Una composizione artistica di alimenti che rappresentano grassi saturi (es. un pezzetto di formaggio stagionato, una noce di burro) e grassi polinsaturi (es. salmone, noci, semi di lino, olio d'oliva), con una bilancia simbolica al centro per indicare l'importanza dell'equilibrio. Macro lens, 80mm, high detail, controlled lighting, leggero depth of field per focalizzare sulla bilancia.

Grassi Saturi e Polinsaturi: Non è la Quantità, ma la Proporzione che Conta per la Tua Longevità!

Ciao a tutti, amici della scienza e del buon cibo! Oggi voglio parlarvi di una questione che ci tocca da vicino, anzi, da dentro: i grassi nella nostra dieta. Per più di mezzo secolo ci hanno detto e ridetto di sostituire i grassi saturi (SFA) con quelli monoinsaturi (MUFA) e polinsaturi (PUFA) per campare cent’anni, o quasi. Ma, come spesso accade nella scienza, le cose non sono mai così bianche o nere, e le prove sull’effetto dei singoli acidi grassi sulla mortalità sono state un po’ un saliscendi di conferme e smentite.

Una Nuova Prospettiva sui Grassi

Ecco, io e un team di ricercatori ci siamo messi a spulciare i dati del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) tra il 2007 e il 2018, analizzando ben 21.823 persone tra i 20 e gli 80 anni. Volevamo capire meglio questa storia. E sapete una cosa? Abbiamo scoperto qualcosa di davvero interessante, che potrebbe cambiare un po’ il modo in cui guardiamo al nostro piatto.

La vera novità del nostro studio è che non ci siamo concentrati solo sulla quantità assoluta di grassi saturi, monoinsaturi o polinsaturi che la gente mangiava. No, abbiamo guardato alla proporzione di questi grassi rispetto all’apporto totale di grassi (TFAT). E qui le cose si sono fatte intriganti.

Cosa Dicono i Numeri? SFA/TFAT vs PUFA/TFAT

Analizzando i dati con modelli statistici belli tosti (regressione di Cox pesata per l’indagine, per i più tecnici), abbiamo visto che, presi singolarmente, l’assunzione di SFA, MUFA o PUFA non mostrava trend significativi sulla mortalità per tutte le cause, una volta aggiustati per un sacco di fattori. Sembrava quasi un “nulla di fatto”.

Ma quando abbiamo guardato ai rapporti, la musica è cambiata!

  • Chi aveva la proporzione più alta di SFA rispetto ai grassi totali (SFA/TFAT) mostrava un rischio di mortalità più elevato (un Hazard Ratio, HR, di 1.23, che non è poco, con un p per il trend < 0.01). Insomma, troppi saturi *in proporzione* al resto dei grassi non sembra una buona idea.
  • Al contrario, chi aveva la proporzione più alta di PUFA rispetto ai grassi totali (PUFA/TFAT) mostrava un’associazione protettiva, con un rischio ridotto (HR = 0.86, p per il trend < 0.01). Più polinsaturi *in proporzione*, e la bilancia pende dalla parte della longevità!
  • E i MUFA? Beh, il rapporto MUFA/TFAT non ha mostrato associazioni significative con la mortalità (p per il trend = 0.137). Sembrano essere un po’ i “neutrali” della situazione, almeno in questo contesto proporzionale.

Quindi, il punto cruciale sembra essere proprio l’equilibrio, la composizione della nostra “squadra” di acidi grassi nell’apporto lipidico totale, più che la quantità assoluta di un singolo giocatore.

Un piatto diviso a metà: da un lato alimenti ricchi di grassi saturi come burro, formaggio stagionato e carne rossa; dall'altro alimenti ricchi di grassi polinsaturi come salmone, noci, semi di chia e olio di semi di lino. Macro lens, 60mm, high detail, precise focusing, controlled lighting, con una leggera sfocatura sullo sfondo per enfatizzare i cibi.

Il Mediatore Inaspettato: NPAR

Ma perché questa proporzione è così importante? Abbiamo cercato un possibile meccanismo biologico, un “mediatore”. E l’abbiamo trovato in un parametro chiamato rapporto percentuale neutrofili-albumina (NPAR). Questo NPAR è un indicatore emergente che combina lo stato infiammatorio (neutrofili) e nutrizionale (albumina) ed è già stato collegato alla mortalità in diverse malattie croniche.

Le nostre analisi di mediazione hanno rivelato che l’NPAR mediava circa il 9.8% dell’effetto del rapporto SFA/TFAT sul rischio di mortalità e ben l’11.8% dell’effetto del rapporto PUFA/TFAT. Questo suggerisce che parte dell’impatto di queste proporzioni di acidi grassi sulla nostra salute passa attraverso una via infiammatoria comune, modulata appunto dall’NPAR. In pratica, una dieta con una proporzione più alta di SFA potrebbe aumentare l’infiammazione (riflessa da un NPAR più alto), aumentando il rischio, mentre una proporzione maggiore di PUFA farebbe il contrario.

Un Cambio di Paradigma?

Per decenni, l’American Heart Association (dal 1961!) e poi l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno spinto per ridurre i grassi saturi e sostituirli con quelli insaturi. E i nostri risultati, in un certo senso, danno manforte a queste raccomandazioni, specialmente a quelle più recenti dell’OMS del 2023 che parlano proprio di modificare le proporzioni relative dei sottotipi di acidi grassi mantenendo costante l’apporto energetico totale derivato dai grassi.

Il nostro studio è il primo, a quanto ne so, a valutare in modo così completo il rischio di mortalità associato al bilancio proporzionale dei tre principali sottotipi di acidi grassi all’interno dell’assunzione totale di grassi, invece di guardarli isolatamente. E l’aver identificato l’NPAR come mediatore aggiunge un tassello importante al puzzle meccanicistico.

Dettagli dello Studio e Risultati più Approfonditi

Abbiamo utilizzato i dati di sei cicli di indagine NHANES (2007-2018), seguendo i partecipanti fino al 31 dicembre 2019. L’assunzione dietetica è stata valutata con interviste dettagliate (due richiami delle 24 ore).
Le persone decedute durante il follow-up (1.973 su 21.823, in un periodo mediano di 6.5 anni) tendevano ad essere più anziane, maschi, di etnia bianca non ispanica, fumatori, con indicatori socioeconomici più bassi, e presentavano valori più alti di pressione sistolica, HbA1c (emoglobina glicata, un marker del diabete) e, appunto, NPAR. Avevano anche un’attività fisica inferiore e un apporto dietetico minore di energia totale, proteine, grassi totali, MUFA e PUFA. Ma, cosa cruciale, mostravano un rapporto SFA/TFAT più alto e un PUFA/TFAT più basso rispetto ai sopravvissuti.

Nei modelli statistici completamente aggiustati (Modello 3, che teneva conto di età, sesso, etnia, istruzione, reddito, fumo, attività fisica, apporto energetico, proteine, grassi totali, BMI, pressione, HbA1c, colesterolo totale, ALT, eGFR, ipertensione e diabete), solo i rapporti SFA/TFAT e PUFA/TFAT hanno mantenuto associazioni significative con il rischio di mortalità.
Per il PUFA/TFAT, abbiamo visto una relazione dose-risposta protettiva: il terzile intermedio aveva una riduzione del rischio del 12% e il terzile più alto una riduzione del 14% rispetto al terzile più basso. Per l’SFA/TFAT, il terzile più alto era associato a un aumento del rischio del 23%.

Un grafico stilizzato che mostra curve di rischio di mortalità. Una curva sale per SFA/TFAT (rosso), una scende per PUFA/TFAT (verde), e una rimane piatta per MUFA/TFAT (grigio). Wide-angle, 10-24mm per dare un senso di prospettiva scientifica, sharp focus sui grafici.

Curiosamente, le analisi per sottogruppi hanno rivelato che l’effetto protettivo del PUFA/TFAT era più marcato nei giovani adulti (20-44 anni, riduzione del rischio del 7% per ogni aumento dell’1% nel rapporto) e negli anziani (65-80 anni, riduzione del 2%), mentre non era significativo nella mezza età (45-64 anni). Questo potrebbe dipendere da fattori confondenti non misurati più prevalenti in quella fascia d’età, come lo stress cronico o la deprivazione di sonno.

Il Ruolo dell’Infiammazione (NPAR)

Come accennato, l’NPAR è un biomarker che integra lo stato infiammatorio e nutrizionale. Le nostre analisi hanno mostrato che le proporzioni relative di SFA e PUFA erano correlate in modo differenziale con l’NPAR: SFA/TFAT positivamente (più SFA, più NPAR) e PUFA/TFAT negativamente (più PUFA, meno NPAR).
Sappiamo da studi meccanicistici che gli SFA possono promuovere l’infiammazione attraverso vie come TLR4/NF-κB e lo stress ossidativo, mentre i PUFA tendono a contrastare questi effetti, ad esempio tramite le vie AMPK e SIRT1. Il fatto che l’NPAR medi parzialmente (9.8% per SFA/TFAT e 11.8% per PUFA/TFAT) questi effetti sulla mortalità rafforza l’idea che la composizione dei grassi nella dieta influenzi il rischio di mortalità anche attraverso la modulazione dell’infiammazione.

Punti di Forza e Limiti (Perché la Scienza è Onesta)

Tra i punti di forza del nostro studio ci sono sicuramente l’ampio campione rappresentativo della popolazione USA, l’uso di richiami dietetici validati e l’aggiustamento per tantissimi fattori confondenti. Aver usato sia l’analisi per terzili sia quella continua (con spline cubiche ristrette) ha garantito robustezza. E, come dicevo, è il primo studio a mettere così in luce l’importanza delle proporzioni.

Certo, ci sono anche dei limiti. I questionari dietetici possono avere bias di ricordo. Non abbiamo seguito i cambiamenti della dieta nel tempo. Lo studio è su popolazione USA, quindi la validità esterna va confermata. Il follow-up potrebbe essere relativamente breve per cogliere effetti a lunghissimo termine. E, nonostante tutti gli aggiustamenti, qualche fattore confondente residuo potrebbe sempre esserci. La causalità inversa è meno probabile in uno studio prospettico come il nostro, ma non si può escludere del tutto.

Cosa Portarsi a Casa?

Quindi, cosa ci dice tutto questo? Che forse, più che demonizzare un singolo tipo di grasso o esaltarne un altro in termini assoluti, dovremmo concentrarci di più sull’equilibrio generale dei grassi che introduciamo. Sostituire una parte dei grassi saturi con quelli polinsaturi, mantenendo un apporto lipidico totale adeguato, sembra essere una strategia vincente per ridurre il rischio di mortalità per tutte le cause. E questo potrebbe passare, almeno in parte, attraverso una riduzione dello stato infiammatorio sistemico.

È un invito a guardare alla qualità complessiva della nostra dieta lipidica, non solo ai singoli componenti. Un piccolo cambiamento di prospettiva che, però, potrebbe fare una grande differenza per la nostra salute e longevità. Insomma, ragazzi, non è solo *cosa* mangiamo, ma anche *come* lo bilanciamo!

Una persona anziana sorridente che prepara un'insalata colorata con salmone grigliato, noci e avocado, in una cucina luminosa. Prime lens, 35mm, depth of field, luce naturale che entra dalla finestra, atmosfera calda e positiva.

Fonte: Springer

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