VR in Antartide: Una Finestra sul Mondo per Sconfiggere l’Isolamento Estremo?
Avete mai pensato a cosa si prova a vivere per mesi in uno degli ambienti più isolati, confinati ed estremi del pianeta? Immaginatevi al Polo Sud, alla stazione Amundsen-Scott, dove per sei mesi il sole non sorge e le temperature possono precipitare a -82°C. Un’esperienza incredibile, certo, ma che mette a dura prova la psiche umana. La monotonia sensoriale, la mancanza di nuovi stimoli, l’impossibilità di “staccare” possono portare a stress, disturbi dell’umore e cali di performance. E se vi dicessi che una possibile soluzione, o almeno un valido aiuto, potrebbe arrivare dalla realtà virtuale (VR)?
Proprio di questo si è occupato uno studio affascinante condotto sull’equipaggio che ha trascorso l’inverno 2022 alla base Amundsen-Scott. L’obiettivo? Capire come la stimolazione sensoriale basata sulla VR potesse offrire relax e ristoro psicologico, e soprattutto, quali aspetti di queste esperienze virtuali fossero i più apprezzati. Pensate, 25 membri dell’equipaggio, dopo nove mesi di isolamento, si sono immersi in 16 diverse varianti di stimolazione VR. Un vero e proprio “viaggio nel viaggio”!
Un Esperimento Unico al Polo Sud
Immaginate la scena: dopo mesi di bianco accecante e confini ristretti, i partecipanti hanno avuto la possibilità di “evadere” grazie a visori VR o, in alternativa, tramite un laptop (usato come termine di paragone). Le esperienze proposte variavano parecchio:
- Contenuto: si poteva scegliere tra scenari naturali rilassanti (boschi, spiagge) o vivaci ambienti urbani (città frenetiche).
- Durata: sessioni brevi da 4 minuti o più lunghe da 10 minuti.
- Potenziamento sensoriale: alcune sessioni VR erano arricchite da stimoli termici! Grazie a un braccialetto speciale (l’Embr Wave 2), i partecipanti potevano percepire sensazioni di caldo o freddo sincronizzate con le immagini (ad esempio, il calore del sole in una scena portoghese o il freddo di una notte autunnale a New York).
Prima e dopo ogni sessione, i ricercatori hanno raccolto dati preziosissimi: questionari sulla qualità percepita dell’esperienza (valore, immersività, capacità ristoratrice), sull’umore e, ovviamente, feedback qualitativi a risposta aperta. Perché, diciamocelo, i numeri sono importanti, ma le impressioni dirette delle persone lo sono ancora di più!
Uno dei partecipanti ha detto una cosa che mi ha colpito molto: “Non mi ero reso conto di quanto mi mancasse il suono del vento tra gli alberi finché non ho fatto questo studio. Penso che ricordare il mondo esterno potrebbe aiutare a dare una prospettiva diversa in questi ambienti e a contestualizzare alcuni dei problemi che affrontiamo qui e che sembrano più grandi di quanto non siano.” Parole sante, no?
Cosa Hanno Scoperto? Preferenze Emergenti
Allora, cosa è emerso da questo esperimento antartico? Beh, i risultati sono davvero interessanti e, per certi versi, sorprendenti.
Innanzitutto, la VR batte il laptop 10 a 0! I partecipanti hanno trovato le esperienze in realtà virtuale significativamente più valide, immersive e ristoratrici rispetto alla semplice visione di video su un computer. E questo, se ci pensate, ha perfettamente senso: l’immersione totale che offre un visore VR è impagabile quando si cerca una vera “fuga”. Anche l’ansia è diminuita maggiormente con la VR.
Passiamo ai contenuti. In generale, gli scenari naturali hanno avuto la meglio su quelli urbani. La maggior parte dei partecipanti (60%) ha preferito immergersi in paesaggi naturali, trovandoli più rilassanti e facili da “perdersi dentro”. Tuttavia, non è stato un plebiscito. Un 12% ha preferito le città, e un buon 28% non aveva una preferenza netta. Questo ci dice una cosa fondamentale: non siamo tutti uguali! C’è chi, magari cresciuto in campagna, trova le città troppo stimolanti in un contesto di isolamento, e chi invece apprezza proprio quel “caos controllato”, i rumori familiari, la vista di altre persone (anche se virtuali).
“Preferisco le città agli ambienti naturali e rurali. Questo mi ha fatto sentire in pace, come se fossi in un bel viaggio verso una città,” ha commentato un partecipante. Un altro, invece: “I paesaggi urbani sono un po’ intensi per me… Adoro visitarli di persona… ma mi sento molto sensibile alla stimolazione in questo momento perché non ho lasciato un miglio quadrato per quasi un anno.”
Elementi particolarmente apprezzati? Acqua che scorre, laghi, oceani, il sole virtuale e… animali! Ben l’80% dei partecipanti ha indicato gli animali come un elemento positivo, e molti ne avrebbero voluti di più. Forse un indizio per future missioni spaziali: portate video di cuccioli!

E la durata? Qui la preferenza è stata netta: meglio 10 minuti che 4. Il 72% ha preferito le sessioni più lunghe, sentendo che quelle da 4 minuti finivano troppo presto, quasi prima di riuscire a immergersi completamente. “Con le sessioni più brevi mi preparavo allo scadere del tempo, rimanendo deluso ogni volta. Con quelle lunghe potevo dimenticarmi più facilmente del timer e rilassarmi,” ha spiegato un membro dell’equipaggio.
Capitolo stimolazione termica (il braccialetto Embr): qui i pareri sono stati più contrastanti. Circa il 32% l’ha preferita, ma il 52% ha optato per esperienze senza. Alcuni l’hanno trovata una bella aggiunta (“Il sole nei video sembrava caldo!”), altri l’hanno a malapena notata o l’hanno trovata fastidiosa (“Mi sta solo cuocendo il polso”). La maggioranza (60%), però, ne ha riconosciuto il potenziale, suggerendo miglioramenti come un’area di impatto più ampia o una migliore sincronizzazione con le scene.
Infine, il movimento nelle scene. Anche qui, non c’è una risposta univoca. Il 24% ha preferito scene con movimento (come camminare o guidare), il 16% quelle statiche, e il 60% non aveva preferenze. Il problema principale del movimento? Per alcuni, non sembrava naturale, causava disorientamento o addirittura cinetosi (mal di movimento), riportata nel 9% delle sessioni con movimento.
La Parola Chiave: Personalizzazione
Se c’è una lezione che emerge forte e chiara da questo studio, è la necessità di un approccio personalizzato. Non esiste la “ricetta VR perfetta” che vada bene per tutti, specialmente in condizioni così uniche come quelle dell’Antartide (o, in futuro, dello spazio).
Ben il 68% dei partecipanti ha espresso il desiderio di una maggiore varietà di scenari tra cui scegliere. Il 40% vorrebbe più autonomia: poter scegliere quando fare la sessione, quale scenario visualizzare, e persino avere un certo controllo all’interno dell’esperienza virtuale (come potersi muovere liberamente invece di seguire un percorso predefinito).
“Il godimento di ogni tipo di contenuto è altamente soggettivo. Se ci fosse una vasta libreria di contenuti tra cui gli utenti potessero scegliere, sarebbero in grado di trovare qualcosa che risuoni con loro,” ha saggiamente osservato un partecipante. Un altro ha aggiunto: “Lasciate che i membri dell’equipaggio dirigano la propria esperienza sensoriale perché arrivano a ogni sessione con il proprio stato mentale unico.”
Qualcuno ha persino suggerito profumi personalizzati che evochino casa o luoghi preferiti! L’idea di fondo è che la stimolazione sensoriale deve poter rispondere a bisogni diversi: a volte si cerca relax e recupero (“scaricare la tensione”), altre volte si ha bisogno di novità e stimoli per combattere la noia (“apprendimento ed esplorazione”).
Sfide e Prospettive Future: Verso la Luna e Marte
Questo studio dimostra che la VR è uno strumento valido e con un potenziale ristoratore enorme per chi vive in ambienti ICE. Certo, ci sono sfide. La qualità delle immagini e dei suoni è fondamentale: l’80% dei partecipanti ha notato che una bassa qualità visiva o audio diminuiva l’esperienza. Per future applicazioni, serviranno contenuti ad altissima risoluzione.
Inoltre, anche se la stazione Amundsen-Scott è un analogo incredibile per le future missioni sulla Luna o su Marte, ci sono differenze (assenza di gravità, radiazioni spaziali, ecc.) che andranno considerate. Saranno necessari ulteriori test, magari in voli parabolici o direttamente nello spazio, per scegliere scenari compatibili anche con la microgravità (come ambientazioni subacquee).
Nonostante ciò, i risultati sono promettenti. La VR può davvero offrire una boccata d’aria fresca, un’iniezione di emozioni ed esperienze altrimenti inaccessibili in un habitat isolato e confinato. Con una gamma più ampia di contenuti di alta qualità, tempi di esposizione adeguati (probabilmente più di 10 minuti, a discrezione dell’utente) e maggiore autonomia, la realtà virtuale potrebbe diventare un asso nella manica per il benessere psicologico degli astronauti impegnati in lunghe missioni spaziali.
Pensateci: poter “passeggiare” in una foresta lussureggiante o “nuotare” in un oceano cristallino mentre si è a milioni di chilometri dalla Terra… non è affascinante? Io credo proprio di sì, e questo studio è un passo importante per trasformare questa visione in realtà.
“Ho avuto una rivelazione quando ho visto un gruppo di persone attraversare la strada. All’improvviso mi sono ricordato che l’intera razza umana… ha continuato a vivere la sua vita normale per tutto il tempo che sono stato qui… È facile che il tempo si fermi, rallenti e si trascini quando vedi un solo tramonto e una sola alba all’anno, tutto è bianco e piatto, e ogni cosa che vedi è artificiale.” Questa riflessione di un partecipante racchiude perfettamente il potere di una “finestra” virtuale sul mondo che continua a girare.

Insomma, la ricerca continua, ma la strada sembra tracciata. La realtà virtuale non è solo un gioco, ma uno strumento potente che potrebbe aiutarci a esplorare gli angoli più remoti del sistema solare, mantenendo il nostro “bagaglio” più importante – la nostra salute mentale – intatto e pronto per nuove scoperte.
Fonte: Springer
