Immagine concettuale fotorealistica: una vecchia bussola scientifica incrinata (simbolo della psicologia tradizionale come storia) accanto a una mappa stellare luminosa e interconnessa che si espande (simbolo del futuro relazionale e decolonizzato). Obiettivo 50mm, profondità di campo, toni blu e oro duotone, illuminazione suggestiva.

Psicologia Sociale: Da ‘Storia’ a Strumento per Plasmare un Futuro Relazionale (E Decolonizzato!)

Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio affascinante, un po’ critico ma pieno di speranza, nel cuore della psicologia sociale. Avete mai pensato a come questa disciplina, che studia come pensiamo, influenziamo e ci relazioniamo gli uni con gli altri, sia nata e cresciuta? Spesso la immaginiamo come una scienza “pura”, alla ricerca di leggi universali del comportamento umano, un po’ come la fisica cerca le leggi della natura. Ecco, preparatevi, perché sto per mettere in discussione proprio questa idea.

La Psicologia Sociale è Storia, Non Legge Universale

Partiamo da un’idea esplosiva lanciata da Kenneth Gergen già nel lontano 1973: la psicologia sociale, così come l’abbiamo conosciuta, assomiglia più alla storia che alla fisica. Cosa significa? Significa che le “verità” che scopre non sono eterne e immutabili. Anzi! Sono profondamente legate al contesto storico e culturale in cui emergono. Pensateci: i valori, le conoscenze, le mode del momento… tutto questo influenza non solo i ricercatori, ma anche le persone che studiano.

Gergen fa un esempio illuminante: mettiamo che la ricerca “scopra” che i gruppi tendono a prendere decisioni più rischiose degli individui. Una volta che questa “scoperta” si diffonde nella società, cosa succede? Le persone, consapevoli di questa tendenza, potrebbero iniziare a compensare attivamente, diventando più caute nei gruppi. Oppure, potrebbero ridefinire cosa significa “rischio”, magari vedendolo non più come qualcosa di negativo, ma come un tentativo coraggioso di creare futuri diversi, specialmente in questo nostro “mondo sull’orlo del baratro” (world on edge), come lo chiama Gergen più recentemente. Vedete? La conoscenza psicologica non è neutra, ma interagisce con la realtà sociale, modificandola. Non descrive leggi fisse, ma partecipa a un dialogo continuo.

Questa idea ci porta dritti al cuore del costruzionismo sociale, una prospettiva che Gergen ha contribuito enormemente a sviluppare. In parole povere, ci dice che quello che chiamiamo “conoscenza” non è uno specchio fedele della realtà là fuori, ma qualcosa che costruiamo insieme, nelle nostre interazioni, nelle nostre conversazioni, nelle nostre culture. È una costruzione comunitaria. Questa non è solo una teoria astratta; è una lente potentissima per capire come funzioniamo, sia nella scienza che nella vita quotidiana.

Fotografia in bianco e nero, stile film noir, di vecchi libri di testo di psicologia accatastati su una scrivania polverosa, illuminati da una singola lampada, evocando un senso di storia passata e conoscenza contestuale. Obiettivo 35mm, profondità di campo.

Il Costruzionismo Sociale: La Conoscenza è Creazione Collettiva

Se la conoscenza è una costruzione sociale, allora dobbiamo farci delle domande serie su quale tipo di conoscenza abbiamo privilegiato. La psicologia “mainstream”, nata in Occidente, ha spesso preteso di parlare per tutta l’umanità, cercando queste famose leggi universali. Ma così facendo, non ha forse finito per imporre una visione del mondo molto specifica, quella occidentale, ignorando o addirittura svalutando la ricchezza di altre tradizioni culturali e dei loro modi di conoscere e vivere?

Qui entra in gioco un tema cruciale: la decolonizzazione. Non si tratta solo di storia passata, ma di riconoscere come certe idee e pratiche scientifiche, nate in un contesto coloniale, continuino ad avere effetti potenti oggi. Gergen stesso, insieme ad altri studiosi, ha sottolineato come la psicologia occidentale, con la sua enfasi sull’individuo separato, sulla mente come entità isolata, abbia spesso danneggiato culture che invece valorizzano la relazione, la comunità, la connessione con il tutto (anche con il mondo non-umano).

Pensiamo alla teoria dell’identità sociale, che suggerisce una tendenza quasi innata a dividerci in “noi” e “loro”. La ricerca che parte da questo presupposto, anche quando cerca modi per mitigare il pregiudizio, finisce per rinforzare l’idea che questa divisione sia “naturale”, normale. Ma se invece, seguendo il costruzionismo, pensassimo che queste divisioni non sono innate, ma sono il risultato di un certo modo di parlare del mondo, di un discorso che definisce i gruppi come entità separate? Cambia tutto, no?

Decolonizzare la Mente: L’Importanza delle Prospettive Indigene

Ecco perché diventa fondamentale ascoltare e valorizzare le prospettive “indigene” (e qui non intendo solo quelle dei popoli nativi in senso stretto, ma di tutte quelle culture a lungo marginalizzate dalla scienza dominante). Prendiamo l’Africa, ad esempio. Lì, il concetto di Ubuntu esprime magnificamente un’ontologia relazionale: “Io sono perché noi siamo”. Non esiste un “io” separato; la nostra stessa esistenza è definita dalle nostre relazioni con gli altri e con l’ambiente. Questa non è solo una bella frase, è una visione del mondo completa, con una sua epistemologia (il sapere è relazionale) e una sua assiologia (dobbiamo agire per rafforzare le relazioni).

Gergen mostra grande apprezzamento per l’Ubuntu e altre tradizioni simili. Studiosi africani come Chilisa ci invitano a costruire partnership di ricerca multi-epistemologiche, dove sistemi di conoscenza diversi (occidentali e locali) dialogano con rispetto, magari usando proverbi, canzoni, storie locali per decostruire stereotipi e ideologie dominanti. È importante notare che non propongono un approccio “afro-centrico”, ma un’epistemologia relazionale universale, un modo per far dialogare le diverse realtà.

Fotografia macro, obiettivo 100mm, di mani diverse (diverse etnie e età) che si intrecciano delicatamente attorno a una giovane pianta che cresce dalla terra fertile, illuminazione controllata, alta definizione, simboleggiando connessione, Ubuntu e crescita collettiva.

Ubuntu e Psicologia Indiana: Visioni Relazionali per il Mondo

Un discorso simile emerge dall’India. La Psicologia Indiana (IP), come spiegano studiosi come Misra, Dalal e Pandit, critica la dominanza dei modelli psicologici importati dall’Occidente durante il periodo coloniale, che hanno ignorato le ricche tradizioni intellettuali e culturali locali. Ma attenzione: la IP non vuole essere solo una “psicologia culturale” per l’India. Il suo obiettivo è più ampio: liberare gli esseri umani dalla sofferenza, ovunque si trovino, attingendo a una visione dell’essere umano profondamente interconnesso (corpo-mente-coscienza) e radicato nell’ambiente.

Anche qui, l’idea non è di sostituire un etnocentrismo con un altro, ma di offrire al mondo intero delle risorse concettuali e pratiche per coltivare il benessere, mettendo in discussione l’ossessione della psicologia mainstream per l’individuo isolato, la mente “mercificata”, misurata in laboratorio e separata dal contesto. Si tratta di riscoprire e valorizzare modi di essere e conoscere che sono forse più adatti ad affrontare le sfide globali che abbiamo di fronte.

Verso una Ricerca che Plasma il Futuro (Relational Future-Forming)

Allora, dove ci porta tutto questo? Ci porta a ripensare radicalmente il ruolo della ricerca psicologica. Se accettiamo che la psicologia non scopre leggi eterne ma partecipa alla costruzione della realtà sociale (è “storia”), e se riconosciamo l’urgenza di decolonizzare il nostro sapere valorizzando la pluralità delle esperienze umane (specialmente quelle relazionali), allora la ricerca non può più limitarsi a “descrivere” o “prevedere”. Deve diventare consapevolmente un’attività generativa, come diceva Gergen già nel 1978.

Dobbiamo orientare la nostra ricerca verso il “relational future-forming“: usare i nostri strumenti non per fotografare il presente (o peggio, un passato idealizzato), ma per co-esplorare e co-creare attivamente futuri possibili, futuri più giusti, più sostenibili, più relazionali. Si tratta di immaginare e costruire insieme modi migliori di “andare avanti”, come esseri umani in relazione tra noi e con il pianeta. Questo vale anche per la ricerca qualitativa, che non deve cadere nella trappola di voler “rispecchiare” la realtà secondo criteri presi a prestito dalla scienza sperimentale, ma abbracciare il suo potenziale trasformativo.

È un invito a essere più umili riguardo alle pretese universalistiche della nostra scienza, più aperti all’ascolto di voci diverse, e più coraggiosi nell’assumerci la responsabilità del futuro che le nostre teorie e le nostre pratiche contribuiscono a creare. In un mondo “sull’orlo del baratro”, forse, riscoprire la nostra profonda interconnessione e imparare a collaborare attraverso le differenze non è solo una bella idea, ma un imperativo relazionale per la sopravvivenza e il benessere collettivo.

Fotografia grandangolare, obiettivo 15mm, di un gruppo eterogeneo di persone che collaborano attorno a un tavolo luminoso in un ambiente moderno, disegnando mappe e diagrammi futuri, lunga esposizione per catturare il movimento creativo, focus nitido, rappresentando la ricerca come 'relational future-forming'.

Fonte: Springer

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