Psicopatici tra Noi: Non Solo Criminali Famosi, Ma Forse Anche il Tuo Collega?
Quando pensiamo alla parola “psicopata”, la mente corre subito a film thriller, a serial killer dai nomi tristemente famosi, insomma, a figure che sembrano lontanissime dalla nostra quotidianità. Ma se vi dicessi che la realtà è molto più sfumata e, per certi versi, più vicina a noi di quanto immaginiamo? Recentemente mi sono imbattuto in uno studio affascinante che getta una luce nuova su questo argomento, esplorando la psicopatia non nelle carceri, ma nella comunità, tra persone come noi.
Parliamoci chiaro, la psicopatia non è un’etichetta da appiccicare con leggerezza. È un costrutto complesso, studiato da decenni, e ancora oggi c’è dibattito sulla sua definizione precisa. Pensate che il famoso libro “Mask of Sanity” di Hervey Cleckley, pubblicato nel lontano 1941, già dipingeva la psicopatia come una condizione che poteva esistere anche senza comportamenti criminali evidenti. Cleckley parlava di persone con una facciata di normalità, ma prive di profondità emotiva, rimorso o legami significativi. Certo, possono mostrare comportamenti socialmente discutibili come impulsività, egocentrismo estremo e relazioni superficiali, ma non necessariamente finiscono dietro le sbarre.
Il lavoro di Cleckley ha influenzato giganti del settore come Robert D. Hare, che ha sviluppato la famosa PCL-R (Psychopathy Checklist-Revised), uno strumento “gold standard” per valutare la psicopatia, soprattutto in contesti forensi. Hare ha proposto un modello a quattro sfaccettature per capire meglio questo disturbo:
- Interpersonale: pensate a un fascino superficiale, un’idea grandiosa di sé, bugie patologiche e manipolazione.
- Affettiva: qui parliamo di mancanza di rimorso o senso di colpa, superficialità emotiva, mancanza di empatia.
- Stile di Vita (Lifestyle): include la ricerca di stimoli continui, tendenza alla noia, uno stile di vita parassitario, impulsività e irresponsabilità.
- Antisociale: problemi comportamentali precoci, delinquenza giovanile, versatilità criminale.
Ora, la maggior parte delle ricerche si è concentrata su popolazioni carcerarie, spesso in Nord America. Ma cosa succede nel resto del mondo, nella gente comune? È qui che entra in gioco lo studio che mi ha tanto incuriosito, condotto in Portogallo su un campione di comunità.
Risultati che Fanno Riflettere: Lo “Stile di Vita” Psicopatico Spicca
I ricercatori hanno usato questionari online per raccogliere dati da 254 partecipanti (in maggioranza donne, tra i 18 e i 60 anni) su tratti psicopatici, comportamenti antisociali, status socio-economico (SES) e professione. E qui arriva la prima sorpresa: la sfaccettatura “Stile di Vita” ha fatto registrare i punteggi medi più alti! Questo è interessante perché, sebbene gli autori si aspettassero punteggi più alti nelle sfaccettature Affettiva e Interpersonale, questo risultato è in linea con altri studi su campioni comunitari, specialmente femminili. E pensandoci, la nostra società, soprattutto per i giovani adulti (l’età media del campione era circa 29 anni), a volte quasi “normalizza” comportamenti come la ricerca di esperienze nuove, una certa impulsività o relazioni occasionali, che rientrano in questa sfaccettatura.
Non solo, i punteggi totali di psicopatia nel campione erano notevolmente alti, superando persino la media di validazione portoghese dello strumento usato (SRP-SF) e le norme del campione comunitario della versione originale. Questo è un dato che fa pensare, perché punteggi sopra una certa soglia potrebbero indicare individui con tendenze psicopatiche, anche se perfettamente integrati nella società e senza precedenti penali (nessuno nel campione aveva condanne).

Al contrario, la sfaccettatura “Antisociale” ha mostrato i punteggi più bassi. Questo ha senso: in un campione di comunità, ci si aspetta meno comportamenti criminali manifesti rispetto a un campione carcerario. Tuttavia, e qui c’è un altro “però” importante, quando si è andati a vedere i comportamenti antisociali specifici auto-riferiti (tramite un altro questionario, il D-CRIM), è emerso che ben il 99,2% dei rispondenti aveva messo in atto qualche forma di comportamento antisociale nel corso della vita! I più frequenti? Comportamenti violenti come violenza fisica o verbale verso familiari o partner, e minacce/ricatti. Tra i non violenti, prendere cose altrui e guidare senza patente.
Il Legame con Status Sociale e Lavoro: Chi è Più a Rischio?
Ma la vera chicca, secondo me, sta nel legame con lo status socio-economico (SES) e il tipo di professione. Lo studio ha rivelato che:
- Un SES elevato era associato a punteggi più bassi di psicopatia totale e nelle sfaccettature Interpersonale e Stile di Vita.
- Professioni meno qualificate erano collegate a punteggi più alti di psicopatia totale e nelle sfaccettature Affettiva e Stile di Vita, ma, curiosamente, a punteggi più bassi nella sfaccettatura Antisociale.
Questi dati sembrano suggerire che un basso status socio-economico potrebbe contribuire allo sviluppo di certi tratti psicopatici, o che certi tratti rendano più difficile raggiungere posizioni qualificate. È un po’ il dilemma dell’uovo e della gallina, ma sicuramente apre scenari di riflessione importanti. Per esempio, le professioni meno qualificate potrebbero essere associate a maggiori fattori di stress (precarietà, bassa soddisfazione) che interagiscono con predisposizioni individuali.
C’è anche da dire che lo studio ha trovato una correlazione positiva significativa tra comportamenti criminali e punteggi totali di psicopatia, così come con le sfaccettature Interpersonale e Stile di Vita. Questo non sorprende del tutto, ma è cruciale notare che questa correlazione emergeva quando anche SES e professione erano significativi, suggerendo che lo status sociale possa modulare il legame tra tratti psicopatici e comportamenti devianti.
I Famosi “Psicopatici di Successo”: Esistono Davvero?
Si parla spesso di “psicopatici di successo” o “adattivi”: individui con tratti psicopatici elevati che però non commettono crimini e anzi, raggiungono posizioni di rilievo. Pensate a certi manager, politici, imprenditori. Caratteristiche come l’egocentrismo, una certa insensibilità emotiva, il fascino e la manipolazione potrebbero, in certi contesti, rivelarsi vantaggiose. Lo studio non si focalizzava direttamente su questo, ma i risultati, come quelli sul SES e la professione, ci ricordano che la manifestazione della psicopatia è complessa e può variare enormemente.

Limiti e Prospettive Future
Come ogni ricerca, anche questa ha i suoi limiti. I dati sono stati raccolti online e si basano sull’autovalutazione, il che può portare a risposte socialmente desiderabili (e infatti, i punteggi di desiderabilità sociale erano alti!). Il campione era prevalentemente femminile, mentre la psicopatia è generalmente più diagnosticata negli uomini (e infatti, essere donna correlava con punteggi più bassi di psicopatia in questo studio). Anche la rappresentanza dei vari livelli di SES e delle specifiche professioni non era perfettamente bilanciata.
Nonostante ciò, trovo che questo studio sia importantissimo. Primo, perché sposta l’attenzione sulla psicopatia nella comunità, in un contesto europeo (Portogallo), allontanandosi dal solito focus nordamericano e forense. Secondo, perché evidenzia come SES e professione siano variabili cruciali da considerare. E terzo, perché apre la strada a programmi di prevenzione. Invece di reagire solo quando il danno è fatto, capire meglio queste dinamiche può aiutarci a sviluppare interventi mirati, magari su giovani adulti, persone con basso SES o in professioni meno qualificate, concentrandosi su aspetti come l’impulsività o comportamenti a rischio legati allo stile di vita.
In conclusione, la psicopatia è un fenomeno universale e complesso, che va oltre gli stereotipi. Studiarla nella comunità, con tutte le sue sfumature, è fondamentale non solo per la scienza, ma per la società intera. Chissà, forse la prossima volta che osserveremo certi comportamenti in un collega o in un conoscente, avremo qualche strumento in più per interrogarci, senza giudicare, ma con maggiore consapevolezza.
Fonte: Springer
