Immagine concettuale astratta che rappresenta la metacognizione e l'autoriflessione: cerchi concentrici luminosi che si espandono da una silhouette stilizzata di una testa umana, su sfondo scuro. Illuminazione drammatica, alta definizione.

Psicologi allo Specchio: L’Arte (e le Insidie) dell’Autovalutazione della Competenza

Ciao a tutti! Oggi voglio chiacchierare con voi di un tema che mi sta particolarmente a cuore e che, ne sono convinto, tocca le corde di chiunque lavori nel campo della psicologia (e non solo!): l’autovalutazione della nostra competenza. Sembra facile, vero? Guardarsi dentro, capire dove siamo forti e dove invece c’è da lavorare. Eppure, come professionisti della mente, sappiamo bene che guardarci allo specchio non è sempre un’impresa semplice, anzi, può essere pieno di trappole e zone d’ombra.

Recentemente mi sono imbattuto in uno studio affascinante (trovate il link alla fine!) che ha intervistato dodici psicologi australiani proprio su questo: come facciamo a capire quanto siamo “bravi” nel nostro lavoro? Quali processi mentali mettiamo in atto? E quali ostacoli incontriamo lungo il cammino? Beh, le risposte sono state illuminanti e, devo dire, molto, molto familiari.

Perché è Cruciale Sapersi Valutare?

Prima di tuffarci nei meandri della mente, facciamo un passo indietro. Perché è così importante saper valutare le proprie competenze? Non è solo una questione di sentirsi sicuri o di pianificare la carriera (anche se, certo, aiuta!). È una questione etica fondamentale. Il nostro codice deontologico, in Australia come in molti altri paesi, ci chiede di praticare entro i limiti delle nostre conoscenze e abilità, di monitorare costantemente il nostro operato e di mantenerci aggiornati.

Pensateci: la sicurezza dei nostri clienti dipende dalla nostra capacità di riconoscere quando un caso è alla nostra portata, quando è meglio chiedere un consulto o passare la mano a un collega più esperto. È un atto di responsabilità enorme. Negli ultimi decenni, poi, c’è stata una vera e propria “rivoluzione delle competenze” nel mondo della salute: non basta più accumulare ore di formazione, bisogna dimostrare di *saper fare* determinate cose. E questa necessità non finisce con la laurea o l’abilitazione, anzi, ci accompagna per tutta la carriera.

Autoriflessione e Autovalutazione: Cugine, non Gemelle

Spesso usiamo i termini “autoriflessione” e “autovalutazione” quasi come sinonimi, ma c’è una sottile differenza. L’APA definisce l’autoriflessione come “l’esame, la contemplazione e l’analisi dei propri pensieri, sentimenti e azioni”. È un processo metacognitivo deliberato, un guardarsi dentro con la massima obiettività possibile per capire come funzioniamo e, possibilmente, migliorare. È una competenza chiave per noi psicologi.

L’autovalutazione, invece, come la definiscono Eva e Regehr nel campo medico, è più specifica: è quel processo di riflessione personale che facciamo per giudicare il nostro livello attuale di conoscenze e abilità, con l’obiettivo di identificare aree di miglioramento e pianificare la nostra formazione continua. È come se l’autoriflessione fosse il panorama generale e l’autovalutazione fosse lo zoom sulle nostre competenze specifiche. Entrambe sono cruciali, ma l’autovalutazione ha quel focus mirato sul “saper fare”.

Come Funziona Davvero l’Autovalutazione? Il Processo Metacognitivo

Lo studio ha messo in luce un processo interno davvero complesso. Non è un semplice “ok, sono bravo in questo, meno in quello”. È un continuo dialogo interiore, un intreccio tra passato, presente e futuro.

Ecco cosa emerge:

  • È Intrecciata con l’Autoriflessione: Mentre ci valutiamo, ripensiamo a esperienze passate (“quella volta con quel paziente…”), analizziamo le sensazioni del momento (“mi sento sicuro su questo punto?”) e proiettiamo verso il futuro (“su cosa dovrei lavorare?”). È un flusso continuo.
  • Andiamo a Caccia di Prove (Evidence-Seeking): Per giudicarci, cerchiamo “prove”. Quali?
    • Benchmark interni: Ognuno di noi ha dei criteri, delle “checklist mentali” basate sull’esperienza passata.
    • Feedback esterni: Il parere dei clienti (“tornano?”, “dicono che li aiuto?”), dei supervisori, dei colleghi (anche di altre discipline!), persino dei tirocinanti.
    • Confronto con gli altri: A volte ci misuriamo (anche inconsciamente) con quello che percepiamo degli altri clinici (“lui/lei prenderebbe questo caso?”, “io mi sento più/meno a mio agio di loro su questo tema?”).
  • Primo piano ritratto di uno psicologo pensieroso, seduto alla scrivania con libri e appunti, luce soffusa da una finestra laterale. Obiettivo prime 35mm, profondità di campo ridotta, toni bicromatici seppia e grigio.

  • Usiamo Strategie Cognitive Utili: Per navigare questo processo, mettiamo in campo delle strategie mentali. C’è una sorta di consapevolezza metacognitiva: sappiamo che stiamo pensando al nostro pensare! Strategie utili includono:
    • Atteggiamento da “eterno studente”: L’idea che c’è sempre da imparare, anche dagli errori.
    • Orientamento agli obiettivi: Vedere l’autovalutazione come un modo per crescere.
    • Autocompassione: Essere gentili con noi stessi, accettare che non si può essere “esperti” in tutto, soprattutto considerando la fase della carriera in cui ci troviamo. Avere standard realistici aiuta tantissimo!
  • Gli Strumenti Strutturati Aiutano a Fissare Obiettivi: Lo studio ha usato anche uno strumento specifico, le COPPR Scales (basate sugli standard australiani). È emerso che usare una misura strutturata, una sorta di “check-list” dettagliata delle competenze, aiuta a rendere l’autovalutazione più sistematica, olistica e, soprattutto, a definire obiettivi di miglioramento più chiari e misurabili (i famosi obiettivi SMART!). Permette di vedere le sfumature, evitando il pensiero “tutto o niente” (“sono bravo/non sono bravo”).

Ma Allora, Perché è Così Difficile? Le Barriere

Se il processo è questo, perché spesso ci sentiamo a disagio o troviamo difficile autovalutarci onestamente? Lo studio ha identificato tre grosse aree di ostacoli, tre “barriere” che molti di noi probabilmente riconosceranno:

  • Dubbi sull’Utilità: A volte, semplicemente, dubitiamo che serva davvero.
    • Pragmatismo: Richiede tempo, concentrazione… ne vale la pena?
    • Mancanza di “anima”? Alcuni sentono che un questionario strutturato non cattura la profondità della riflessività, che è più un esercizio da “spunta la casella”, utile forse all’inizio carriera ma meno dopo.
    • Focus sulle forze vs. debolezze: Alcuni preferiscono concentrarsi su ciò in cui sono già bravi, piuttosto che “riparare” le debolezze, magari anche perché il contesto lavorativo non permette di intervenire su certe aree.
  • Fotografia macro di una lente d'ingrandimento posata su un testo psicologico aperto, illuminazione controllata per evidenziare i dettagli della carta e del testo. Obiettivo macro 90mm, messa a fuoco precisa.

  • Il Peso dei Bias e della Conoscenza Limitata: Qui tocchiamo un nervo scoperto. Siamo consapevoli che la nostra autopercezione è… beh, nostra. È filtrata.
    • “Non sai quello che non sai”: La nostra valutazione è limitata da quanto effettivamente conosciamo di una certa area. Potremmo sentirci competenti oggi, ma tra un anno, sapendone di più, potremmo rivalutare (al ribasso) la nostra competenza passata.
    • Bias personali e punti ciechi: “Come mi vedo io non è detto sia come mi vedono gli altri”. C’è la consapevolezza che la nostra visione è parziale.
    • Tendenza al negativo: Alcuni notano una tendenza a focalizzarsi più sulle debolezze che sui punti di forza.
    • Confronti “ingiusti”: Paragonarsi a colleghi con percorsi diversi può essere fuorviante.
  • Ritratto di una psicologa con espressione dubbiosa, vista attraverso uno specchio leggermente appannato, effetto film noir, bianco e nero, obiettivo 35mm.

  • Pensieri ed Emozioni Scomode: E poi c’è il carico emotivo. Autovalutarsi può far emergere cose non proprio piacevoli.
    • Etichette “pesanti”: Parole come “non ancora competente” o “esperto” usate nelle scale possono suonare giudicanti.
    • Sindrome dell’impostore: Quel tarlo che sussurra “sto facendo bene?”, “sono abbastanza bravo?”. L’autovalutazione può accenderla.
    • Pressione a migliorare: Sentire il peso di dover sempre fare di più, essere migliori.
    • Disagio per l’accuratezza: La preoccupazione che la propria valutazione non sia poi così accurata.
    • Sguardo al passato: A volte, riflettere sulle competenze passate può portare un po’ di imbarazzo (“pensavo di essere bravo allora, ma ora…”).

Cosa Ci Portiamo a Casa?

Questo studio ci offre uno spaccato prezioso dei meccanismi mentali e delle sfide emotive legate all’autovalutazione. Ci dice che noi psicologi siamo molto consapevoli della complessità di questo processo, dei nostri bias, ma anche del suo valore.

L’autovalutazione non è un punto d’arrivo, ma un processo continuo, vitale per la nostra crescita e per la qualità del servizio che offriamo. Riconoscere le barriere – i dubbi, i bias, le emozioni scomode – è il primo passo per affrontarle. Forse, coltivare quell’atteggiamento di apprendimento continuo e un po’ di sana autocompassione può fare la differenza.

E gli strumenti strutturati? Non sono la panacea, ma possono essere un valido aiuto, soprattutto se integrati in un processo riflessivo più ampio, magari discusso in supervisione. Ci aiutano a essere più specifici, a coprire tutte le aree e a definire obiettivi concreti.

La strada per conoscere veramente le nostre competenze è lunga e tortuosa, ma esplorarla, con onestà e curiosità, è forse una delle avventure professionali (e personali) più importanti che possiamo intraprendere.

E voi, come vivete l’autovalutazione? Quali strategie usate? Quali ostacoli incontrate? Parliamone!

Ampia veduta paesaggistica di un sentiero che si snoda verso montagne illuminate dal sole all'alba, simbolo del percorso di crescita professionale. Obiettivo grandangolare 15mm, messa a fuoco nitida, lunga esposizione per nuvole soffuse.

Fonte: Springer

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