Veduta aerea drammatica, stile landscape wide-angle 20mm, della Piattaforma Wordie in Antartide durante il suo collasso, con enormi iceberg che si staccano dal fronte del ghiacciaio sotto un cielo nuvoloso, long exposure per acqua liscia, messa a fuoco nitida sul ghiaccio fratturato.

Piattaforma Wordie: Mezzo Secolo di Caos Ghiacciato Svela i Segreti dell’Antartide

Ciao a tutti! Oggi vi porto con me in un viaggio affascinante e un po’ inquietante nel cuore dell’Antartide, precisamente nella Baia di Marguerite. Parleremo di un gigante di ghiaccio, la Piattaforma Glaciale Wordie, e della sua storia travagliata, una storia che stiamo iniziando a capire solo ora, grazie a un mix di tecnologie vecchie e nuove. Pensate che abbiamo messo insieme immagini aeree scattate negli anni ’60 – roba da pionieri dell’esplorazione polare! – con i dati satellitari super moderni per ricostruire ben mezzo secolo di cambiamenti. E quello che abbiamo scoperto è davvero sorprendente.

Un Gigante Sotto Osservazione: La Lenta Agonia del Wordie

Le piattaforme glaciali, come la Wordie, sono delle enormi lingue di ghiaccio galleggiante che si estendono dalla costa antartica sull’oceano. Non sono solo belle da vedere, ma svolgono un ruolo cruciale: fanno da “tappo”, frenando la corsa dei ghiacciai terrestri verso il mare. Se queste piattaforme si indeboliscono o, peggio, si rompono, i ghiacciai alle loro spalle accelerano, scaricando più ghiaccio in mare e contribuendo all’innalzamento del livello degli oceani. È un po’ come togliere il freno a mano a un’auto parcheggiata in discesa.

La storia della Piattaforma Wordie è emblematica. Intorno al 1986, si è divisa in due, e nei primi anni 2000 si è praticamente disintegrata, lasciando solo piccoli frammenti sparsi. Per anni, abbiamo puntato il dito principalmente contro il riscaldamento dell’aria e la formazione di laghi di acqua di fusione sulla superficie (un fenomeno chiamato melt ponding) che, infiltrandosi nelle crepe, avrebbero agito come cunei (hydrofracturing). Ma la nostra ricerca, che abbraccia un arco di tempo molto più lungo, suggerisce una storia un po’ diversa e più complessa.

Scavare nel Passato: Le Foto Aeree Raccontano

Utilizzando oltre 450 fotografie aeree storiche del 1966 e 1969, abbiamo potuto letteralmente vedere com’era la Wordie prima che iniziasse il suo declino più marcato. Queste immagini, combinate con dati satellitari più recenti, ci hanno permesso di tracciare l’evoluzione del fronte della piattaforma, dei suoi punti di ancoraggio (pinning points, zone dove il ghiaccio tocca il fondale marino, stabilizzandolo) e persino della sua elevazione.

Abbiamo scoperto che già negli anni ’70, la piattaforma mostrava segni di sofferenza. Alcuni punti di ancoraggio, cruciali per la sua stabilità, hanno iniziato a cedere non solo perché il fronte arretrava, ma anche perché la piattaforma si stava assottigliando dall’interno, lontano dal margine! Immaginate un pezzo di ghiaccio che si scioglie non solo ai bordi, ma diventa più sottile ovunque. Questo assottigliamento, che non potevamo quantificare con precisione dai dati storici ma di cui vediamo le prove indirette, è un campanello d’allarme importante.

Fotografia aerea grandangolare (15mm) della Piattaforma Wordie in Antartide negli anni '70, che mostra le prime crepe e fratture sulla superficie ghiacciata, con luce naturale fredda, messa a fuoco nitida, long exposure per evidenziare il movimento lento del ghiaccio.

L’Oceano Caldo: Il Sospettato Numero Uno

E qui entra in gioco l’oceano. Mentre le temperature dell’aria nella Penisola Antartica sono effettivamente aumentate, portando alla formazione di laghi di fusione (che abbiamo osservato sulla Wordie fin dal 1966, quindi non sono una novità assoluta legata solo al riscaldamento recente), sembra che il vero motore della disintegrazione iniziale sia stato un altro. I dati sulle temperature oceaniche nella Baia di Marguerite mostrano un aumento significativo delle acque profonde (tra 150 e 500 metri) proprio tra gli anni ’60 e ’90, periodo in cui la Wordie ha iniziato a ritirarsi e a perdere i suoi punti di ancoraggio.

Questa acqua più calda, conosciuta come Circumpolar Deep Water (CDW), proviene dalla Corrente Circumpolare Antartica e riesce a infiltrarsi sulla piattaforma continentale, sciogliendo le piattaforme glaciali dal basso (basal melting). È uno scioglimento subdolo, invisibile dalla superficie, ma potentissimo. Il fatto che i punti di ancoraggio si siano staccati anche a causa dell’assottigliamento, e non solo per il ritiro del fronte, supporta fortemente l’idea che sia stato proprio lo scioglimento basale indotto dall’oceano a indebolire la struttura della Wordie fin dall’inizio. Certo, i laghi di fusione potrebbero aver dato il colpo di grazia in alcune fasi successive, magari allargando crepe già esistenti, ma l’input oceanico sembra essere stato il fattore scatenante principale. Questo cambia un po’ la prospettiva rispetto agli studi precedenti che si concentravano di più sull’atmosfera.

Effetto Domino: La Risposta Variabile dei Ghiacciai

La parte forse più affascinante (e preoccupante) è come hanno reagito i ghiacciai che alimentavano la Wordie. Non c’è stata una risposta univoca. Alcuni, come il Fleming e il Carlson, hanno reagito quasi subito. Tra il 1966 e i primi anni ’90, le loro velocità sono schizzate alle stelle – il Fleming è passato da circa 1100 m/anno a picchi di 3200 m/anno! Hanno perso spessore (fino a 160 metri di assottigliamento per il Fleming tra il 1966 e il 2007) e la loro linea di galleggiamento (il punto in cui il ghiacciaio inizia a galleggiare) è arretrata di chilometri (7.5 km per il Fleming). Questo è successo perché, con la rottura della piattaforma principale, hanno perso il “contrafforte” che li frenava.

Altri ghiacciai, invece, come il Prospect, FIP1, FIP2, Hariot e l’Unnamed, hanno mostrato una risposta molto più lenta e ritardata. Per decenni, pur con la piattaforma principale in crisi, sono rimasti relativamente stabili, protetti da porzioni residue della piattaforma o dalla conformazione stretta dei fiordi in cui scorrono. La loro accelerazione più significativa, l’assottigliamento e l’arretramento della linea di galleggiamento sono avvenuti molto più tardi, principalmente negli ultimi due decenni, quando anche le ultime vestigia della Wordie sono scomparse o quando hanno perso i loro specifici punti di ancoraggio.

Grafico scientifico che mostra l'accelerazione della velocità del ghiacciaio Fleming nel tempo, sovrapposto a una mappa satellitare della regione. Macro lens 100mm per dettaglio del grafico, illuminazione controllata.

Questo ci dice una cosa fondamentale: gli effetti della disintegrazione di una piattaforma glaciale possono manifestarsi su scale temporali molto lunghe, anche decenni dopo l’evento iniziale. La perdita di ghiaccio che osserviamo oggi in alcune aree potrebbe essere una conseguenza ritardata di cambiamenti avvenuti molto tempo fa.

Perché Tutto Questo è Importante?

Questa lunga storia della Wordie non è solo un racconto dal passato. È una lezione cruciale per il futuro.

  • Sottolinea la vulnerabilità delle piattaforme glaciali anche a cambiamenti graduali delle condizioni oceaniche.
  • Dimostra che la risposta dei ghiacciai può essere complessa e ritardata, il che rende difficili le previsioni sull’innalzamento del livello del mare. I modelli attuali devono tenere conto di queste dinamiche a lungo termine.
  • Suggerisce che potremmo aver sottostimato la perdita di massa glaciale dalla Penisola Antartica in passato, perché non avevamo osservazioni così indietro nel tempo.
  • Ci ricorda l’importanza fondamentale di avere serie storiche lunghe di osservazioni per capire veramente i processi in atto e magari identificare segnali premonitori di collasso in altre piattaforme antartiche ancora intatte (per ora).

Insomma, studiando la “morte” della Piattaforma Wordie, stiamo imparando a conoscere meglio la vita (e la potenziale fine) di altri giganti di ghiaccio, e come le loro sorti siano legate a doppio filo con il futuro del nostro pianeta e delle nostre coste. È una storia complessa, che si dipana su decenni, e che ci insegna quanto sia interconnesso e sensibile il sistema climatico terrestre. Continueremo a tenere d’occhio questi luoghi remoti, perché quello che succede lì ha ripercussioni per tutti noi.

Fonte: Springer

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