Fotografia ritratto di un uomo anziano (80 anni) sorridente e dall'aria indipendente, che guarda con fiducia verso l'obiettivo, seduto comodamente in poltrona vicino a una finestra con luce naturale. Obiettivo prime 35mm, bianco e nero cinematografico (film noir) per dare intensità emotiva, leggera profondità di campo che sfoca lo sfondo.

I Segreti dell’Indipendenza: Cosa Ci Rende Autonomi (e Felici) da Anziani?

Ciao a tutti! Oggi voglio chiacchierare con voi di un argomento che, ammettiamolo, tocca corde profonde per molti di noi, direttamente o indirettamente: l’indipendenza nella terza età. Sapete, quella capacità di cavarsela da soli, di gestire la propria vita, le proprie cose, che contribuisce così tanto a farci sentire bene con noi stessi, a dare valore alle nostre giornate. Non è solo una questione pratica, è proprio legata alla nostra autostima, al nostro benessere.

E allora, la domanda sorge spontanea: cosa determina se una persona anziana riuscirà a mantenere la propria autonomia nel tempo? Quali sono i “segreti”, se così vogliamo chiamarli? Beh, non sono proprio segreti, ma frutto di ricerca! Recentemente, abbiamo analizzato i dati di uno studio longitudinale molto interessante, chiamato CARE75+, che segue nel tempo un bel gruppo di persone over 75 che vivono a casa propria, proprio per capire meglio questi meccanismi. L’obiettivo? Identificare i fattori che “predicono”, cioè che ci aiutano a capire in anticipo, chi manterrà un buon livello di indipendenza a distanza di uno e due anni.

Perché è importante capirlo?

Pensateci: se riusciamo a individuare i fattori di rischio o, al contrario, quelli protettivi, possiamo intervenire prima! Possiamo sviluppare servizi e supporti mirati per aiutare le persone a mantenere il controllo sulla propria vita il più a lungo possibile. In un mondo dove si vive sempre più a lungo, ma non sempre in perfetta salute, garantire l’indipendenza non è solo un desiderio individuale, ma una necessità sociale ed economica. Meno dipendenza significa meno pressione sui servizi sanitari e sociali, ma soprattutto, più qualità della vita per l’individuo.

Come abbiamo “misurato” l’indipendenza?

Abbiamo usato uno strumento chiamato Nottingham Extended Activities of Daily Living (NEADL) scale. Sembra un nome complicato, ma in pratica è un questionario che chiede alle persone cosa sono riuscite a fare nelle ultime quattro settimane, senza aiuto. Copre diverse aree:

  • Mobilità (muoversi dentro e fuori casa)
  • Attività in cucina (preparare pasti, bevande)
  • Attività domestiche (pulire, fare il bucato)
  • Tempo libero (hobby, uscire)

Più alto è il punteggio (da 0 a 66), maggiore è l’indipendenza della persona. È una misura diretta di quanto una persona “fa” nella sua quotidianità.

Cosa abbiamo considerato come possibili “predittori”?

Qui viene il bello! Non ci siamo basati solo sulla letteratura scientifica esistente. Abbiamo fatto qualcosa di un po’ diverso: abbiamo integrato anche le prospettive degli anziani stessi! In uno studio qualitativo precedente, avevamo chiesto a un gruppo di persone over 75 cosa, secondo loro, fosse più importante per rimanere indipendenti. Ne è venuta fuori una lista bella ricca di potenziali fattori, che abbiamo poi cercato nei dati del CARE75+. Si va dall’età al sesso, dalle condizioni abitative (vivere soli o con qualcuno, tipo di casa) al livello di istruzione, dalle connessioni sociali (famiglia, amici) all’aiuto informale ricevuto, dall’uso di ausili o servizi sanitari alle abitudini (fumo, alcol), dalla presenza di problemi sensoriali (vista, udito) alla qualità della vita percepita, dalle funzioni cognitive (memoria, attenzione) alle malattie presenti (comorbilità), dal numero di farmaci assunti (polifarmacia) al rischio di cadute, dalla forza fisica (misurata con la stretta della mano) allo stato di fragilità, dalla presenza di depressione alla resilienza e all’autoefficacia (la fiducia nelle proprie capacità), fino ovviamente al livello di indipendenza di partenza. Insomma, un bel mix!

Fotografia ritratto di un gruppo diversificato di persone anziane (75+) sorridenti e attive, impegnate in attività comunitarie come giocare a carte o conversare in un centro diurno luminoso. Obiettivo prime 35mm, profondità di campo per mettere a fuoco alcuni volti ma mostrando l'interazione del gruppo, toni caldi e naturali.

I risultati: cosa fa la differenza a 12 mesi?

Dopo aver analizzato i dati di quasi 1300 persone (età media intorno agli 85 anni, poco più della metà donne), ecco cosa è emerso come significativo per predire una maggiore indipendenza a 12 mesi di distanza:

  • Età più giovane: Ok, questo forse era prevedibile.
  • Meno ore di aiuto informale ricevuto: Chi riceve meno aiuto (non pagato) tende a essere più indipendente (ma torneremo su questo punto).
  • Nessun deficit visivo registrato: La vista conta!
  • Minore fragilità: Essere meno fragili è un fattore chiave.
  • Vivere da soli: Sorprendente? Ne parliamo tra poco.
  • Migliori funzioni cognitive: Mantenere la mente attiva aiuta.
  • Migliore funzione fisica: Avere una buona capacità fisica di base (misurata in vari modi) è importante.
  • Assenza di depressione: La salute mentale è cruciale.
  • Maggiore indipendenza di partenza (punteggio NEADL): Chi parte meglio, tende a rimanere meglio.

E a 24 mesi? Cambia qualcosa?

Abbiamo ripetuto l’analisi guardando all’indipendenza dopo due anni. Molti fattori sono rimasti importanti: età, indipendenza di partenza, vivere da soli, minore fragilità, migliori funzioni cognitive, migliore funzione fisica e assenza di depressione.

Cosa è cambiato?

  • Il deficit visivo e le ore di aiuto informale non erano più predittori statisticamente significativi a 24 mesi come lo erano a 12.
  • È emerso un nuovo predittore: il consumo di alcol! Rispetto a chi non beveva affatto, chi consumava alcol (a vari livelli) sembrava avere una maggiore indipendenza a 24 mesi. Un risultato inaspettato che merita ulteriori approfondimenti.

I “Big Player”: Fragilità e Depressione

Due fattori sembrano davvero avere un peso enorme, confermando anche studi precedenti: la fragilità e la depressione. La cosa interessante è che il loro impatto sull’indipendenza rimane forte anche quando teniamo conto di tantissimi altri fattori, sia legati alla persona (come l’autoefficacia o la resilienza) sia esterni (come il supporto sociale o l’uso di farmaci).

Questo ci dice che non basta guardare solo alla capacità fisica. La fragilità (che è una sorta di ridotta resistenza allo stress) e la depressione (che influisce su motivazione, energia, interesse) minano l’indipendenza in modo profondo. Capire meglio *come* agiscono, quali loro “sintomi” o dimensioni sono più impattanti, potrebbe aiutarci a creare interventi ancora più mirati ed efficaci.

Curiosamente, anche se nello studio qualitativo gli anziani avevano menzionato l’importanza di resilienza e autoefficacia, nella nostra analisi statistica complessa questi fattori non sono risultati predittori indipendenti significativi. Forse il loro effetto passa attraverso altri canali, come appunto la depressione o la fragilità? O forse le misure usate non erano perfette? È un punto su cui riflettere.

Fotografia macro di una mano anziana rugosa che stringe delicatamente una mano più giovane, simboleggiando supporto e cura intergenerazionale. Obiettivo macro 90mm, alta definizione dei dettagli della pelle, illuminazione controllata e morbida per enfatizzare l'emozione del gesto, sfondo sfocato.

Vivere da soli: un vantaggio per l’indipendenza?

Uno dei risultati che potrebbe far storcere il naso è che vivere da soli sembra predire una maggiore indipendenza. Ma come? Non dovrebbe essere il contrario? Beh, ricordiamoci come viene misurata l’indipendenza con la scala NEADL: si basa su ciò che una persona fa da sola, senza aiuto. Se vivi con qualcuno, è più probabile (e a volte più comodo o necessario) ricevere aiuto per certe attività, anche se magari saresti in grado di farle. Questo fa abbassare il punteggio NEADL. Chi vive da solo, invece, è spesso “costretto” a fare da sé, mantenendosi forse più allenato.

Però, attenzione! Questo non significa che vivere da soli sia la soluzione ideale per tutti. Ricevere aiuto può far parte di una relazione di supporto reciproco, che magari permette di conservare energie per attività più significative. E poi c’è l’aspetto sociale: vivere soli può aumentare il rischio di isolamento e solitudine, che hanno altri impatti negativi sulla salute. Quindi, è un risultato da interpretare con cautela, considerando il contesto più ampio.

L’alcol: un alleato inaspettato?

E l’alcol? Il fatto che sia emerso come predittore positivo a 24 mesi è strano, visto che di solito si associa a rischi per la salute (cadute, malattie). Forse chi beve moderatamente ha anche altre caratteristiche (sociali, di stile di vita) che favoriscono l’indipendenza? O forse è un risultato casuale o legato a come è stato misurato il consumo? È decisamente un punto che richiede più ricerca per essere compreso. Non prendetelo come un invito a bere di più!

Cosa ci portiamo a casa?

Questo studio ci conferma che l’indipendenza in età avanzata è una faccenda complessa, influenzata da una miriade di fattori intrecciati. Ma alcuni emergono con forza:

  • Fragilità e depressione sono nemici potenti dell’autonomia. Intervenire su questi fronti è fondamentale.
  • La salute cognitiva e fisica di base conta, ovviamente.
  • Le circostanze di vita (come vivere soli) hanno un impatto, anche se l’interpretazione non è scontata.
  • Ascoltare le prospettive degli anziani stessi è prezioso per capire cosa è davvero importante per loro.

La morale della favola? Per promuovere l’indipendenza non basta concentrarsi solo sul corpo o sulla riabilitazione fisica. Serve un approccio più olistico, che consideri la salute mentale, lo stato di fragilità, le funzioni cognitive e il contesto sociale della persona.

Certo, anche il nostro studio ha dei limiti (poca diversità etnica nel campione, difficoltà nel definire cosa sia un cambiamento “clinicamente significativo” nell’indipendenza), ma speriamo che questi risultati aiutino chi prende decisioni (politici, operatori sanitari) e anche noi tutti, a capire meglio come supportare al meglio l’autonomia e il benessere delle persone anziane. Perché invecchiare bene, mantenendo il controllo sulla propria vita, è un obiettivo che riguarda tutti.

Fotografia di una donna anziana (circa 80 anni) che si prende cura con gioia delle sue piante rigogliose su un balcone soleggiato. Obiettivo 50mm, luce naturale del mattino che crea un'atmosfera calda, profondità di campo media per mostrare sia lei che l'ambiente verdeggiante circostante, catturando un momento di attività indipendente e piacevole.

Fonte: Springer

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