vogliamo percorrerla per costruire un futuro – e un capitalismo – davvero migliore.

Fotografia grandangolare di un paesaggio urbano all'alba, che mostra edifici moderni ed ecologici integrati armoniosamente con ampi spazi verdi e piste ciclabili. La luce è morbida e dorata, suggerendo speranza e un nuovo inizio. Obiettivo grandangolare 18mm, lunga esposizione per cielo e nuvole soffuse, messa a fuoco nitida su tutto il panorama.

Fonte: Springer

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