Microfotografia ad alta risoluzione di un occhio umano con cheratite fungina causata da Phaeoacremonium iranianum, obiettivo macro 100mm, illuminazione controllata, alta definizione dei dettagli dell'ulcera corneale grigiastra e delle ife fungine visibili sulla superficie oculare.

Phaeoacremonium Iranianum: Il Fungo delle Piante che Minaccia i Nostri Occhi

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un incontro ravvicinato decisamente insolito e, ammettiamolo, un po’ inquietante. Avete mai pensato che un fungo, uno di quelli che di solito se ne sta tranquillo nel terreno o sul legno degli alberi, potesse decidere di farsi un giretto… nel nostro occhio? Sembra la trama di un film horror, ma è esattamente quello che è successo in un caso recente che ha visto protagonista un fungo dal nome complesso: Phaeoacremonium iranianum. Preparatevi, perché stiamo per addentrarci nel mondo microscopico di un nuovo, inaspettato patogeno corneale.

Un Nemico Insolito per i Nostri Occhi

Normalmente, quando pensiamo ai funghi, ci vengono in mente i porcini nel bosco o, al massimo, qualche muffa fastidiosa in casa. Il genere Phaeoacremonium appartiene a quella categoria di funghi che solitamente si trovano nell’ambiente, specialmente nel suolo e sulle piante legnose, dove possono causare malattie. È un tipo da vita all’aria aperta, insomma. Le infezioni umane da parte sua sono considerate eventi rari. Negli ultimi vent’anni, abbiamo visto un leggero aumento dei casi segnalati, spesso legati a traumi che “inoculano” il fungo sotto la pelle o più in profondità, causando ascessi, cisti o problemi articolari, sia in persone con difese immunitarie normali che compromesse.

Esistono diverse specie di Phaeoacremonium (se ne contano circa 29!), e alcune, come P. parasiticum, P. rubrigenum e P. inflatipes, erano già state identificate come responsabili di queste rare infezioni umane, chiamate feoifomicosi. Ma il nostro protagonista di oggi, Phaeoacremonium iranianum, era finora rimasto nell’ombra, almeno per quanto riguarda le infezioni oculari. Fino ad ora.

La Storia di un Occhio Graffiato

Immaginate un uomo di 66 anni. Un giorno, mentre forse si occupava del giardino o passeggiava nella natura, una foglia gli graffia l’occhio destro. Un incidente banale, che potrebbe capitare a chiunque. Inizia a usare un collirio antibiotico e cortisonico, pensando di risolvere in fretta. Ma i sintomi, invece di migliorare, peggiorano: visione offuscata, dolore. Quando arriva da noi in ospedale, la situazione è già seria. La sua vista nell’occhio destro è ridotta (acuità visiva di 0.25) e la pressione oculare è bassa (8mmHg).

L’esame rivela il problema: sulla cornea, la superficie trasparente dell’occhio, c’è un’ulcera di circa 4×3 millimetri, di colore bianco-grigiastro, dall’aspetto piuttosto secco. La cornea circostante è gonfia e opaca. Sembra una piccola lesione, ma sta già minacciando la struttura dell’occhio, con segni di infiammazione profonda e rischio di perforazione. La diagnosi clinica punta subito verso una cheratite fungina, un’infezione della cornea causata da funghi, che purtroppo è una delle principali cause di cecità monoculare nei paesi in via di sviluppo, spesso più grave e difficile da trattare rispetto alle cheratiti batteriche.

Indagini da Detective: Come Abbiamo Scoperto il Colpevole

A questo punto, inizia il lavoro investigativo. Dobbiamo capire chi è il responsabile di questo attacco. La microscopia confocale, una tecnica che permette di vedere gli strati della cornea in dettaglio, rivela subito la presenza di strutture simili a filamenti fungini (ife o miceli) e molte cellule infiammatorie, che si estendono in profondità. Un piccolo prelievo dalla superficie corneale (raschiamento) conferma al microscopio la presenza di numerose ife ramificate.

Iniziamo subito una terapia antifungina aggressiva, usando diversi farmaci (natamicina, fluconazolo, terbinafina orale, più altri colliri di supporto). Ma il fungo è tenace. Dopo qualche giorno, la situazione non migliora, anzi, l’infiltrazione corneale sembra peggiorare. Nel frattempo, in laboratorio, il fungo prelevato inizia a crescere in coltura. All’inizio, basandoci sull’aspetto al microscopio dopo colorazione, sospettiamo possa trattarsi di un genere più comune, come Fusarium.

Ma la vera identità viene svelata solo dopo quasi tre settimane, grazie al sequenziamento del DNA: è lui, Phaeoacremonium iranianum. Una sorpresa! Osservando meglio la sua crescita in coltura e la sua morfologia microscopica, notiamo le caratteristiche tipiche del genere Phaeoacremonium: colonie brunastre, un po’ lanose, ife che scuriscono con il tempo, e particolari strutture (fialidi) da cui si formano le spore (conidi), piccole e a forma di salsicciotto. Una caratteristica interessante osservata sono state delle strutture circolari nelle colture su vetrino. È importante distinguerlo da funghi simili come Acremonium, che però ha colonie più chiare e manca di alcune strutture specifiche.

Microfotografia ad altissima risoluzione di ife fungine di Phaeoacremonium iranianum prelevate da un raschiamento corneale, colorazione con blu cotone lattofenolo, obiettivo macro 100mm, illuminazione da microscopio controllata, alta definizione dei dettagli delle ife settate e ramificate e dei conidi, sfondo chiaro.

La Battaglia Contro l’Invasore: Terapie e Sfide

Una volta identificato il nemico, possiamo affinare la strategia. Eseguiamo un test di sensibilità agli antifungini (antibiogramma fungino) per capire quali farmaci siano più efficaci contro questo specifico ceppo. I risultati sono fondamentali:

  • Molto sensibile a: Amfotericina B (MIC 0.05 µg/ml), Voriconazolo (MIC 0.5 µg/ml)
  • Moderatamente sensibile a: Posaconazolo (MIC 1 µg/ml), Itraconazolo (MIC 2 µg/ml), Anidulafungina (MIC 4 µg/ml)
  • Resistente a: Fluconazolo (MIC 64 µg/ml), Fluorocitosina (MIC 32 µg/ml), Micafungina e Caspofungina (MIC >8 µg/ml)

Questi dati confermano che alcuni farmaci iniziali, come il fluconazolo, erano probabilmente poco efficaci. L’amfotericina B e il voriconazolo sembrano le armi migliori.

Vista la scarsa risposta alla terapia medica iniziale e la profondità dell’infezione, proponiamo al paziente un trapianto di cornea, la soluzione più radicale ma spesso necessaria in questi casi gravi. Purtroppo, il paziente rifiuta. Decidiamo allora per un intervento chirurgico meno invasivo, una cheratectomia: rimuoviamo chirurgicamente il tessuto corneale infetto più superficiale. Durante l’intervento, vediamo che l’infezione è arrivata molto in profondità, fino quasi alla membrana più interna (membrana di Descemet), ma ci fermiamo per non rischiare la perforazione, raccomandando nuovamente il trapianto.

Dopo l’intervento, il paziente viene dimesso con una terapia mirata, basata sui risultati dei test: collirio a base di voriconazolo (preparato appositamente) da usare molto frequentemente, insieme ad altri colliri di supporto. Un mese dopo, la situazione è migliorata: l’infezione sembra sotto controllo, anche se la cornea presenta ancora un’opacità di 4×4 mm e un evidente assottigliamento nella zona colpita. Non è una guarigione perfetta, ma siamo riusciti a contenere l’invasore senza dover ricorrere al trapianto (che sarebbe stato comunque preferibile per un recupero visivo ottimale).

Cosa Impariamo da Questo Caso?

Questa esperienza ci insegna diverse cose importanti. Primo, che Phaeoacremonium iranianum va aggiunto alla lista dei potenziali “cattivi” che possono causare cheratite fungina, specialmente dopo un trauma vegetale. Secondo, che queste infezioni possono presentarsi in modo un po’ atipico, con ulcere corneali dall’aspetto “secco” e biancastro/grigiastro. Terzo, l’identificazione precisa del fungo e l’esecuzione dei test di sensibilità agli antifungini sono assolutamente cruciali per scegliere la terapia giusta. Non tutti gli antifungini funzionano contro tutti i funghi! Nel nostro caso, la natamicina e soprattutto il voriconazolo si sono dimostrati efficaci.

Infine, ci ricorda che la gestione delle cheratiti fungine profonde è complessa e spesso richiede un approccio combinato, medico e chirurgico. La cheratectomia può aiutare, ma nei casi più gravi il trapianto di cornea rimane l’opzione migliore per eradicare l’infezione e ripristinare la trasparenza corneale.

Quindi, la prossima volta che vi capita un graffio all’occhio con un rametto o una foglia, non sottovalutatelo! E tenete a mente che nel mondo microscopico si nascondono avversari inaspettati come il nostro Phaeoacremonium iranianum. La ricerca e l’attenzione clinica sono le nostre armi migliori per affrontarli.

Fonte: Springer

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *