Psicoterapeuti e Pandemia: Eroi Feriti o Rocce Infrangibili? Lo Studio VOICE Svela la Verità
Ehilà, amici lettori! Preparatevi per un viaggio nel cuore di una questione che, ammettiamolo, durante la pandemia di COVID-19 ci ha toccato tutti: la salute mentale. Ma oggi non voglio parlarvi (solo) di come noi “comuni mortali” abbiamo affrontato l’onda d’urto. Voglio portarvi dietro le quinte, a scoprire come se la sono cavata coloro che, per professione, sono i nostri fari nella tempesta emotiva: gli psicoterapeuti. Già, perché se da un lato sono esperti nel maneggiare lo stress altrui, dall’altro sono esseri umani, con le loro fragilità e le loro battaglie. E la pandemia, credetemi, non ha risparmiato nessuno.
Lo studio “VOICE”, condotto in Germania, ha acceso i riflettori proprio su di loro, seguendone l’evoluzione del disagio mentale per ben due anni di pandemia. E i risultati, ve lo dico subito, sono un affascinante mix di resilienza e vulnerabilità.
Come stavano gli psicoterapeuti all’inizio della tempesta?
Una delle prime cose che salta all’occhio è che, all’inizio della pandemia (parliamo di T1, la prima rilevazione), i nostri psicoterapeuti mostravano livelli di sintomi depressivi (misurati con il questionario PHQ-2, una sorta di termometro rapido della depressione) inferiori rispetto a un gruppo di confronto composto da altri operatori sanitari (medici, infermieri, ecc.). Una buona notizia, no? Sembra quasi che la loro “cassetta degli attrezzi” professionale li abbia aiutati a partire con una marcia in più. Forse una maggiore consapevolezza dei meccanismi dello stress, o strategie di coping più affinate? Chi può dirlo con certezza, ma i dati parlano chiaro.
Per darvi un’idea, la prevalenza di depressione clinicamente rilevante era del 14% tra gli psicoterapeuti contro il 20.7% degli altri operatori sanitari. Una differenza non da poco!
Ma la quiete è durata? L’evoluzione nel tempo
Qui la faccenda si fa più complessa. Nonostante la partenza “migliore”, anche per gli psicoterapeuti i sintomi depressivi sono aumentati nel corso del tempo. C’è stato un incremento tra la prima e la seconda rilevazione (T1-T2) e, guardando l’arco dei due anni, tra la prima e la quarta (T1-T4). Questo ci dice una cosa importante: nessuno è immune all’usura di una crisi prolungata. Le restrizioni sociali, la paura del contagio, il carico di lavoro emotivo amplificato dalla sofferenza dei pazienti… tutto questo ha lasciato un segno.
Interessante notare che, sebbene i loro livelli di depressione siano aumentati, sono comunque rimasti tendenzialmente più bassi rispetto al gruppo di confronto degli altri operatori sanitari, che hanno visto anch’essi un peggioramento, a volte più marcato.
Le armi segrete: le risorse che fanno la differenza
E qui arriviamo al cuore pulsante dello studio: quali risorse hanno aiutato gli psicoterapeuti a navigare queste acque turbolente? I ricercatori hanno esaminato diversi fattori, individuali e inter-relazionali.
- Il Senso di Coerenza (SOC): la vera superstar! Questa risorsa, che descrive la capacità di percepire il mondo come comprensibile, gestibile e dotato di significato, si è rivelata una vera e propria roccia. Un SOC più elevato era costantemente associato a minori sintomi depressivi. E la cosa bella è che questo effetto protettivo è rimasto stabile nel tempo. Pensateci: in un mondo che sembrava impazzito, avere una bussola interiore solida ha fatto la differenza.
- Ottimismo Generale: un alleato importante, ma con qualche crepa. Anche l’ottimismo ha mostrato un effetto protettivo, associandosi a meno sintomi depressivi. Tuttavia, a differenza del SOC, la sua influenza benefica sembra essere diminuita nel corso della pandemia. Forse, col passare del tempo e il persistere della crisi, anche per i più ottimisti è diventato difficile mantenere alto il morale.
- Supporto Sociale (ESSI-D): l’unione fa la forza. Avere una rete di supporto sociale solida si è confermata cruciale. Un maggiore supporto sociale era associato a minori livelli di depressione. Questo non sorprende: sapere di poter contare su qualcuno, di avere qualcuno con cui parlare o che ti dia affetto, è un balsamo per l’anima, soprattutto nei momenti difficili. Un’analisi più esplorativa ha suggerito che un supporto sociale più elevato all’inizio potesse predire punteggi di depressione più bassi in seguito.
Un aspetto curioso emerso da un’analisi esplorativa con “predittori ritardati” (cioè, come le risorse in un certo momento influenzano la depressione in un momento successivo) è che un elevato ottimismo all’inizio della crisi sembrava essere collegato a un aumento dei punteggi di depressione più avanti. È un dato da prendere con le pinze, data la natura esplorativa e la dimensione del campione longitudinale, ma fa riflettere. Forse chi partiva molto ottimista ha subito una delusione maggiore vedendo la crisi protrarsi, diventando più vulnerabile nel lungo periodo? È un’ipotesi affascinante.

Altre risorse sotto la lente
Lo studio ha anche esaminato altre risorse, come la percezione di avere sufficiente equipaggiamento protettivo, personale adeguato, la possibilità di recuperare durante il tempo libero e la fiducia nei colleghi.
È emerso che, nel tempo, la percezione di avere sufficiente personale e di potersi riprendere adeguatamente durante il tempo libero è diminuita tra gli psicoterapeuti. Questo suggerisce un crescente esaurimento. D’altronde, come dice lo studio, gli psicoterapeuti sono noti per sovrastimare a volte la propria competenza e benessere, tendendo a continuare a lavorare nonostante il burnout o la “compassion fatigue”.
La fiducia nei colleghi, invece, è rimasta stabile, e questo è un dato positivo. L’interazione tra fiducia nei colleghi e tempo ha mostrato un effetto negativo sulla depressione, suggerendo che, col passare del tempo, questa fiducia potesse diventare ancora più protettiva, o che il suo ruolo cambiasse.
Cosa ci portiamo a casa da tutto questo?
Questo studio VOICE è preziosissimo perché ci dà uno spaccato inedito sulla salute mentale di una categoria professionale fondamentale, soprattutto in tempi di crisi.
Ci dice che gli psicoterapeuti, pur partendo da una posizione di relativa “forza” e avendo a disposizione risorse interne ed esterne importanti, non sono invulnerabili. L’aumento dei loro livelli di depressione, seppur contenuti rispetto ad altri, è un campanello d’allarme.
Le implicazioni sono molteplici:
- Rafforzare le risorse chiave: È fondamentale investire nel potenziamento del senso di coerenza e del supporto sociale per gli psicoterapeuti. Questo potrebbe tradursi in maggiore supervisione, gruppi di intervisione, supporto tra pari e politiche che favoriscano un ambiente di lavoro sano e collaborativo.
- Attenzione all’ottimismo “eccessivo”? Quel dato sull’ottimismo iniziale che potrebbe portare a maggiore vulnerabilità futura merita ulteriori approfondimenti. Forse un ottimismo più realistico e ancorato alla realtà è più sostenibile nel lungo periodo.
- Il ruolo degli psicoterapeuti nelle crisi: Visti i loro livelli di disagio inferiori e le risorse stabili, gli psicoterapeuti potrebbero avere un ruolo ancora più attivo nel supportare i colleghi di altre professioni sanitarie, magari attraverso intervisioni multidisciplinari o gruppi Balint. Hanno le capacità e la forza mentale per farlo.
- Autocura, autocura, autocura: Anche gli esperti hanno bisogno di prendersi cura di sé. Lo studio sottolinea come molti psicoterapeuti tendano a trascurare i propri segnali di stress. Promuovere una cultura dell’autoconsapevolezza e dell’autocura è essenziale.
Insomma, la pandemia ci ha insegnato molto, anche su chi si prende cura della nostra mente. Gli psicoterapeuti sono stati, e sono, una risorsa incredibile. Ma anche loro hanno bisogno di supporto, comprensione e di strategie mirate per preservare il loro benessere. Perché solo un “guaritore” in salute può continuare a guarire gli altri. E questo, amici miei, è un insegnamento che non dovremmo mai dimenticare.

Fonte: Springer
