Primo piano di una mano di neonato che stringe delicatamente il dito di un adulto in un'incubatrice ospedaliera, luce soffusa e calda proveniente dall'interno dell'incubatrice, obiettivo prime 50mm, profondità di campo ridotta per enfatizzare il legame, la cura e la vulnerabilità del piccolo paziente.

Sepsi Neonatale: Un Nuovo Indizio nel Sangue Potrebbe Salvare Vite?

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa di estremamente delicato ma fondamentale: la sepsi neonatale. Immaginate la fragilità di un neonato che lotta contro un’infezione grave, una battaglia che purtroppo contribuisce in modo significativo ai tassi di mortalità infantile nel mondo. Uno dei problemi più grandi che noi medici affrontiamo è la mancanza di segnali precoci affidabili, quei campanelli d’allarme che ci dicono “Attenzione, qui le cose si stanno mettendo male!”. Senza questi indicatori, intervenire tempestivamente diventa una corsa contro il tempo, spesso con esiti tragici.

Ma se vi dicessi che forse abbiamo trovato un nuovo “indizio” nel sangue, un valore semplice da misurare che potrebbe aiutarci a capire meglio chi rischia di più? Sto parlando del rapporto tra Lattato Deidrogenasi (LDH) e Albumina (ALB), che chiameremo per comodità LAR (dall’inglese LDH-to-Albumin Ratio). Recentemente, mi sono imbattuto in uno studio affascinante che ha esplorato proprio questo: il potenziale del LAR come fattore predittivo indipendente per la mortalità a 28 giorni nei piccoli pazienti con sepsi neonatale. E i risultati, lasciatemelo dire, sono davvero promettenti.

Cos’è la Sepsi Neonatale e Perché è Così Temibile?

Prima di addentrarci nel LAR, facciamo un passo indietro. La sepsi neonatale è una sindrome clinica scatenata da un’infezione che colpisce i neonati entro i primi 28 giorni di vita. I numeri globali parlano chiaro: l’incidenza varia, ma si stima tra i 1000 e i 4400 casi ogni 100.000 nati vivi, con una mortalità che oscilla tra l’11% e il 19%. In alcune aree, come riportato per la Cina, l’incidenza può essere anche più alta.

Il problema è che i sintomi iniziali sono spesso sfumati e poco specifici: il bambino potrebbe rifiutare il cibo, avere la febbre o al contrario una temperatura troppo bassa, difficoltà respiratorie, apparire letargico. Sintomi comuni a tante altre condizioni meno gravi, ma che nella sepsi possono evolvere rapidamente verso quadri drammatici come la coagulazione intravascolare disseminata (CID), lo shock settico e, purtroppo, la morte. Capite bene, quindi, quanto sia cruciale poter anticipare un esito infausto.

LDH, Albumina e il Loro Rapporto (LAR)

Qui entrano in gioco i nostri protagonisti: LDH e Albumina.

  • L’LDH (Lattato Deidrogenasi) è un enzima presente praticamente in tutte le cellule del nostro corpo. Quando c’è un danno ai tessuti, l’LDH viene rilasciato nel sangue. Livelli alti di LDH sono stati associati a diverse condizioni, tra cui infezioni gravi, infarto, tumori e anche la sepsi negli adulti. È un marcatore di danno cellulare, ma è poco specifico, perché aumenta in tante situazioni diverse.
  • L’Albumina (ALB) è la proteina più abbondante nel nostro sangue, prodotta dal fegato. Durante un’infiammazione acuta, la sua produzione tende a diminuire (è considerata una proteina “negativa” della fase acuta). Bassi livelli di albumina (ipoalbuminemia) sono comuni nei neonati con sepsi e sembrano correlati a una prognosi peggiore o a un’infiammazione più severa.

L’idea geniale è stata quella di combinare questi due parametri. Il LAR, il rapporto tra LDH e Albumina, unisce quindi un indicatore di danno tissutale (LDH) con un indicatore dello stato infiammatorio e nutrizionale (ALB). L’ipotesi è che questo rapporto possa fornire un quadro prognostico più completo rispetto ai singoli valori. In effetti, il LAR è già stato studiato come biomarcatore infiammatorio e prognostico in altre patologie, come alcuni tumori e la sepsi grave negli adulti. Ma nei neonati? Fino ad ora, il suo ruolo era un territorio inesplorato.

Fotografia macro di una provetta di sangue neonatale in un laboratorio clinico, messa a fuoco precisa sui globuli rossi, illuminazione controllata da laboratorio, obiettivo macro 100mm, alta definizione.

Lo Studio: Cosa Abbiamo Scoperto?

Lo studio che ha attirato la mia attenzione è stato di tipo retrospettivo. In pratica, i ricercatori hanno analizzato i dati di 130 neonati ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale (TIN) presso l’Ospedale per la Salute della Donna e del Bambino del Jiangsu, in Cina, tra il 2014 e il 2019. Tutti questi piccoli avevano ricevuto una diagnosi di sepsi entro i primi 28 giorni di vita, basata su sintomi clinici e parametri di laboratorio (come PCR, globuli bianchi, piastrine alterati) o sull’isolamento di un patogeno da sangue o liquido cerebrospinale.

Sono stati raccolti i dati al momento del ricovero: età gestazionale, peso alla nascita, punteggi Apgar, e ovviamente i valori di laboratorio come LDH, albumina, emocromo completo, funzionalità epatica e renale. I bambini sono stati poi divisi in due gruppi: “sopravvissuti” (110, l’84.6%) e “non sopravvissuti” (20, il 15.4%) entro 28 giorni dalla conferma della sepsi. È stata fatta anche una distinzione tra sepsi a esordio precoce (EOS, entro 3 giorni dalla nascita) e tardivo (LOS, dopo 3 giorni).

I Risultati Chiave: Il LAR Fa la Differenza!

Ebbene, i risultati sono stati piuttosto netti. Analizzando i dati, è emersa una differenza statisticamente significativa nei livelli di LAR tra i due gruppi: il valore medio del LAR era notevolmente più alto nel gruppo dei non sopravvissuti (30.42 ± 15.25) rispetto ai sopravvissuti (17.12 ± 7.64). Questa differenza era molto marcata (p < 0.001). Ma non è tutto. Utilizzando analisi statistiche più complesse (analisi multivariata), i ricercatori hanno cercato di capire se il LAR fosse un fattore di rischio indipendente, cioè se il suo valore predittivo rimanesse valido anche tenendo conto di altri fattori che potevano influenzare l’esito (come bassi livelli di piastrine, alterazioni degli enzimi epatici, bassi livelli di albumina stessa, ecc.). E la risposta è stata sì! Il LAR è emerso come un fattore di rischio indipendente per la mortalità nella sepsi neonatale (Hazard Ratio [HR] 11.236, con un intervallo di confidenza al 95% tra 3.311 e 38.462, p < 0.001). Questo significa che, a parità di altre condizioni, un LAR elevato aumentava significativamente il rischio di morte. Anche l'albumina bassa, da sola, si è confermata un fattore di rischio indipendente. Per valutare quanto bene il LAR potesse "predire" la mortalità, è stata usata l'analisi della curva ROC (Receiver Operating Characteristic). L'area sotto la curva (AUC) per il LAR è risultata essere 0.806 per l’intera coorte di pazienti, un valore considerato buono. Era addirittura migliore (0.842) nei casi di sepsi a esordio precoce (EOS) e comunque discreto (0.737) in quelli a esordio tardivo (LOS). L’AUC del LAR era superiore a quella dell’LDH da solo (0.709) e dell’albumina da sola (0.771).

È stato anche identificato un valore soglia (cut-off) ottimale per il LAR: 23.72. Con questo valore, il test mostrava una specificità dell’88.2% (cioè identificava correttamente l’88.2% dei bambini che sarebbero sopravvissuti) e una sensibilità del 70.0% (identificava correttamente il 70.0% dei bambini che purtroppo non ce l’avrebbero fatta). Le curve di sopravvivenza di Kaplan-Meier hanno confermato visivamente che i neonati con un LAR superiore a 23.72 avevano tassi di sopravvivenza significativamente inferiori.

Ritratto di un medico neonatologo con sguardo concentrato che analizza un grafico su un monitor in una moderna unità di terapia intensiva neonatale, luce ambientale soffusa, obiettivo 35mm, profondità di campo per isolare il soggetto.

Perché Questo Rapporto è Così Importante?

Pensateci un attimo: LDH e albumina sono esami di routine, disponibili praticamente in ogni ospedale e relativamente poco costosi. Poter calcolare un semplice rapporto tra questi due valori al momento del ricovero e ottenere un’indicazione prognostica così forte è davvero interessante. Un LAR elevato (sopra 23.72 in questo studio) potrebbe funzionare come un campanello d’allarme precoce, segnalandoci quei neonati a più alto rischio che necessitano di un monitoraggio più stretto e forse di interventi terapeutici più aggressivi e tempestivi.

Il LAR combina, come dicevamo, informazioni sul danno tissutale e sull’infiammazione/stato nutrizionale, offrendo potenzialmente una visione più olistica della gravità della condizione rispetto ai singoli marcatori. È interessante notare che in uno studio precedente dello stesso gruppo, un altro rapporto, quello tra neutrofili e monociti (NMR), era stato identificato come fattore prognostico. Tuttavia, confrontando i risultati, il LAR sembra avere una capacità predittiva ancora migliore per la sepsi neonatale.

Limiti e Prospettive Future

Certo, come ogni studio scientifico, anche questo ha i suoi limiti. Essendo retrospettivo, potrebbe esserci un bias di selezione (cioè i pazienti inclusi potrebbero non essere perfettamente rappresentativi di tutti i neonati con sepsi). Inoltre, è stato condotto in un singolo centro ospedaliero, quindi i risultati andrebbero confermati in popolazioni diverse e in altri ospedali (studi multicentrici). Infine, è stato misurato solo il LAR al momento del ricovero. Sarebbe molto interessante vedere se monitorare l’andamento del LAR nel tempo, durante il ricovero, possa fornire informazioni prognostiche aggiuntive (monitoraggio dinamico).

Nonostante queste cautele, i risultati sono decisamente incoraggianti. Serviranno sicuramente ulteriori studi, preferibilmente prospettici (cioè arruolando i pazienti e seguendoli nel tempo fin dall’inizio), per validare definitivamente l’utilità clinica del LAR.

In Conclusione

La battaglia contro la sepsi neonatale è complessa e richiede tutti gli strumenti possibili. Questo studio suggerisce che un parametro semplice e accessibile come il rapporto LDH/Albumina (LAR), misurato al momento del ricovero, potrebbe essere un utile fattore prognostico indipendente. Un LAR elevato sembra associato a una prognosi peggiore e potrebbe aiutarci a identificare precocemente i neonati più a rischio. È un passo avanti nella ricerca di biomarcatori affidabili che possano guidare le nostre decisioni cliniche e, speriamo, contribuire a salvare più vite. Continueremo a seguire gli sviluppi su questo fronte con grande interesse!

Fonte: Springer

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