Procalcitonina: La Spia Segreta delle Infezioni Gravi nei Pazienti Oncologici Febbrili!
Amici della scienza, e non solo! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio affascinante, quasi da detective, nel mondo della medicina, e più precisamente in quello che riguarda i nostri pazienti più fragili: quelli che lottano contro il cancro. Immaginate di avere un paziente oncologico, già provato dalla sua battaglia, che all’improvviso sviluppa la febbre. Panico! La febbre, in questi casi, può essere il primo campanello d’allarme di un’infezione, e le infezioni, lasciatemelo dire, possono diventare davvero pericolose, a volte persino letali.
Il Nemico Invisibile: Le Infezioni nei Pazienti Oncologici
Le infezioni sono una delle complicanze più temute e, purtroppo, comuni nella gestione del cancro. Non solo aumentano il rischio di mortalità e peggiorano la qualità di vita, ma possono anche costringere a ritardare le terapie antitumorali, prolungare i ricoveri in ospedale e, diciamocelo chiaramente, far lievitare i costi sanitari. Tra tutte le infezioni, quelle del flusso sanguigno, che noi medici chiamiamo BSI (Blood Stream Infections), sono tra le più insidiose. E con il crescente problema della resistenza agli antibiotici (AMR), la faccenda si complica ulteriormente. Quando si sospetta una sepsi neutropenica (un’infezione grave in un paziente con pochi globuli bianchi), bisogna agire in fretta, subito, con una terapia antibiotica empirica. Ma come facciamo a essere sicuri? Come possiamo distinguere una semplice febbre da un’infezione batterica seria che richiede un intervento massiccio?
Procalcitonina (PCT): Un Alleato Prezioso
Ecco che entra in gioco un marcatore che sta rivoluzionando il modo in cui affrontiamo queste situazioni: la procalcitonina (PCT). Pensatela come un “ormone-sentinella”. È il precursore della calcitonina e viene prodotta da molti organi e anche dai macrofagi (le nostre cellule spazzine). Il bello della PCT è che i suoi livelli schizzano alle stelle nel giro di poche ore dall’inizio di un processo infiammatorio di origine batterica, raggiungono il picco in 24 ore e poi, se tutto va bene, iniziano a scendere. Ha un’emivita relativamente breve, il che la rende ottima per monitorare l’efficacia della terapia. Molto più reattiva, per esempio, della Proteina C Reattiva (CRP), un altro marcatore infiammatorio molto usato ma con un’emivita più lunga.
La PCT è considerata una vera svolta nella gestione della sepsi. Misurarla ci aiuta a:
- Fare una diagnosi precoce di infezione batterica.
- Valutare la gravità dell’infezione.
- Guidare la terapia antibiotica, evitando di usarla a sproposito o per troppo tempo (e quindi combattendo l’AMR!).
- Prevedere l’esito nei pazienti critici.
C’è un però: i livelli di PCT potrebbero non essere d’aiuto nelle infezioni localizzate e raramente aumentano in risposta a infezioni virali. E nei pazienti oncologici, la febbre può essere l’unico segno, spesso mancano i sintomi classici. Distinguere una BSI da altre cause di febbre all’inizio è un bel rompicapo. Ecco perché abbiamo bisogno di marcatori affidabili.
Lo Studio: Cosa Abbiamo Cercato di Capire?
Proprio per far luce su questo, è stato condotto uno studio molto interessante (i cui risultati vi sto per raccontare) che si è posto l’obiettivo di investigare i livelli di PCT e CRP in pazienti oncologici adulti ricoverati, con febbre e segni clinici di infezione, confrontando quelli con BSI con quelli con altre infezioni. Volevamo vedere se c’era una relazione con infezioni rischiose come le BSI, il tipo di batterio coinvolto e la risposta alla terapia.
Abbiamo preso in esame 101 pazienti adulti ricoverati presso l’Istituto Nazionale Tumori (NCI) dell’Università del Cairo, tra settembre 2020 e ottobre 2021. Tutti avevano febbre da almeno 48 ore e segni clinici di infezione. Di questi, 50 avevano un’emocoltura positiva (cioè una BSI confermata), mentre 51 avevano altre infezioni (27 batteriche localizzate e 24 virali) con emocoltura negativa. Per darvi un termine di paragone, abbiamo incluso anche un gruppo di controllo di 25 pazienti oncologici ricoverati, nelle stesse condizioni ma senza febbre o segni di infezione.

Abbiamo analizzato di tutto: tipo di tumore, grado e durata della febbre, tipo di infezione, antibiotici usati, risposta alla terapia, eventuale ricovero in terapia intensiva (ICU), durata dell’episodio infettivo e l’esito a un mese. E ovviamente, abbiamo misurato i livelli di PCT e CRP.
I Risultati Che Fanno la Differenza: PCT Superstar!
E ora, tenetevi forte, perché i risultati sono davvero illuminanti!
Considerando un valore soglia (cut-off) di PCT di 0.5 ng/mL, abbiamo visto che i valori mediani di PCT erano significativamente più alti nei pazienti con BSI rispetto a quelli con altre infezioni (p=0.004). E questa differenza era ancora più marcata se la BSI era causata da batteri gram-negativi (p=0.007). Non solo: valori più alti di PCT erano significativamente correlati al ricovero in ICU (p=0.004) e a una scarsa risposta alla terapia antibiotica (p=0.002).
E la CRP? Beh, la differenza nei valori di CRP tra i pazienti con BSI e gli altri casi febbrili non era statisticamente significativa (p=0.922). Questo suggerisce che la PCT, in questo specifico contesto, è un indicatore più affidabile.
PCT e Batteri Gram-Negativi: Un Legame Stretto
Un dato emerso con forza è che i batteri gram-negativi erano i principali colpevoli, causando il 64% delle BSI e il 56% delle infezioni localizzate. Tra questi, la Klebsiella pneumoniae era la più frequente. Purtroppo, abbiamo anche riscontrato un’alta prevalenza di ceppi resistenti agli antibiotici: l’81% erano multi-resistenti (MDR) e il 75% resistenti ai carbapenemi (CRE). Questo è un problema enorme, specialmente per i nostri pazienti ad alto rischio.
È interessante notare che, tra i 32 patogeni gram-negativi isolati dalle emocolture positive, 5 avevano un livello di PCT inferiore a 0.5 ng/mL inizialmente, ma in 4 di questi un campione di follow-up ha mostrato un aumento della PCT sopra la soglia. Questo ci dice che a volte serve monitorare nel tempo.
Il Cut-off della PCT: Una Questione di Equilibrio
Con un cut-off di 0.5 ng/mL, la PCT ha mostrato una sensibilità dell’82% nel discriminare le BSI, ma una specificità solo del 41%. Perché questa bassa specificità? Perché nel gruppo senza BSI, ben il 53% aveva comunque infezioni batteriche documentate in altre sedi. Quindi, anche se la PCT era significativamente più alta nelle BSI, a questo cut-off è comunque associata a infezioni batteriche documentate in generale.
Tuttavia, abbiamo osservato una cosa importante: aumentando il valore di cut-off della PCT, la specificità del test nell’indicare una BSI aumentava, anche se la sensibilità diminuiva. Ad esempio, con un cut-off di ≥1.1 ng/mL, la specificità saliva al 59% e la sensibilità era del 72%. Questo suggerisce che livelli più alti di PCT potrebbero essere più specifici per le BSI. Serviranno altri studi per capire se un cut-off più elevato possa essere più utile per identificare specificamente le BSI.

Distinguere le cause della febbre in un paziente oncologico è un compito arduo: c’è l’infiammazione dovuta al cancro stesso, alle metastasi, alla chirurgia, oltre alle varie infezioni. Questo spiega la specificità non altissima della PCT in questa popolazione così eterogenea.
E le Infezioni Virali? La PCT Non si Scompone
Un altro dato interessante: le infezioni virali, principalmente COVID-19 nel periodo dello studio, non erano associate a un aumento della PCT. Questo è in linea con studi precedenti e rafforza il ruolo della PCT nel rilevare specificamente le infezioni batteriche. Probabilmente perché le infezioni virali attivano la secrezione di interferone-alfa, che segue una via diversa dalla sintesi della PCT.
Implicazioni Pratiche: Perché Tutto Questo Ci Interessa?
Questi risultati sono tutt’altro che accademici. Suggeriscono che la PCT può essere uno strumento diagnostico prezioso per:
- Identificare i pazienti con sepsi e quindi a maggior rischio.
- Guidare le decisioni sulla terapia antibiotica: iniziare presto quando serve, ma anche interrompere prima se la PCT scende, riducendo così l’esposizione agli antibiotici.
- Monitorare la risposta alla terapia: se la PCT non scende, forse c’è qualcosa che non va nella terapia scelta.
- Contribuire a ridurre i giorni di somministrazione di antibiotici, il che è cruciale per combattere l’AMR e ridurre i costi.
La CRP, invece, pur essendo correlata alla diagnosi e al ricovero in ICU, sembra avere un ruolo infiammatorio più ampio nei pazienti oncologici, il che potrebbe limitarne l’utilità nel guidare specificamente la terapia antibiotica in caso di febbre neutropenica.
Limiti e Prospettive Future
Certo, ogni studio ha i suoi limiti. In questo caso, la principale difficoltà è stata non poter randomizzare i casi durante la selezione, un compito arduo data la necessità di attendere i risultati di laboratorio. Inoltre, la popolazione di pazienti oncologici è molto eterogenea.
Nonostante ciò, le conclusioni sono promettenti. La PCT si conferma un marcatore più specifico per le infezioni batteriche rispetto alla CRP in questo contesto. I suoi livelli sono significativamente più alti nei pazienti oncologici febbrili con infezioni, specialmente BSI, e si correlano con la gravità e la risposta alla terapia.
Il futuro? Servono ulteriori studi per capire se l’uso routinario della PCT possa effettivamente ridurre la durata delle terapie antibiotiche inappropriate, con un impatto positivo sulla riduzione dei tassi di AMR e dei costi sanitari. È una sfida, ma la PCT sembra davvero una freccia in più al nostro arco nella difficile battaglia contro le infezioni nei pazienti oncologici. E credetemi, ogni piccolo aiuto in questo campo è oro colato!
Fonte: Springer
