Soldi, Fiducia e Salute: Come il Portafoglio Influenza Come Ci Sentiamo (e Non Solo Come Pensate!)
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che, ne sono certo, tocca le corde di molti di noi: il legame tra quanto guadagniamo e come ci sentiamo, in termini di salute. Ma non è così semplice come “più soldi = più salute”. Ho dato un’occhiata a uno studio affascinante che scava più a fondo, analizzando come la fiducia generalizzata e l’accesso alla sanità entrino in gioco, e i risultati, ve lo dico, fanno riflettere parecchio.
Lo studio in questione si intitola “Estimating mechanisms linking relative income to self-rated health by multilevel modeling: the moderating role of healthcare access and quality index” e, lo ammetto, il titolo è un po’ tecnico. Ma la sostanza è succosa! In pratica, i ricercatori hanno voluto capire non solo se il nostro reddito relativo (cioè quanto guadagniamo rispetto agli altri nella nostra società) influenzi la nostra salute auto-percepita, ma anche come questo avvenga, e se l’accesso a cure mediche di qualità cambi le carte in tavola.
Ma cos’è la salute auto-percepita?
Prima di addentrarci, chiariamo un punto. Quando parlo di salute auto-percepita, mi riferisco semplicemente a come una persona valuta il proprio stato di salute generale, sia fisica che mentale. È una misura soggettiva, certo, ma incredibilmente potente e predittiva di molti esiti sanitari futuri. Pensateci: chi meglio di noi stessi può dare una prima, istintiva valutazione di come stiamo?
Il reddito relativo: una questione di confronto
Lo studio conferma una cosa che, forse, un po’ tutti sospettavamo: chi ha un reddito relativo più alto tende a valutare meglio la propria salute. E viceversa. Questo non sorprende. Avere meno soldi può significare più difficoltà ad accedere a cure, a cibo sano, a stili di vita meno stressanti. Ma c’è di più. Chi ha redditi bassi, soprattutto se vive in contesti con sistemi sanitari carenti, affronta costi medici proporzionalmente più alti e spesso ha meno conoscenze in materia di salute. E non dimentichiamo lo stress da “confronto sociale”: vedere gli altri stare meglio economicamente può generare frustrazione, ansia e, ahimè, portare a comportamenti poco sani come fumo, alcol o altre dipendenze, nel tentativo di trovare un sollievo effimero.
Al contrario, chi sta meglio economicamente beneficia di uno status sociale più elevato, ha stili di vita più sani e accesso a cure efficaci. Fin qui, tutto abbastanza lineare. Ma lo studio voleva capire i meccanismi più sottili, specialmente in società diverse, con culture e sistemi sanitari differenti.
Il ruolo sorprendente della fiducia generalizzata
Ecco uno dei primi colpi di scena. I ricercatori hanno ipotizzato che la fiducia generalizzata – cioè la nostra aspettativa che le persone, in generale, anche quelle che non conosciamo, abbiano buone intenzioni – potesse fare da mediatore in questa relazione. E i dati, raccolti su un campione enorme di oltre 152.000 persone in 89 società diverse, hanno dato loro ragione!
- Individui con un reddito relativo più alto tendono ad avere maggiore fiducia generalizzata. Questo perché, probabilmente, esperienze di successo e maggiori risorse li rendono meno vulnerabili e più aperti verso gli sconosciuti.
- Questa maggiore fiducia generalizzata, a sua volta, è positivamente correlata con una migliore salute auto-percepita. Perché? La fiducia è una forma di “capitale sociale” che facilita l’accesso a informazioni utili per la salute. Se ti fidi, sei più propenso a cercare e utilizzare risorse sanitarie.
Quindi, il reddito non agisce solo direttamente, ma anche indirettamente, influenzando la nostra fiducia, che poi si riflette sulla nostra salute. Interessante, vero? Costruire una società basata sulla fiducia potrebbe, quindi, aiutare a ridurre le disuguaglianze di salute legate al reddito.

Un piccolo inciso sulla misurazione della fiducia: lo studio ha usato la fiducia verso gli sconosciuti incontrati per la prima volta, ritenuta più valida per confronti internazionali rispetto alla più generica domanda “la maggior parte della gente è degna di fiducia?”, che può essere interpretata diversamente a seconda delle culture.
L’accesso e la qualità delle cure sanitarie: un moderatore che non ti aspetti
E qui arriva l’altro risultato che mi ha fatto davvero riflettere. I ricercatori hanno analizzato l’Indice di Accesso e Qualità dell’Assistenza Sanitaria (HAQ) a livello di paese/regione. Ci si potrebbe aspettare che in luoghi con un buon accesso a cure di qualità, le differenze di salute legate al reddito si attenuino, perché tutti, più o meno, possono curarsi bene. E invece, no!
Lo studio ha scoperto che proprio nei paesi e nelle regioni con livelli più alti di HAQ, la correlazione positiva tra reddito relativo e salute auto-percepita è più pronunciata. In altre parole, dove il sistema sanitario è migliore, chi ha più soldi sembra beneficiare ancora di più in termini di salute percepita rispetto a chi ne ha meno. Questo potrebbe sembrare controintuitivo, ma una possibile spiegazione è che le persone con redditi più alti sono in grado di “sfruttare” meglio i servizi sanitari disponibili, magari accedendo a cure più specialistiche, a check-up più frequenti o a tecnologie più avanzate che, seppur disponibili, potrebbero non essere altrettanto accessibili (per costi indiretti, informazioni, ecc.) a chi ha meno risorse economiche.
Questo non significa che avere un buon sistema sanitario sia negativo, tutt’altro! Sottolinea però che, anche in contesti di alta qualità delle cure, le disparità economiche possono tradursi in disparità di salute, forse perché i più abbienti sanno navigare meglio il sistema o permettersi quel “qualcosa in più”.
Cosa ci portiamo a casa da tutto questo?
Questo studio, secondo me, è prezioso per diversi motivi. Primo, conferma su larga scala, attraverso nazioni e culture diverse, il legame tra reddito e salute. Secondo, illumina il ruolo della fiducia come ponte tra la nostra situazione economica e il nostro benessere. Terzo, ci offre una visione sfumata dell’impatto dell’accesso alle cure, mostrandoci che non è una panacea automatica contro le disuguaglianze se non si interviene anche su altri fronti.
Le implicazioni per le politiche sanitarie e sociali sono enormi:
- Promuovere la fiducia generalizzata: Creare società più coese e fiduciose potrebbe avere ricadute positive sulla salute pubblica, riducendo le disuguaglianze.
- Equità nell’accesso: Nei paesi con buoni sistemi sanitari, bisogna vigilare affinché i benefici siano davvero per tutti, non solo per chi può “permettersi di più” o sa navigare meglio il sistema. Questo potrebbe significare politiche mirate per ridurre le disparità di reddito, ma anche migliorare l’educazione sanitaria per i gruppi a basso reddito, assicurando che tutti possano beneficiare delle infrastrutture disponibili.
- Sussidi e incentivi: Aiutare economicamente le fasce più vulnerabili ad accedere alle cure e incentivare i professionisti sanitari a lavorare in aree meno servite.
- Telemedicina: Espandere la telemedicina può aiutare a superare barriere geografiche e logistiche, specialmente per chi vive in aree remote.

Certo, lo studio ha i suoi limiti, come l’uso di misure auto-riferite o dati raccolti in un singolo momento (cross-sezionali), che non permettono di stabilire nessi di causalità definitivi. Future ricerche potrebbero usare dati longitudinali (seguendo le persone nel tempo) e misure più oggettive della salute.
In conclusione, la nostra salute è un puzzle complesso, e il reddito è un pezzo importante, ma il modo in cui si incastra con gli altri pezzi – come la fiducia che riponiamo negli altri e la qualità del sistema sanitario a cui abbiamo accesso – può cambiare radicalmente il quadro generale. Un invito a riflettere, e magari ad agire, per società più eque e più sane, per tutti.
Fonte: Springer
