Vendendo la Montagna: Come la Pietra Alpina da Bene Comune è Diventata Merce
Avete mai pensato che persino le pietre, quelle che formano le nostre montagne, potessero essere trasformate in denaro? Sembra quasi un’alchimia moderna, un po’ come diceva Marx parlando di come tutto, alla fine, possa diventare moneta. Ebbene sì, anche quelle pietre considerate un tempo parte dei “beni comuni” della montagna, la cui vendita era addirittura proibita in epoche passate.
Vi porto con me in un viaggio nel cuore delle Alpi Orientali italiane, precisamente nel cosiddetto Quadrilatero del Porfido in Trentino, un luogo dove ho avuto modo di immergermi per capire come queste pietre siano diventate la base di un’industria estrattiva un tempo fiorente. Non è una storia semplice, fatta solo di date e numeri, ma un intreccio complesso di dinamiche sociali, storiche ed economiche che hanno segnato la transizione verso l’epoca industriale.
La Lente d’Ingrandimento: Capire la Trasformazione
Per dipingere un quadro fedele di questa realtà, ho dovuto usare una sorta di “grandangolo”, uno sguardo ampio capace di catturare sia le specificità locali sia i processi più vasti che si muovono nello spazio e nel tempo, su scale diverse: locale, regionale, globale. Come è stata “appropriata” la natura per l’estrazione? Quali strutture sociali hanno reso possibile tutto ciò? E come si è evoluto il valore di questa risorsa, tra momenti di gloria e crisi profonde?
Ho scoperto che le dinamiche strutturali pre-moderne, quelle dei tempi andati, non sono scomparse del tutto, ma si sono adattate alle nuove logiche estrattive, gettando le basi per le strutture proprietarie e le concezioni moderne di comunità, valore e uso delle risorse che ho incontrato sul campo. Nel corso del XX secolo, poi, lo sviluppo dell’industria ha attraversato momenti economici cruciali, congiunture che hanno inciso sulle paghe, sul tessuto socio-economico della comunità e sul rapporto stesso degli abitanti con la loro risorsa più preziosa.
Per districare questa matassa, la teoria del valore di Marx, soprattutto nella lettura della Neue Marx Lektüre (NML), si è rivelata una compagna preziosa. Non pensatela come qualcosa di polveroso e accademico; è piuttosto una lente sensibile che aiuta a mettere a fuoco come il valore non sia una proprietà fisica della pietra, ma una relazione sociale, astratta, che si esprime attraverso il denaro. Ci aiuta a capire non solo la storia della valorizzazione della risorsa, ma anche la sua svalutazione e le concezioni sociali che emergono dalla crisi industriale che oggi attanaglia l’area.
Questo approccio mi permette di illuminare i processi, spesso nascosti, attraverso cui la risorsa è stata “creata” nel passaggio al capitalismo, trasformandosi da un valore d’uso all’interno dei beni comuni pre-moderni a una merce globale capitalista. Mette in luce le dinamiche opache di come il ciclo di valorizzazione si è instaurato ed evoluto, e come si sono sviluppati i processi di svalutazione.

Il Tempo delle Strutture: Le Radici Pre-Moderne
Per capire davvero il presente, però, dobbiamo fare un passo indietro, nel “tempo delle strutture”, come lo chiamava l’antropologo Eric Wolf. Dobbiamo esplorare le dinamiche pre-moderne che hanno costituito la base su cui si è poi sviluppata la struttura proprietaria della risorsa. Queste radici influenzano ancora oggi le concezioni di comunità e l’uso della risorsa.
Immaginate le Alpi nel Medioevo. L’espansione dell’agricoltura e dell’allevamento in quota (la cosiddetta Alpwirtschaft) andava di pari passo con il consolidamento di forme di organizzazione collettiva. In Trentino, sotto il dominio del Principato Vescovile (1027-1803), queste forme presero il nome di Regole. Non erano semplici statuti, ma vere e proprie istituzioni che gestivano i beni comuni – boschi e pascoli – definendo chiaramente chi poteva usarli e come. La terra era divisa: spazi privati (case, orti, campi) e spazi comuni, fondamentali per la sopravvivenza.
Le Regole, formalizzate tra il XII e il XVI secolo, servivano anche a controllare il territorio e a prevenire rivolte, concedendo autonomia alle comunità locali nella gestione dei loro beni comuni. L’area del futuro Quadrilatero del Porfido (Piné, Albiano, Fornace) rientrava in questo sistema, anche se presto finì sotto il controllo più diretto della città di Trento, con tasse e leggi specifiche.
Questo sistema basato sui beni comuni, tipico di quello che Wolf definisce il “modo di produzione tributario”, ha plasmato per secoli il rapporto tra uomo e ambiente in queste valli. Anche quando il Principato Vescovile fu abolito da Napoleone e il Trentino passò all’Impero Asburgico, la gestione collettiva dei beni comuni, seppur in forme mutate (i comuni moderni), riuscì a sopravvivere. L’Impero, pur tendendo all’omogeneizzazione, riconosceva l’importanza di queste forme di gestione locale, anche come strumento per alleviare la povertà in assenza di un’industrializzazione diffusa. I beni comuni, insomma, erano una necessità sociale.

L’Era Industriale: Congiunture e Cambiamenti
Ma come si passa da un bene comune, il cui uso era strettamente regolato e interno alla comunità, a una merce venduta sul mercato globale? La transizione non fu immediata. Già a metà dell’Ottocento, sull’esempio della vicina Branzoll in Tirolo che produceva ciottoli per il mercato austriaco, anche nei comuni del porfido trentino si iniziò a pensare di vendere le lastre all’esterno. Nel 1878 si concretizzarono i primi contratti per fornire pietra per la costruzione di strade. Era l’inizio di una “sussunzione formale” del lavoro al capitale: i processi lavorativi erano ancora quelli tradizionali, ma inseriti in una logica di mercato e di salario (o lavoro obbligatorio), controllata da amministratori e apparati statali.
Il vero salto avvenne dopo la Prima Guerra Mondiale, con l’annessione del Trentino all’Italia (1918) e soprattutto con le politiche fasciste di piccola industrializzazione rurale negli anni ’20. Nuove strade resero possibile trasportare la pesante pietra, attirando imprese esterne. L’estrazione del porfido divenne la principale via di connessione con i mercati nazionali, alimentata dalla domanda per l’espansione urbana italiana. Fu allora che si passò alla “sussunzione reale”: lavoro salariato diretto, introduzione di macchinari, controllo capitalistico del processo produttivo. I contadini locali divennero sempre più operai-contadini, legati al mercato del lavoro locale.
Nel frattempo, la pressione per abolire definitivamente i beni comuni aumentava. Come compromesso, nacquero le ASUC (Amministrazioni Separate dei beni di Uso Civico), istituzioni per la gestione collettiva delle risorse montane rimanenti, i cui profitti, almeno in teoria, dovevano andare a beneficio della comunità.
Il Dopoguerra e il Boom:
- Anni ’60: Scadenza dei contratti trentennali fascisti. Dopo tensioni sociali, molte municipalità trasferiscono la gestione del porfido alle ASUC. I lotti di cava vengono frammentati e ridistribuiti ai capifamiglia locali, ispirandosi alle antiche pratiche delle Regole (la *fratta*). È una fase breve di estrazione quasi “indipendente”, anche se i prezzi sono ancora controllati dai vecchi attori industriali.
- Anni ’70-’80: Il boom trainato dalla domanda estera, soprattutto tedesca. La produzione raddoppia, le esportazioni decollano. Le svalutazioni periodiche della Lira rendono il porfido italiano competitivo. È il periodo d’oro: “mangiare porfido” diventa sinonimo di benessere. I profitti per i concessionari schizzano alle stelle, i lotti si concentrano nelle mani di poche decine di famiglie. Anche i salari degli operai aumentano significativamente, permettendo una mobilità sociale ascendente. La Democrazia Cristiana, fortissima localmente, promuove l’ideale del piccolo imprenditore.

Gli imprenditori locali del porfido, una volta assicuratesi le concessioni, usano politicamente l’idea di “comunità” per ottenere influenza nei consigli comunali e nelle ASUC, mantenendo le tasse sull’estrazione incredibilmente basse. L’uso massiccio del lavoro a cottimo, visto da molti operai quasi come una forma di piccola imprenditoria, contribuisce a stabilizzare questo sistema.
Gli Anni ’90 e la Crisi
Gli anni ’90 vedono l’ultimo grande boom, legato al ciclo globale dei materiali da costruzione (1990-2008). Cambiamenti nel mercato del lavoro italiano permettono una maggiore liberalizzazione e la decentralizzazione di fasi produttive a lavoratori autonomi, spesso immigrati, che però non hanno accesso ai “beni comuni” ormai controllati da pochi. Un’ultima forte svalutazione della Lira (1992-95) dà una spinta temporanea alle esportazioni.
Poi arriva l’Euro e, soprattutto, la crisi del 2007-08. L’Italia non può più svalutare la moneta per competere, i lavori pubblici calano drasticamente, la domanda interna ed estera si contrae. La concorrenza interna diventa spietata, alcuni importano pietra più economica dall’estero. Il super-ciclo dei materiali da costruzione finisce. Produzione e occupazione crollano a un terzo dei livelli precedenti. È una crisi da cui il settore non si è più ripreso. I giovani cercano lavoro altrove, convinti che “le cave sono finite”.

Astrazione, Merce e Valore: Tirando le Somme
Cosa ci dice tutta questa storia? Ci mostra come l’estrazione materiale richieda prima una astrazione concettuale e sociale. La pietra di porfido, per essere estratta fisicamente, doveva prima essere astratta mentalmente dalla sua condizione di bene comune legato indissolubilmente alla comunità e al paesaggio, per diventare una risorsa “commodificabile”, un potenziale oggetto di scambio sul mercato.
Questo processo è iniziato lentamente, spinto dalla domanda esterna (prima austriaca, poi italiana) di materiali per costruire infrastrutture moderne. L’esempio di Branzoll ha mostrato che era possibile trasformare la pietra in denaro. Questa “transustanziazione”, per usare un termine di Marx, ha permesso di separare concettualmente la risorsa dal suo contesto e, con lo sviluppo dei trasporti, di alienarla fisicamente spedendola verso mercati lontani.
È affascinante notare come anche pratiche interne pre-moderne, come l’affitto di particelle dei beni comuni per gestire conflitti interni (monetizzazione), abbiano in qualche modo preparato il terreno a questa astrazione.
Negli anni ’50 e ’60, quando il capitale stava completando la sua presa sul lavoro, gli abitanti hanno attinto agli ideali comunitari legati alla memoria delle Regole per chiedere una redistribuzione della risorsa, vista ancora come un meccanismo di sostegno. Ma il forte consenso verso la DC ha incanalato queste spinte verso l’ideale dell’auto-imprenditorialità, reale o percepita (tramite il cottimo).
Il successo nel tradurre la pietra estratta in benessere diffuso (case nuove, consumi) ha sostenuto dall’interno la continua ri-creazione della risorsa-merce. Molti cavatori sentono ancora un rapporto diretto con la risorsa, la “loro” risorsa, quella delle “loro” montagne, che ha portato prosperità. Il valore morale del passato e del duro lavoro viene oggi letto attraverso il prezzo pagato col corpo (“mangiato” dal porfido) e attraverso gli oggetti acquistati con quel lavoro.
Tutto ciò ha contribuito a smorzare il conflitto capitale-lavoro e a consolidare il potere degli imprenditori concessionari, favoriti anche dalla bassa meccanizzazione richiesta dall’estrazione del porfido locale (basso investimento iniziale) e dalle tasse irrisorie sull’accesso al bene comune.
Oggi, però, il meccanismo si è inceppato. I mercati non assorbono più come prima, le aspettative di valore create negli anni del boom si scontrano con i prezzi reali attuali. Emerge così un senso di degrado, la ricerca di colpevoli, e la percezione diffusa che il porfido sia “una ricchezza comunitaria che aveva un grande valore, che avrebbe potuto avere un grande valore”. Il valore morale del lavoro e della risorsa si è scollegato dal suo valore di mercato, lasciando un’eco amara nelle valli del Quadrilatero.
Fonte: Springer
