Immagine fotorealistica di un'infermiera di sala operatoria che controlla attentamente un dispositivo di riscaldamento ad aria forzata collegato a una coperta termica su un paziente sdraiato sul tavolo operatorio, prima di un intervento. Obiettivo macro 85mm, focus preciso sull'interfaccia del dispositivo e sulla mano dell'infermiera, illuminazione da sala operatoria.

Ipotermia in Sala Operatoria: Un Nemico Silenzioso che Possiamo Sconfiggere (Ma lo Sappiamo Fare?)

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che forse non è sulla bocca di tutti, ma che ha un impatto enorme sulla salute dei pazienti che affrontano un intervento chirurgico: l’ipotermia perioperatoria non intenzionale. Sembra un parolone, vero? In parole povere, significa che la temperatura corporea del paziente scende sotto i 36°C durante o intorno all’operazione, senza che sia una cosa voluta (come invece accade in alcuni specifici interventi terapeutici).

Vi siete mai chiesti perché le sale operatorie sono spesso così… freschine? Beh, ci sono vari motivi, ma questo ambiente, insieme all’anestesia, alle trasfusioni e al fatto che parti del corpo rimangono esposte a lungo, può contribuire a far scendere la temperatura del paziente. E credetemi, non è una cosa da sottovalutare.

Perché l’ipotermia è un problema serio?

Quando il corpo si raffredda troppo, non è contento. E lo dimostra aumentando il rischio di un sacco di complicazioni post-operatorie. Parliamo di:

  • Infezioni del sito chirurgico (quelle brutte infezioni sulla ferita)
  • Problemi di coagulazione del sangue
  • Metabolismo dei farmaci rallentato (quindi farmaci che funzionano meno o diversamente)
  • Maggiori rischi di eventi cardiovascolari
  • Degenza ospedaliera più lunga

Insomma, un paziente che va in ipotermia ha una ripresa più difficile e rischiosa. La buona notizia? Molti studi dimostrano che se noi, personale medico e infermieristico della sala operatoria, mettiamo in atto delle misure per mantenere calda la persona sotto i ferri, possiamo ridurre drasticamente questi rischi. Una delle cose più efficaci ed economiche? Il preriscaldamento, cioè iniziare a scaldare il paziente *prima* ancora dell’anestesia. Sembra banale, ma fa una differenza enorme!

Ma noi “addetti ai lavori” siamo preparati? Uno studio fa luce

Proprio su questo punto si è concentrato uno studio multicentrico molto interessante condotto nel nord della Cina tra settembre e novembre 2022, i cui risultati sono stati pubblicati su Springer Nature. Mi ha colpito perché ha cercato di capire esattamente cosa sappiamo (Knowledge), come ci poniamo (Attitude) e cosa facciamo concretamente (Practice) – il famoso modello KAP – noi che lavoriamo in sala operatoria (chirurghi, anestesisti, infermieri) riguardo alla prevenzione di questo problema.

Hanno raccolto 213 questionari validi e i risultati sono… beh, un mix. Da un lato, l’atteggiamento generale è risultato molto positivo (punteggio medio 47.54 su 55) e le pratiche messe in atto sono state giudicate accettabili (punteggio medio 31.57 su 40). Questo è fantastico! Significa che la maggior parte di noi percepisce l’importanza del problema e crede di fare le cose giuste. Quasi tutti concordano sul fatto che prevenire l’ipotermia sia fondamentale e che tutti – chirurghi, anestesisti e infermieri – abbiano un ruolo cruciale. C’è anche un forte consenso sulla necessità di formazione specifica.

Fotografia realistica di una sala operatoria moderna e luminosa, focus su un termometro digitale che segna 35.8°C vicino a un paziente coperto da teli chirurgici, obiettivo 35mm, profondità di campo per sfocare leggermente lo sfondo, illuminazione controllata.

Le note dolenti: la conoscenza zoppica

Qui casca un po’ l’asino. Il punteggio medio relativo alle conoscenze specifiche è stato piuttosto bassino: 5.36 su un totale di 12. Meno della metà! Questo suggerisce che, nonostante le buone intenzioni e un certo livello di pratica, ci mancano delle basi fondamentali.

Ad esempio, mentre quasi tutti sanno che i pazienti anziani (>60 anni) sono più a rischio (l’item con la risposta corretta più alta, quasi il 90%), pochissimi (meno del 20%!) conoscevano la temperatura ambientale raccomandata in sala operatoria o sapevano che per interventi superiori ai 30 minuti è consigliato usare un dispositivo di riscaldamento *prima* dell’induzione dell’anestesia (il famoso preriscaldamento!).

Sono emerse anche differenze significative tra le professioni: chirurghi, anestesisti e infermieri hanno mostrato livelli diversi di conoscenza e di pratiche (P=0.046 e P=0.023 rispettivamente).

Il legame cruciale: Sapere -> Atteggiamento -> Fare

Lo studio ha confermato quello che un po’ ci si aspetta: c’è una correlazione positiva tra conoscenza e atteggiamento (r=0.21), tra conoscenza e pratica (r=0.23) e, soprattutto, tra atteggiamento e pratica (r=0.57). In pratica:

  • Più sai, più positivo è il tuo atteggiamento.
  • Più sai, meglio agisci (anche se con un legame più debole direttamente).
  • Più il tuo atteggiamento è positivo, più è probabile che tu metta in atto le pratiche corrette (questo legame è forte!).

Un modello statistico più complesso (SEM) ha mostrato che la conoscenza ha un effetto diretto sull’atteggiamento e un effetto indiretto sulla pratica, mentre l’atteggiamento ha un effetto diretto sulla pratica. Tradotto: la conoscenza è la base, influenza come vediamo il problema (atteggiamento), e questo a sua volta guida le nostre azioni (pratica). Ecco perché colmare le lacune formative è così importante!

Ostacoli e sfide quotidiane

Lo studio ha anche evidenziato le difficoltà che incontriamo nella pratica quotidiana. Non è sempre facile applicare le linee guida.

  • Chirurghi: A volte il carico di lavoro elevato porta a dare priorità alla velocità dell’intervento rispetto alla gestione della temperatura, o c’è la preoccupazione che le apparecchiature di riscaldamento interferiscano con il campo sterile.
  • Anestesisti: Devono monitorare tantissimi parametri contemporaneamente, specialmente in casi complessi, e la temperatura può passare in secondo piano.
  • Infermieri di sala: Possono scontrarsi con la limitata disponibilità di dispositivi di riscaldamento o con la necessità di coordinare la gestione della temperatura con altre urgenze.

Aggiungiamoci le differenze tra ospedali (risorse, infrastrutture), la mancanza di protocolli standardizzati e specifici per diverse specialità chirurgiche… la faccenda si complica.

Focus sugli infermieri: esperienza non sempre fa rima con conoscenza aggiornata

Un’analisi specifica sul gruppo più numeroso (gli infermieri, quasi l’80% del campione) ha rivelato dati interessanti. Gli infermieri che usavano regolarmente attrezzature specifiche come coperte termiche, soffiatori d’aria calda o riscaldatori di liquidi tendevano ad avere atteggiamenti più positivi. L’aderenza a procedure di riscaldamento definite era associata a punteggi di pratica più alti.

Tuttavia, è emerso un dato che fa riflettere: le infermiere con 11-15 anni di esperienza hanno mostrato livelli di conoscenza inferiori e atteggiamenti meno favorevoli rispetto ad altri gruppi. Questo non significa che non siano brave infermiere, anzi! Ma sottolinea un bisogno cruciale: la formazione continua. Le tecniche e le linee guida evolvono, ed è fondamentale rimanere aggiornati, anche per i professionisti più esperti.

Fotografia realistica, stile documentaristico, di un gruppo misto di infermieri, anestesisti e chirurghi in camice che discutono attorno a un tavolo in una sala riunioni ospedaliera, con grafici sulla prevenzione dell'ipotermia visibili su uno schermo alle loro spalle, obiettivo 50mm, luce naturale dalla finestra.

Cosa possiamo fare?

Questo studio, seppur con i suoi limiti (campione limitato a una regione della Cina, possibile bias di autoselezione, focus su ospedali terziari), ci lancia un messaggio chiaro: dobbiamo fare di più sulla formazione specifica. Non basta avere buone intenzioni.
Servono:

  • Interventi formativi mirati: Focalizzati sulle lacune specifiche emerse (es. preriscaldamento, gestione temperatura ambientale).
  • Protocolli standardizzati: Chiari, basati sull’evidenza e adattati alle diverse realtà ospedaliere e specialità chirurgiche.
  • Collaborazione multidisciplinare: Chirurghi, anestesisti, infermieri devono lavorare insieme, supportati dalla direzione ospedaliera.
  • Risorse adeguate: Garantire la disponibilità delle attrezzature necessarie.
  • Formazione continua: Per tutti, inclusi i professionisti con più esperienza.

L’ipotermia perioperatoria non è una fatalità. È una complicanza comune, ma ampiamente prevenibile. Aumentare la nostra consapevolezza e, soprattutto, la nostra conoscenza specifica, può davvero fare la differenza per la sicurezza e il benessere dei nostri pazienti. Dobbiamo sentirci tutti coinvolti in questa sfida!

Fonte: Springer

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