Ritratto fotografico toccante, obiettivo 35mm, toni duotone seppia e grigio, che mostra il volto pensieroso di una giovane donna afroamericana, rappresentando l'impatto duraturo delle esperienze infantili avverse legate a povertà e discriminazione.

Povertà Infantile e Razza: Chi Rischia di Più le Esperienze Avverse? Scoperte Sorprendenti

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento tosto, ma fondamentale: le esperienze infantili avverse (chiamate ACEs, dall’inglese Adverse Childhood Experiences). Si tratta di eventi difficili o traumatici vissuti durante l’infanzia, come abusi, violenza domestica, malattie gravi in famiglia, divorzi complicati, ma anche, e questo è importante, esperienze di discriminazione. Sappiamo da tempo che queste esperienze lasciano un segno profondo, aumentando il rischio di problemi di salute fisica e mentale da adulti, come depressione, obesità, dipendenze. Insomma, non sono cose da prendere alla leggera.

Negli Stati Uniti, dove è stato condotto lo studio di cui vi parlo oggi, più della metà degli adulti riporta almeno un’ACE, e le donne sembrano essere leggermente più colpite degli uomini. Ma c’è di più: le disparità socioeconomiche e razziali giocano un ruolo enorme. I bambini che crescono in famiglie con poche risorse economiche o appartenenti a minoranze razziali, come i bambini Neri che affrontano un rischio maggiore di discriminazione, tendono ad avere più ACEs rispetto ai coetanei più fortunati economicamente o ai bambini Bianchi non ispanici.

Questo lo sapevamo già, in linea generale. Ma la domanda che si sono posti i ricercatori è più sottile: cosa succede quando “separiamo” l’effetto della povertà da quello dell’appartenenza etnica? In altre parole, le disparità razziali nel rischio di ACEs persistono anche quando confrontiamo persone che hanno vissuto in condizioni economiche simili durante l’infanzia? È la povertà il vero motore di queste differenze, o c’è dell’altro legato specificamente all’identità razziale?

Lo Studio: Uno Sguardo da Vicino

Per capirci qualcosa di più, i ricercatori hanno analizzato i dati di uno studio chiamato “Young Women’s Health History Study” (YWHHS). Hanno coinvolto un campione rappresentativo di quasi 1400 donne statunitensi, Nere non ispaniche (NHB) e Bianche non ispaniche (NHW), tra i 20 e i 49 anni, residenti nelle aree metropolitane di Los Angeles e Detroit.

Durante interviste approfondite, a queste donne è stato chiesto di ricordare le loro esperienze prima dei 13 anni. Hanno raccolto informazioni su ben 12 tipi diversi di ACEs, sulla situazione socioeconomica della loro famiglia d’origine (chSEP – childhood household socioeconomic position) e persino sul tasso di povertà del quartiere in cui vivevano a 6 anni (cNPR – childhood neighborhood poverty rate), usando dati storici del censimento. Hanno anche considerato, ovviamente, l’identità razziale dichiarata dalle partecipanti.

L’obiettivo era proprio vedere come questi tre fattori – povertà del quartiere, povertà della famiglia e razza – si intrecciassero nel determinare il “carico” complessivo di ACEs, misurato sia come numero totale di esperienze avverse (un indice da 0 a 12) sia analizzando le singole esperienze.

Il Peso Enorme della Povertà Infantile

E qui arrivano i risultati interessanti. Prima di tutto, come ci si poteva aspettare, la povertà infantile si è rivelata un fattore di rischio potentissimo. Le donne che da piccole vivevano in quartieri più poveri (con un tasso di povertà superiore al 20%) o in famiglie con una posizione socioeconomica bassa (basso indice chSEP) hanno riportato un numero significativamente maggiore di ACEs rispetto a chi è cresciuto in contesti più agiati.

Per darvi un’idea: l’indice medio di ACEs era quasi il doppio per chi veniva da famiglie povere rispetto a chi veniva da famiglie relativamente benestanti (indice stimato di 3.89 contro 1.57). Anche vivere in un quartiere povero faceva la differenza, sebbene l’impatto sembrasse leggermente minore rispetto alla povertà vissuta direttamente in casa. Questo conferma che le difficoltà economiche durante l’infanzia, sia a livello familiare che di comunità, creano un ambiente in cui le avversità tendono ad accumularsi. Perché? Le ipotesi sono tante: stress maggiore sui genitori, che può portare a pratiche genitoriali più aggressive o a problemi di salute mentale e fisica; quartieri con meno servizi, più disordine e meno coesione sociale, che aumentano lo stress generale.

Fotografia macro, obiettivo 60mm, ad alto dettaglio e con illuminazione controllata, di una crepa nel terreno arido da cui spunta a fatica un piccolo germoglio verde, simboleggiando le difficoltà della crescita in condizioni di povertà.

Razza ed Esperienze Avverse: Un Quadro Complesso

Passiamo alla questione razziale. In media, le donne Nere non ispaniche (NHB) nello studio riportavano più ACEs rispetto alle donne Bianche non ispaniche (NHW). L’indice medio era 3.18 per le donne NHB contro 2.25 per le donne NHW. Questa differenza generale riflette quanto già visto in altri studi a livello nazionale.

Tuttavia, guardando alle singole ACEs, il quadro si fa più sfumato. Alcune esperienze erano più comuni tra le donne NHB, come la morte di una persona cara, la violenza domestica assistita, l’abuso sessuale e, come vedremo tra poco, la discriminazione. Altre, invece, erano più frequenti tra le donne NHW, come la malattia grave di un genitore/caregiver o l’abuso fisico. Questo ci dice che non si può generalizzare troppo: l’esperienza delle avversità infantili varia anche qualitativamente tra i gruppi.

L’Incrocio Decisivo: Povertà e Razza Insieme

Ed ecco il punto cruciale dello studio. Cosa succede quando si guarda all’interno degli stessi livelli di povertà? Qui la scoperta è stata notevole: tra le donne che avevano vissuto in condizioni di povertà simili durante l’infanzia (sia a livello di quartiere che di famiglia), il carico di ACEs era elevato in modo simile, indipendentemente dal fatto che fossero Nere o Bianche.

Ad esempio, tra le donne cresciute in famiglie con basso status socioeconomico (low chSEP), l’indice stimato di ACEs era altissimo sia per le donne NHB (3.63) sia per le donne NHW (4.16), e la differenza tra i due gruppi non era statisticamente significativa. Lo stesso valeva per chi viveva in quartieri molto poveri (cNPR ≥ 20%).

Questo risultato è potentissimo. Suggerisce che, almeno per molte delle ACEs tradizionali (quelle legate ad abusi, disfunzioni familiari, ecc.), la povertà infantile è un fattore di rischio talmente forte da “livellare” le differenze razziali. In altre parole, crescere in povertà è devastante per il rischio di ACEs, e lo è in modo simile per le bambine Bianche e Nere che si trovano in quella stessa, difficile situazione. Certo, bisogna ricordare che nello studio le donne Nere avevano una probabilità molto maggiore di trovarsi in queste condizioni di povertà (quasi due terzi vivevano in quartieri poveri, contro meno del 7% delle donne Bianche), il che spiega la differenza media generale. Ma una volta “dentro” la povertà, il rischio sembrava convergere.

Ritratto fotografico, obiettivo 35mm, stile film noir con profondità di campo, che mostra due bambine, una Nera e una Bianca, sedute vicine su un marciapiede in un quartiere dall'aspetto difficile, con espressioni serie ma solidali, a simboleggiare il carico condiviso della povertà.

L’Ombra Persistente della Discriminazione

C’è però un’eccezione importante a questo quadro: la discriminazione. Lo studio ha misurato sia la discriminazione personale vissuta direttamente, sia quella “vicaria”, cioè l’aver assistito alla discriminazione subita da una persona cara. E qui, la differenza razziale è rimasta enorme e significativa a tutti i livelli di status socioeconomico, sia familiare che di quartiere.

Le donne Nere riportavano esperienze di discriminazione molto più frequentemente delle donne Bianche, anche quando provenivano da famiglie o quartieri relativamente agiati. Questo è un risultato chiave: la discriminazione basata sulla razza è un’avversità che colpisce le persone Nere in modo pervasivo, indipendentemente dalla loro classe sociale. Ed è un’avversità che contribuisce significativamente al loro carico complessivo di ACEs. Infatti, quando i ricercatori hanno provato a ricalcolare l’indice ACEs *senza* contare le due voci sulla discriminazione, la differenza media tra donne NHB e NHW si è quasi annullata.

Questo sottolinea quanto sia fondamentale includere la discriminazione quando si studiano le ACEs, specialmente se si vogliono capire le disparità razziali. Non è solo una questione di povertà; il razzismo sistemico e interpersonale aggiunge un carico specifico e pesante.

Cosa Ci Portiamo a Casa?

Allora, cosa ci insegna tutto questo? Principalmente due cose, secondo me.

  • La povertà infantile è un nemico comune e potentissimo: Ridurre la povertà tra i bambini e le famiglie è una strategia cruciale per prevenire le esperienze avverse, e questo vale per tutti, indipendentemente dall’etnia. Le politiche che sostengono economicamente le famiglie in difficoltà potrebbero avere un impatto enorme sulla riduzione delle ACEs e delle loro conseguenze a lungo termine.
  • La discriminazione è un’avversità specifica e persistente: Non possiamo ignorare l’impatto del razzismo. Anche migliorando le condizioni economiche, le persone appartenenti a minoranze razziali, come le donne Nere in questo studio, continuano ad affrontare l’avversità aggiuntiva della discriminazione. Affrontare il razzismo sistemico e promuovere l’equità razziale è quindi altrettanto fondamentale per proteggere il benessere dei bambini.

Lo studio ha i suoi limiti, certo (si basa su ricordi, la povertà del quartiere è misurata solo a 6 anni), ma i suoi punti di forza sono notevoli: un campione ampio e diversificato, l’analisi congiunta di povertà e razza, e l’inclusione della discriminazione tra le ACEs.

In conclusione, questa ricerca ci offre uno sguardo più profondo sulle radici delle avversità infantili. Ci ricorda che la lotta alla povertà è essenziale per il benessere di tutti i bambini, ma che dobbiamo anche affrontare specificamente le ingiustizie legate alla razza per garantire a tutti un’infanzia più sicura e serena. È una sfida complessa, ma capire meglio queste dinamiche è il primo passo per poter intervenire in modo più efficace.

Fotografia grandangolare, obiettivo 10mm, con lunga esposizione per rendere il cielo drammatico, che mostra un paesaggio urbano al crepuscolo diviso a metà: da un lato edifici moderni e illuminati, dall'altro case più vecchie e buie, a simboleggiare la disparità socioeconomica e la necessità di intervento.

Fonte: Springer

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