Un'immagine composita che simboleggia l'equilibrio tra consumo, equità e ambiente nel Regno Unito. A sinistra, una bilancia con piatti che rappresentano i consumi dei ricchi e dei poveri, tendente verso l'equità. A destra, un paesaggio urbano britannico con elementi verdi e sostenibili (turbine eoliche, tetti verdi). Al centro, il concetto di 'corridoio di consumo' visualizzato come un sentiero luminoso. Prime lens, 35mm, depth of field, duotone verde e blu per un aspetto moderno e speranzoso.

Redistribuire i Consumi per Salvare il Clima? Una Lezione (Scomoda) dal Regno Unito

Amici, parliamoci chiaro. Siamo tutti sulla stessa barca, e questa barca sta affrontando una tempesta chiamata cambiamento climatico. Ma c’è un’altra tempesta, forse meno urlata ma altrettanto insidiosa: la disuguaglianza. E se vi dicessi che queste due tempeste sono più collegate di quanto pensiamo? E se, agendo su una, potessimo calmare anche l’altra? È un po’ quello che mi sono chiesto leggendo un affascinante studio proveniente dal Regno Unito, che ha provato a mettere i numeri su un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: e se redistribuissimo i consumi per vivere tutti meglio e, magari, salvare il pianeta?

Il Dilemma: Crescita Infinita o Benessere per Tutti?

Da anni sentiamo dire che per combattere il cambiamento climatico dobbiamo ridurre la nostra domanda di energia. Sembra logico, no? Meno consumiamo, meno inquiniamo. Questa riduzione della domanda, tra l’altro, comporta meno rischi ambientali rispetto a puntare tutto su tecnologie futuristiche per la cattura del carbonio (le famose CDR, Carbon Dioxide Removal) che, diciamocelo, sono ancora un po’ una scommessa. Nel Regno Unito, ad esempio, si stima che la domanda di energia nel 2050 dovrebbe calare almeno del 40% per raggiungere gli obiettivi climatici senza fare troppo affidamento su queste tecnologie.

Il punto è: come riduciamo i consumi senza peggiorare la vita delle persone, specialmente di quelle che già faticano ad arrivare a fine mese? Qui entra in gioco la giustizia sociale ed energetica. Non è un segreto che l’1% più ricco del mondo emetta quanto il 66% più povero. Una follia, vero? E il paradosso è che nessun paese, ad oggi, è riuscito a garantire a tutti i propri cittadini una vita dignitosa rimanendo entro i limiti biofisici del nostro pianeta. L’idea, quindi, è che riducendo i consumi eccessivi dei più ricchi, si crei “spazio” ecologico per permettere a chi ha meno di raggiungere standard di vita decenti, il tutto rimanendo amici dell’ambiente.

Questa necessità di ridurre le disuguaglianze economiche ed energetiche, pensate un po’, mette d’accordo narrazioni sulla mitigazione climatica spesso contrapposte: la si ritrova nella “crescita verde”, nel Green New Deal e persino nella letteratura sulla “decrescita”. Insomma, sembra che sulla necessità di più equità ci sia un certo consenso.

Entra in Scena il ‘Corridoio di Consumo Sostenibile’

Lo studio britannico che mi ha tanto colpito ha usato un approccio chiamato “corridoio di consumo”. Immaginatevelo come un percorso: c’è un livello minimo di consumo che garantisce a tutti di soddisfare i bisogni essenziali e partecipare attivamente alla società (il “pavimento sociale”). E poi c’è un livello massimo, un “tetto ecologico”, oltre il quale i nostri consumi iniziano a danneggiare la capacità degli altri (e delle generazioni future) di vivere bene, perché sforiamo i limiti del pianeta. L’idea è far rientrare tutti in questo corridoio.

Questo concetto è parente stretto di altre idee “post-crescita” come l’economia della ciambella (doughnut economics) o l’economia del benessere. Tutte puntano a un’economia che distribuisca le risorse per far vivere tutti bene e in sicurezza, in armonia con l’ambiente. I corridoi di consumo, però, si concentrano più specificamente sulle risorse materiali e sociali necessarie, rendendoli super utili per immaginare scenari di redistribuzione.

Per definire il “pavimento” di questo corridoio, i ricercatori hanno usato il Minimum Income Standard (MIS) del Regno Unito. Non si tratta solo di cibo, vestiti e un tetto sopra la testa, ma di ciò che il pubblico britannico ritiene necessario per vivere con dignità e partecipare pienamente alla società. È uno standard piuttosto alto, basato su ricerche partecipative e pareri di esperti, che definisce un paniere di beni e servizi per 13 tipi diversi di famiglie (che coprono circa l’86% delle famiglie britanniche).

Un grafico a barre stilizzato che mostra una forte disparità nei livelli di consumo tra diverse fasce di popolazione nel Regno Unito, con alcune barre molto alte (ricchi) e altre molto basse (poveri). Lo sfondo suggerisce un ambiente urbano britannico moderno. Macro lens, 80mm, high detail, precise focusing, controlled lighting per enfatizzare il contrasto tra le barre.

Una cosa interessante è che uno studio precedente, nel 2010, aveva già simulato uno scenario in cui tutti nel Regno Unito consumavano al livello MIS, scoprendo una riduzione del 37% delle emissioni di gas serra basate sui consumi. Questo nuovo studio aggiorna l’analisi con dati più recenti (2019) e una maggiore risoluzione, guardando sia all’energia che alle emissioni.

Lo Studio Britannico: Numeri alla Mano

I ricercatori si sono posti alcune domande chiave:

  • Come sono distribuiti attualmente i consumi nel Regno Unito e come si rapportano alla capacità delle famiglie di soddisfare i propri bisogni?
  • Quali sono le implicazioni energetiche e di emissioni di un livello di consumo minimo accettabile (il MIS)?
  • Come potrebbe la redistribuzione dei consumi impattare l’impronta energetica e di emissioni del Regno Unito?
  • Come cambia la struttura della domanda di energia e delle emissioni con la redistribuzione, e cosa significa per la sfida della mitigazione climatica?

Per rispondere, hanno costruito tre scenari di consumo statici, modellandone l’impatto sulla domanda di energia e sulle emissioni di gas serra del Regno Unito usando un modello Input-Output Multi-Regionale (UKMRIO). Questo modello è una specie di mappa super dettagliata dell’economia che permette di tracciare l’energia e le emissioni associate a ogni sterlina spesa dai consumatori, lungo tutta la filiera produttiva.

Prima di tutto, hanno guardato alla situazione attuale (il loro “baseline”). E, sorpresa sorpresa, la disuguaglianza nei consumi e nella capacità di soddisfare i bisogni non è distribuita equamente. Per esempio, le coppie con un figlio mostrano un rapporto di disuguaglianza di spesa tra il decile più ricco e quello più povero di 3:1, mentre per le pensionate sole è di 2:1. Questo significa che alcune tipologie di famiglie sono molto più diseguali di altre al loro interno. E quando si confronta con il MIS, si vede che c’è un gran bisogno di aumentare i consumi per molte famiglie. Per le coppie con 0-2 figli, il 20-30% consuma sotto il MIS. Ma per le famiglie monogenitoriali con due figli, ben il 90% è sotto il MIS! Anche le famiglie monogenitoriali con un figlio e le pensionate sole se la passano male, con l’80% sotto il MIS. Questo ci dice che non basta guardare ai consumi assoluti: bisogna capire chi “sovra-consuma” rispetto ai propri bisogni. Ad esempio, famiglie con 4 adulti consumano molto in assoluto, ma sono le coppie senza figli ad alto reddito quelle che più probabilmente sovra-consumano rispetto alle loro necessità.

Scenario 1: Tutti al Minimo Indispensabile (MIS)

Nel primo scenario, chiamato appunto “MIS scenario”, hanno immaginato che tutte le famiglie nel Regno Unito consumassero esattamente al livello del loro MIS. Né più, né meno. Una sorta di “egalitarismo dei bisogni”. E qui arriva il bello: l’impronta energetica calerebbe del 31% e le emissioni di gas serra del 39% rispetto alla situazione attuale! Questo nonostante una riduzione della spesa aggregata delle famiglie di solo il 2,3%. Come è possibile? Principalmente grazie a un cambiamento radicale in cosa si consuma. La spesa si sposta verso categorie identificate dal MIS come essenziali, che evidentemente hanno un’intensità energetica e di emissioni per sterlina spesa molto più bassa di quelle “non prioritarie”.

Le riduzioni maggiori si vedono nei trasporti: -21 Mtoe (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) di energia e -128,6 MtCO2e (milioni di tonnellate di CO2 equivalente) di emissioni. Questo perché nel MIS il possesso dell’auto è limitato alle famiglie con figli, portando a un crollo dell’81% dell’impatto legato alla spesa per veicoli. Similmente, il MIS non considera le vacanze all’estero un bisogno minimo, azzerando la spesa per i voli. Certo, questo porta a un aumento del 136% dell’impronta di carbonio ed energia dei trasporti pubblici, dovuto allo spostamento verso vacanze domestiche. È chiaro che ci sono casi individuali (geografici, di salute) in cui un’auto è necessaria anche senza figli, e questi non sono conteggiati, ma la tendenza generale è forte.

Illustrazione concettuale di un 'corridoio di consumo' per il Regno Unito: una fascia verde centrale che rappresenta il consumo sostenibile (MIS più un piccolo extra), delimitata in basso dalla linea del MIS (soglia di povertà) e in alto da un tetto di consumo molto vicino al MIS. Frecce indicano il sollevamento dei consumi bassi e l'abbassamento di quelli alti. Prime lens, 35mm, depth of field, duotone blu e verde per chiarezza concettuale.

Scenario 2: Aiutiamo i Poveri, ma Senza Toccare i Ricchi

Il secondo scenario, “Eliminating Poverty”, è meno drastico. Qui, si portano solo le famiglie sotto il MIS al livello del MIS, lasciando invariati i consumi di chi sta già sopra. L’obiettivo è vedere l’impatto netto del solo aumento dei consumi per chi ne ha bisogno, senza toccare i livelli più alti. Beh, qui la musica cambia: l’impronta energetica della spesa familiare aumenta del 14% e le emissioni del 7%. Questo è dovuto a un aumento del 12% della spesa totale delle famiglie, trainato principalmente dall’aumento dei consumi energetici domestici (riscaldamento, elettricità) di chi ora raggiunge il MIS. L’impronta energetica del riscaldamento domestico sale di 11,2 Mtoe, quasi i ¾ dell’aumento totale!

Questo perché il MIS prevede regimi di riscaldamento basati su temperature interne raccomandate dall’OMS (20-21°C) per un numero di ore significativamente maggiore (da 6 ore per adulti che lavorano a 16 ore per famiglie con anziani o bambini) rispetto alla media attuale nel Regno Unito (7,5 ore al giorno). Certo, considerando che nel 2022 il 13% delle famiglie britanniche era in povertà energetica, parte di questo aumento è giustificato dal permettere a tutti di scaldarsi adeguatamente.

Scenario 3: Il ‘Robin Hood’ dei Consumi

E arriviamo al terzo scenario, il “Consumption Corridor”. Qui si fa sul serio con la redistribuzione: si alzano i consumi di chi è sotto il MIS, ma si finanzia questo aumento introducendo un tetto alla spesa per i più abbienti, in modo che il consumo aggregato non aumenti. In pratica, si prendono risorse finanziarie da chi consuma troppo per darle a chi consuma troppo poco. Il tetto, in questo studio, è stato calcolato come il livello di spesa oltre il quale i trasferimenti basterebbero a coprire il “gap” di chi sta sotto il MIS. Sorprendentemente, questo tetto risulta essere solo £25,99 a settimana più alto del MIS di ogni tipo di famiglia, portando a un profilo di consumo molto, molto equo.

I risultati? L’impronta energetica aumenta del 2% (sempre a causa dell’aumento del riscaldamento domestico, solo parzialmente compensato dalla riduzione dei consumi dei più ricchi). Le emissioni di gas serra, invece, si riducono del 5%, nonostante la spesa aggregata rimanga costante! Questo perché c’è uno spostamento della spesa dai trasporti (molto intensivi in termini di emissioni, pensate al ciclo di vita delle auto e ai viaggi aerei) verso l’energia domestica (meno intensiva). Interessante, no?

Però, attenzione: anche se la spesa aggregata in questo scenario “Consumption Corridor” è solo il 2% più alta rispetto allo scenario MIS (quello dove tutti consumano al minimo), la sua impronta energetica è il 50% più alta e quella di emissioni il 60% più alta! Come mai? Perché le famiglie colpite dal “tetto” riducono i consumi seguendo i loro attuali pattern di spesa (usando delle elasticità di consumo), non le priorità del MIS. Quindi, gli spostamenti da categorie ad alto impatto a quelle a basso impatto sono meno marcati. Nello scenario MIS, la spesa per auto crollava del 73% e quella per voli del 100%; nel “Consumption Corridor”, la riduzione è “solo” del 33% per le auto e del 41% per i voli. Questo fa una bella differenza.

Cosa Ci Insegnano Questi Scenari?

La prima, grande lezione è che per allineare gli obiettivi sociali (una vita dignitosa per tutti) con quelli ambientali (ridurre energia ed emissioni), è necessario ridurre la spesa delle famiglie ad alto consumo. Se ci limitiamo ad aumentare i consumi di chi sta peggio senza toccare gli altri (scenario “Eliminating Poverty”), la sfida climatica peggiora. Dobbiamo fare spazio, ecologicamente parlando.

Inoltre, non è solo quanto si consuma, ma cosa si consuma. Ridurre i consumi in categorie ad alta intensità energetica e di emissioni (come i trasporti privati e i voli) può accelerare la mitigazione, senza compromettere il benessere. Servono quindi politiche che supportino questi cambiamenti: più trasporti pubblici, tasse sui beni e servizi altamente inquinanti, supporto a sistemi di approvvigionamento alternativi a basse emissioni.

Una serie di tre grafici a cascata affiancati, che mostrano l'impatto dei tre scenari di redistribuzione dei consumi (MIS, Eliminating Poverty, Consumption Corridor) sulle emissioni di CO2 e sull'uso di energia nel Regno Unito. I grafici utilizzano barre di colori diversi (es. verde per riduzioni, rosso per aumenti) per visualizzare i cambiamenti per categoria di consumo e il totale. Macro lens, 100mm, high detail, precise focusing per la leggibilità dei dati numerici e delle etichette.

Una riflessione interessante riguarda proprio il concetto di “corridoio di consumo”. Quello calcolato per il Regno Unito è risultato molto stretto, quasi a indicare che serve una quasi-uguaglianza nei livelli di spesa per far quadrare i conti sociali e ambientali. Questo è coerente con altri studi: per rispettare gli obiettivi climatici garantendo standard minimi, la disuguaglianza deve essere drasticamente ridotta. Forse, per allargare un po’ questo corridoio, si potrebbe lavorare sull’efficienza con cui si soddisfano i bisogni (case più efficienti, accesso a tecnologie pulite) o su sistemi di approvvigionamento alternativi (servizi di base universali, economia della condivisione).

Limiti e Prospettive Future: La Strada è Ancora Lunga

Come ogni studio, anche questo ha i suoi limiti. I modelli input-output, ad esempio, assumono una relazione lineare tra spesa e impatto ambientale (una maglietta che costa 10 volte tanto ha 10 volte l’impatto), il che non è sempre vero per i beni di lusso. Poi, lo studio si concentra sul Regno Unito, ma le disuguaglianze internazionali sono ancora più ampie e cruciali. E ancora, c’è il grande tema della disuguaglianza di ricchezza (non solo di reddito o consumo) e del suo impatto, un campo ancora poco esplorato.

Infine, questi sono “snapshot” ipotetici. Sarebbe fantastico integrare questi modelli di redistribuzione in modelli dinamici economia-ambiente per capire meglio come i cambiamenti nella spesa potrebbero influenzare la transizione climatica nel tempo.

Nonostante i limiti, il messaggio che mi porto a casa è forte e chiaro: la disuguaglianza economica deve essere integrata nei modelli di mitigazione climatica per sviluppare soluzioni efficaci. Non possiamo pensare di risolvere la crisi climatica senza affrontare quella sociale. È una sfida complessa, forse scomoda, ma ineludibile se vogliamo un futuro che sia davvero sostenibile per tutti.

Fonte: Springer Nature

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