Infermiere/i in prima linea: la sfida della Pratica Basata sulle Evidenze nei pronto soccorso etiopi
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che mi sta molto a cuore e che ritengo fondamentale nel mondo della sanità: la Pratica Basata sulle Evidenze, o EBP (Evidence-Based Practice) per gli amici anglofoni. Immaginate di essere in un pronto soccorso, un luogo dove ogni secondo conta e le decisioni devono essere rapide ed efficaci. Ecco, l’EBP è proprio quell’approccio che ci aiuta a prendere le decisioni migliori per i pazienti, basandoci non solo sull’esperienza (che è importantissima, sia chiaro!), ma anche sulle ultime ricerche scientifiche, sulle linee guida aggiornate e sui dati più affidabili. L’obiettivo? Ridurre al minimo i pregiudizi e migliorare le cure grazie a informazioni solide.
Ma cos’è esattamente questa Pratica Basata sulle Evidenze?
In parole povere, si tratta di integrare tre elementi fondamentali:
- Le migliori evidenze scientifiche disponibili (studi, ricerche, revisioni sistematiche).
- L’esperienza clinica del professionista sanitario.
- I valori e le preferenze del paziente.
Questo approccio, di cui si parla da oltre trent’anni (pensate che uno studio fondamentale di Sackett è del 1992!), è pensato per migliorare la qualità delle cure, renderle più coerenti, ridurre i tempi di degenza, alleviare il dolore e lo stress dei pazienti e, non da ultimo, può anche contribuire a ridurre i costi sanitari evitando test, terapie e farmaci non necessari. Insomma, un vero e proprio faro nella complessità della medicina moderna, specialmente con l’evoluzione tecnologica e le esigenze sempre nuove dei pazienti.
La situazione in Etiopia: uno sguardo da vicino
Ora, immaginate la situazione in un paese a basso reddito come l’Etiopia. L’EBP potrebbe davvero fare la differenza, ma la sua implementazione si scontra con sfide enormi. Spesso mancano standard definiti, la formazione specifica è limitata, e si tende a fare affidamento più sull’esperienza personale o sulle opinioni dei colleghi più anziani che sulle ricerche recenti. Questo porta a cure che a volte seguono raccomandazioni superate, con spreco di tempo, risorse e costi elevati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha sottolineato come in Africa i risultati della ricerca rimangano spesso confinati negli ambienti accademici, senza tradursi in un miglioramento concreto delle pratiche sanitarie.

È proprio in questo contesto che si inserisce uno studio affascinante condotto nel 2024 ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia. I ricercatori hanno voluto capire quanto e come gli infermieri dei pronto soccorso di alcuni ospedali pubblici utilizzassero la Pratica Basata sulle Evidenze e quali fattori influenzassero questo utilizzo. Hanno coinvolto 225 infermieri (su 233 selezionati casualmente) con almeno sei mesi di esperienza nel dipartimento di emergenza, somministrando loro un questionario auto-compilato molto dettagliato.
I risultati: luci e ombre sull’EBP
Allora, cosa è emerso da questa indagine? Beh, diciamo che c’è ampio margine di miglioramento. Solo il 44,9% degli infermieri intervistati ha dimostrato un buon utilizzo dell’EBP. Meno della metà! Questo dato è simile a quanto riscontrato in Nepal, ma inferiore rispetto a studi condotti in Kenya, Zambia e persino in altre regioni dell’Etiopia stessa. Perché queste differenze? Probabilmente entrano in gioco diversi fattori: il livello del sistema sanitario, la disponibilità di risorse, il livello di conoscenza degli stessi infermieri. E a proposito di conoscenza, lo studio ha rivelato che quasi la metà degli intervistati (45,8%) aveva una conoscenza scarsa dell’EBP. Un dato preoccupante, se pensiamo all’impatto sulla qualità delle cure.
Chi sono i “promotori” dell’EBP?
Lo studio ha però identificato alcuni fattori significativamente associati a un migliore utilizzo dell’EBP. E qui le cose si fanno interessanti:
- Il genere: Le infermiere donne sono risultate 1,4 volte più propense a utilizzare l’EBP rispetto ai colleghi maschi. Forse percorsi formativi diversi o una maggiore enfasi sull’EBP durante la loro socializzazione professionale? È un dato su cui riflettere.
- Il livello di istruzione: Gli infermieri con un Master (MSc) o un titolo superiore erano quasi 7 volte più propensi a usare l’EBP rispetto a quelli con solo una laurea triennale (BSc). Questo suggerisce che i programmi di studio avanzati forniscono competenze tecnologiche e un’esposizione maggiore all’EBP.
- Il ruolo professionale: Gli infermieri coordinatori erano ben 13 volte più propensi a utilizzare l’EBP rispetto agli infermieri dello staff. Il ruolo di leadership sembra quindi giocare un ruolo cruciale.
- La conoscenza: Come c’era da aspettarsi, chi aveva una buona conoscenza dell’EBP era quasi 4 volte più propenso a metterla in pratica. La conoscenza aumenta le competenze e la fiducia nell’applicare metodi basati sull’evidenza.
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Gli ostacoli sul cammino dell’EBP
Ma quali sono le barriere che frenano l’adozione dell’EBP? Lo studio ne ha identificate diverse, sia a livello individuale che istituzionale:
- Mancanza di autonomia: Quasi il 45% ha indicato la difficoltà nel poter cambiare le pratiche consolidate come una barriera significativa.
- Tempo e carico di lavoro: Insufficiente tempo (citato dal 26,2%), carichi di lavoro pesanti (32,9%) e risorse inadeguate sul posto di lavoro (36,9%) sono stati indicati come ostacoli costanti. Chi lavora in sanità sa bene quanto questi fattori possano pesare!
- Accesso alle informazioni: La percezione che la letteratura scientifica rilevante non sia disponibile è risultata associata a un utilizzo più scarso dell’EBP (3,3 volte più probabile). Questo è un punto chiave: se non trovi le informazioni, come puoi usarle?
- Fonti di informazione: Molti infermieri (34,7%) si affidano principalmente alla propria esperienza personale. Il 31,1% chiede spesso consiglio ai colleghi, mentre l’uso di riviste scientifiche (12,9%) o libri di testo (31,1%) sembra meno frequente. Anche l’apprendimento in aula è risultato poco utilizzato come fonte continua (40% non lo usava mai).
- Barriere istituzionali: Sono emerse anche la mancanza di biblioteche ospedaliere, l’assenza di linee guida cliniche aggiornate, servizi internet inaffidabili, poche opportunità di formazione e scarso accesso ai computer. Inoltre, atteggiamenti poco collaborativi da parte di medici o altri membri dello staff sono stati segnalati come ostacoli.
È interessante notare che, rispetto ad altri paesi come Iran, Egitto o Australia, alcune di queste barriere sembrano essere percepite come meno pressanti dagli infermieri di Addis Abeba. Questo potrebbe, paradossalmente, essere legato a una minore familiarità generale con l’EBP, che porta a scontrarsi meno con gli ostacoli alla sua implementazione, oppure a una diversa cultura organizzativa.
Cosa può facilitare il cambiamento?
Fortunatamente, ci sono anche dei facilitatori! Circa un terzo degli intervistati ha indicato come elementi chiave per promuovere l’EBP:
- Supporto amministrativo: Avere l’appoggio della direzione è fondamentale.
- Miglioramento delle conoscenze sulla ricerca: Capire come leggere e interpretare gli studi.
- Formazione adeguata: Workshop, corsi specifici sull’EBP.
Gli autori dello studio suggeriscono che investire in biblioteche, migliorare l’accesso alla tecnologia e ai programmi di formazione, e promuovere una comunicazione migliore tra management e professionisti sanitari potrebbe davvero fare la differenza.

Conclusioni e prospettive future
Quindi, cosa ci portiamo a casa da questo spaccato sulla realtà etiope? Che l’EBP è un percorso ancora in salita, specialmente nei contesti con risorse limitate. Tuttavia, lo studio ci indica chiaramente dove agire: formazione (sia iniziale che continua, magari integrando l’EBP nei curricula), accesso alle risorse (internet affidabile, linee guida aggiornate e facilmente consultabili, letteratura scientifica) e supporto organizzativo (tempo dedicato, flessibilità negli orari, leadership che promuova attivamente l’EBP).
È fondamentale che il Ministero della Salute Etiope e le amministrazioni ospedaliere prendano atto di questi risultati. Potenziare le capacità degli infermieri nell’utilizzare le evidenze scientifiche non è solo una questione di aggiornamento professionale, ma un investimento diretto sulla salute e sul benessere dei pazienti. E in un luogo critico come il pronto soccorso, questo può davvero fare la differenza tra la vita e la morte. È una sfida complessa, ma assolutamente necessaria per migliorare la qualità delle cure, passo dopo passo, evidenza dopo evidenza.
Fonte: Springer
