Clima, Oceani e il Potere Nascosto del Passaparola: Come la Psicologia Può Salvarci (Forse)
Parliamoci chiaro: il cambiamento climatico fa paura. E quando pensiamo all’oceano – quella distesa immensa, profonda, misteriosa – gli effetti del clima sembrano ancora più lontani, quasi astratti. Scioglimento dei ghiacci, acidificazione, innalzamento dei mari… cose enormi, che ci fanno sentire impotenti. Che differenza può fare la mia borraccia riutilizzabile di fronte a tutto questo? È una sensazione comune, quella che gli psicologi chiamano distanza psicologica: il problema è percepito come lontano nel tempo, nello spazio, e riguarda persone diverse da noi. E per l’oceano, spesso “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, questa distanza è ancora più marcata.
Il risultato? Fatichiamo ad agire. Certo, molti riconoscono la necessità di un’azione diffusa, ma passare dalla consapevolezza all’impegno concreto, soprattutto per qualcosa di “invisibile” come i cambiamenti oceanici, è un’altra storia. Le solite campagne informative basate sul “deficit di conoscenza” – l’idea che basti spiegare bene un problema perché la gente si attivi – hanno dimostrato più volte di non funzionare granché. Sapere non basta per agire, soprattutto se ci sentiamo piccoli e insignificanti di fronte alla vastità del problema.
Allora, come si fa a motivare le persone? Come possiamo spingerle non solo a cambiare le proprie abitudini, ma anche a fare qualcosa di ancora più potente: coinvolgere gli altri? Qui entra in gioco quella che potremmo chiamare organizzazione relazionale: la nostra disponibilità a parlare con amici, familiari, colleghi, incoraggiandoli a unirsi alla causa. È un effetto domino potenzialmente enorme. Ma come innescarlo?
L’esperimento: messaggi alla prova sulla costa dell’Oregon
Immaginatevi sulla costa dell’Oregon, USA. Un luogo magnifico, amato da turisti e residenti, ma anche un luogo dove gli impatti del cambiamento climatico sull’oceano si fanno già sentire. Proprio lì, è stato condotto uno studio (pre-registrato, quindi con ipotesi e metodi dichiarati in anticipo, a garanzia di serietà) su oltre 2400 visitatori. L’obiettivo? Testare diversi tipi di messaggi per vedere quale fosse più efficace nello spingere le persone a impegnarsi nell’organizzazione relazionale per il clima e l’oceano.
Sono stati messi a confronto quattro approcci:
- Un messaggio di controllo, neutro, sulle riserve marine locali.
- Un messaggio focalizzato su una minaccia specifica e locale: l’acidificazione degli oceani. L’idea era: rendiamo il problema meno astratto, più vicino.
- Un messaggio che puntava sulla connessione emotiva con la costa. L’idea: facciamo leva sul legame affettivo con quel luogo per motivare all’azione.
- Un messaggio “psicologicamente saggio”, mirato a rafforzare la convinzione di poter essere efficaci nell’organizzare gli altri (l’efficacia dell’organizzazione relazionale). L’idea: diamo alle persone la fiducia di poter davvero fare la differenza parlando e coinvolgendo chi sta loro intorno.
Cosa ne è venuto fuori? I risultati sono… interessanti, e forse un po’ controintuitivi.

La minaccia vicina non basta: l’acidificazione non smuove (abbastanza)
L’acidificazione degli oceani è un problema serio, concreto, con impatti locali anche in Oregon. Eppure, il messaggio che ne parlava, pur aumentando la consapevolezza sul tema specifico, non ha avuto effetti rilevabili sull’intenzione delle persone di impegnarsi nell’organizzazione relazionale. Sembra che sottolineare una minaccia specifica, anche se vicina, non sia sufficiente a superare la sensazione di impotenza o a motivare quel tipo di azione sociale. Forse perché, anche se informate, le persone non vedono un collegamento diretto tra quella minaccia e l’azione specifica di “parlare con gli altri”.
Il richiamo della costa: bello, ma non abbastanza forte
E il messaggio che faceva leva sul legame con la costa? Sulla bellezza del luogo, sulle emozioni che suscita? Nemmeno questo ha funzionato per stimolare l’organizzazione relazionale. Anzi, non è nemmeno riuscito ad aumentare significativamente il senso di “connessione alla costa” percepito dai partecipanti dopo aver letto il messaggio. Questo suggerisce che un semplice richiamo alla bellezza o all’attaccamento emotivo superficiale potrebbe non essere sufficiente a toccare le corde giuste per l’azione collettiva. Forse la connessione con un luogo, per diventare motore d’azione, deve essere legata anche a esperienze sociali condivise, non solo al godimento individuale del paesaggio.
Il potere del passaparola: credere di poter fare la differenza
E arriviamo al quarto messaggio, quello definito “psicologicamente saggio”. Questo messaggio non si concentrava tanto sul problema (l’oceano che cambia) o sull’emozione (l’amore per la costa), ma sulla persona e sulla sua percezione di poter agire efficacemente. Nello specifico, mirava a rafforzare la convinzione di poter riuscire a parlare con gli altri e a incoraggiarli ad agire (relational organizing efficacy).
Ebbene, questo è stato l’unico messaggio che ha aumentato significativamente, seppur debolmente, l’intenzione dei partecipanti di impegnarsi nell’organizzazione relazionale. Un piccolo passo, certo (l’effetto era statisticamente significativo ma piccolo, spiegando solo lo 0.2% della variazione nelle intenzioni), ma in una direzione promettente. Sembra che toccare il tasto della “percezione di efficacia” – far sentire le persone capaci di compiere quell’azione specifica – sia una leva più potente rispetto al solo informare sulla minaccia o evocare emozioni generiche legate al luogo.
Questo approccio ha avuto anche un leggero effetto positivo sull’intenzione di compiere altre azioni, come fare scelte alimentari più sostenibili (azione individuale) e parlare con altri del cambiamento climatico oceanico (comunicazione interpersonale). Non ha invece smosso l’intenzione di partecipare ad attività climatiche organizzate dalla comunità.

Perché puntare sull’efficacia funziona (anche se piano)
Perché questo approccio sembra funzionare meglio? La psicologia ci dice che uno dei bisogni umani fondamentali è sentirci competenti, capaci di raggiungere i nostri obiettivi. Se pensiamo che un’azione sia fattibile e che possa avere un impatto, siamo più propensi a intraprenderla. Di fronte a un problema enorme come il cambiamento climatico, sentirsi dire “puoi fare la differenza parlando con Tizio e Caio” è forse più motivante che sentirsi dire “l’oceano sta morendo”.
Questo risultato mette anche in discussione un approccio comune: spesso chi si occupa di conservazione (manager, scienziati) comunica basandosi sulle proprie preoccupazioni (es. l’acidificazione), ma queste potrebbero non essere le stesse del pubblico. Per essere efficaci, forse dovremmo partire dalle preoccupazioni delle persone e mostrare come l’azione per il clima possa portare benefici anche ad altri aspetti che stanno loro a cuore (salute, sicurezza, comunità).
Inoltre, il fallimento del messaggio sulla “connessione alla costa” suggerisce che forse dovremmo pensare a questo legame in modo più sociale. Non solo “amo questo posto”, ma “amo vivere questo posto *con altri*”. Forse puntare su un’identità collettiva legata al luogo (“noi che amiamo la costa”) potrebbe essere più efficace per azioni collettive come l’organizzazione relazionale.
Messaggi brevi, effetti piccoli: cosa serve davvero?
Va detto: l’effetto del messaggio sull’efficacia era piccolo. Questo studio ha usato messaggi molto brevi (letti in circa 30 secondi), simili a quelli che si potrebbero usare in un volantino o in un breve incontro informativo. È possibile che per ottenere effetti più robusti e duraturi servano interventi più lunghi, più coinvolgenti, che lavorino in modo più approfondito sulla percezione di efficacia. Pensiamo a gruppi di discussione sul clima, programmi di volontariato ambientale… esperienze che permettano alle persone di “mettersi alla prova”, di sperimentare concretamente la propria capacità di agire e di influenzare gli altri.
Certo, interventi più lunghi raggiungono meno persone. C’è sempre un compromesso tra ampiezza e profondità. Ma forse potremmo potenziare anche gli interventi brevi. Come? Ad esempio, usando le immagini. Una foto potente può avere un impatto emotivo più immediato del testo. La ricerca in questo campo è ancora agli inizi, ma è una strada da esplorare.
Un’altra sfida enorme è misurare l’impatto reale sul comportamento. Nello studio, si è provato a usare la scelta di un adesivo con uno slogan “pro-azione” come indicatore di un impegno reale, ma non sono emerse differenze significative tra i gruppi. Passare dall’intenzione dichiarata all’azione concreta è il vero salto, e misurarlo rimane difficilissimo.
In conclusione: la comunicazione è un’arte (e una scienza)
Cosa ci portiamo a casa da tutto questo? Che comunicare il cambiamento climatico, specialmente quello legato agli oceani, è tremendamente complesso. Non basta informare, non basta emozionare in modo generico. Sembra invece promettente puntare sulla percezione di efficacia delle persone rispetto ad azioni specifiche, come quella, potentissima, di coinvolgere la propria rete sociale.
È un piccolo indizio, ma prezioso. Ci dice che forse, per smuovere le coscienze e le azioni, dobbiamo essere “psicologicamente saggi”: precisi, mirati, basati su solide evidenze di cosa funziona, per chi e quando. Dobbiamo smettere di comunicare “a caso” e iniziare a farlo in modo strategico, informato dalla psicologia.
La sfida è enorme, l’urgenza massima. Ma capire come funzionano le nostre menti e le nostre motivazioni è un passo fondamentale per sperare di “invertire la rotta” (o almeno provarci seriamente) sul cambiamento climatico e sulla salute dei nostri preziosi oceani. La comunicazione non è solo parole, è uno strumento potente che dobbiamo imparare a usare al meglio.
Fonte: Springer
