Un giovane adolescente sorridente con occhiali, impegnato in una sessione di terapia individuale con un terapeuta attento in un ambiente calmo e confortevole. L'immagine trasmette speranza e supporto. Fotografia ritratto, obiettivo 35mm, duotone blu e grigio, profondità di campo.

Ansia e Autismo: E se la Chiave Fosse la “Risposta Sociale”? La Mia Indagine sulla Terapia Adattata

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che mi sta particolarmente a cuore e che, ne sono convinto, potrebbe aprire nuove prospettive nel supporto ai giovani nello spettro autistico che lottano con l’ansia. Immaginate di trovarvi in una situazione sociale che vi mette a disagio, magari un gruppo di persone che non conoscete bene. Per molti, è una sfida. Per i ragazzi autistici, questa sfida può diventare un muro invalicabile, alimentando un’ansia che interferisce pesantemente con la vita di tutti i giorni.

L’Ansia nei Giovani Autistici: Un Problema Diffuso

Sappiamo che l’ansia è una compagna di viaggio fin troppo comune per molti giovani nello spettro autistico. Le difficoltà nella comunicazione e nell’interazione sociale, caratteristiche dell’autismo, possono rendere il mondo un posto imprevedibile e, spesso, spaventoso. La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è uno strumento potente che aiuta le persone a gestire i propri pensieri e comportamenti per ridurre l’ansia. Ma cosa succede quando questa terapia viene “standard”? Funziona allo stesso modo per tutti?

Negli ultimi vent’anni, noi ricercatori abbiamo lavorato sodo per “adattare” la CBT alle esigenze specifiche delle persone autistiche. Questo significa, ad esempio, usare più supporti visivi, coinvolgere attivamente i caregiver o mettere un accento particolare sulle abilità sociali. E i risultati sono stati incoraggianti!

La Nostra Grande Domanda: Cosa Rende Efficace la CBT Adattata?

In uno studio precedente su larga scala (Wood et al., 2020), avevamo confrontato una CBT adattata (chiamata BIACA) con una CBT standard e con il trattamento usuale (TAU) in 167 giovani autistici (7-13 anni) con ansia significativa. Avevamo visto che entrambe le forme di CBT portavano benefici, ma la versione adattata sembrava avere una marcia in più nel ridurre l’ansia, secondo valutatori indipendenti.
Ma la domanda che mi frullava in testa era: quali di questi adattamenti fanno davvero la differenza? È qui che entra in gioco il concetto di reattività sociale.

La reattività sociale, in parole povere, è la capacità di avere comportamenti sociali reciproci: rispondere agli altri, giocare in modo cooperativo, insomma, “sintonizzarsi” con chi ci circonda. Sappiamo da molti studi che una minore reattività sociale è spesso associata a maggiore ansia e altri problemi di salute mentale nei giovani autistici. Pensateci: se riesco a comunicare meglio e a interagire in modo più efficace, magari ottenendo risposte positive dagli altri, è probabile che mi senta più sicuro e meno ansioso nelle situazioni sociali.

L’Ipotesi Investigativa: La Reattività Sociale come “Mediatore”

La mia idea, o meglio, la nostra ipotesi di lavoro, era che la CBT adattata, proprio perché si concentra molto sul potenziamento delle abilità sociali, potesse migliorare la reattività sociale dei ragazzi. E che questo miglioramento, a sua volta, fosse il “motore” che portava a una riduzione dell’ansia. In termini scientifici, volevamo testare se la reattività sociale agisse come mediatore dell’effetto della CBT adattata sull’ansia.

Per farlo, abbiamo ripreso i dati di quello studio precedente. Abbiamo misurato l’ansia con la Pediatric Anxiety Rating Scale (PARS) e la reattività sociale con la Social Responsiveness Scale (SRS), sia prima che dopo il trattamento. Abbiamo anche valutato la salute mentale generale con il Brief Problem Checklist (BPC).
Abbiamo quindi usato un’analisi statistica (il macro PROCESS per SPSS, per i più tecnici) per vedere se i cambiamenti nella reattività sociale “spiegavano” i cambiamenti nell’ansia nei ragazzi che avevano ricevuto la CBT adattata, rispetto agli altri due gruppi.

Un adolescente con tratti che suggeriscono neurodiversità è seduto a un tavolo con un terapista. Stanno usando schede illustrate e un tablet per facilitare la comunicazione e l'apprendimento di abilità sociali. L'ambiente è luminoso e accogliente. Fotografia ritratto, obiettivo prime da 24mm, luce naturale diffusa, profondità di campo che sfoca leggermente lo sfondo per concentrarsi sui soggetti.

I Risultati: Una Conferma Emozionante!

Ebbene sì, i risultati hanno supportato la nostra ipotesi! Abbiamo scoperto che l’effetto della CBT adattata sulla riduzione dell’ansia era effettivamente mediato dai miglioramenti nella reattività sociale. In pratica:

  • La CBT adattata portava a un miglioramento significativo della reattività sociale.
  • Questo miglioramento nella reattività sociale, a sua volta, era associato a una maggiore riduzione dell’ansia.

Non solo: abbiamo visto che i ragazzi nel gruppo della CBT adattata mostravano anche una migliore salute mentale generale dopo il trattamento rispetto agli altri, e anche questo effetto positivo era mediato dal miglioramento della reattività sociale.

Cosa Significa Tutto Questo, in Pratica?

Questi risultati sono, a mio avviso, molto importanti. Suggeriscono che quando adattiamo la CBT per affrontare specificamente le esigenze sociali dei giovani autistici, non stiamo solo insegnando loro a gestire l’ansia in modo “generico”. Stiamo fornendo loro strumenti concreti per navigare il complesso mondo sociale.
Pensiamoci: se un ragazzo autistico deve affrontare una situazione sociale temuta (come unirsi a un gioco di gruppo) senza le abilità necessarie per capire le regole o cooperare, l’esposizione a quella situazione potrebbe addirittura peggiorare le cose, portando a fallimenti, critiche o esclusione, e quindi a più ansia.
Invece, una CBT che integra un supporto mirato alle abilità sociali – come imparare a iniziare una conversazione, a partecipare a un’attività di gruppo, o anche a organizzare un incontro con un amico – può rendere queste situazioni oggettivamente meno stressanti e più gratificanti.

È come dare a qualcuno non solo il coraggio di entrare in acqua, ma anche le istruzioni per nuotare. Se sai nuotare, l’acqua fa meno paura e può persino diventare divertente!
Questo approccio, che potremmo definire “neuroaffermativo”, non mira a “normalizzare” i ragazzi autistici, ma a fornire loro competenze che possono aiutarli a raggiungere i loro obiettivi di amicizia, appartenenza e benessere, rispettando la loro unicità.

Limiti e Prospettive Future

Certo, come ogni studio, anche il nostro ha dei limiti. Ad esempio, abbiamo misurato la reattività sociale solo alla fine del trattamento, mentre sarebbe stato ideale misurarla più volte durante il percorso. Inoltre, il nostro campione, sebbene abbastanza grande per uno studio randomizzato e controllato, potrebbe non rappresentare tutta la diversità della popolazione autistica, specialmente in termini di background etnico-razziale o abilità linguistiche.

In futuro, sarebbe fantastico poter approfondire questi meccanismi, magari con studi che monitorano la reattività sociale più da vicino nel tempo. E, naturalmente, includere campioni ancora più diversificati per capire meglio per chi questi processi di mediazione sono più rilevanti.
Nonostante ciò, credo che questi risultati ci diano una direzione chiara: supportare la reattività sociale è un tassello fondamentale per migliorare non solo l’ansia, ma la salute mentale generale dei giovani nello spettro autistico.

In conclusione, la prossima volta che pensiamo a come aiutare un giovane autistico a gestire l’ansia, ricordiamoci che fornire strumenti per “connettersi” meglio con gli altri potrebbe essere una delle strategie più potenti che abbiamo. È un po’ come scoprire che un ingrediente apparentemente secondario è in realtà quello che dà sapore a tutta la ricetta!

Fonte: Springer

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