PET/CT in Terapia Intensiva: L’arma Segreta Contro le Infezioni Nascoste?
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi appassiona molto e che sta cambiando le carte in tavola in un ambiente delicatissimo come la terapia intensiva (ICU): la diagnosi delle infezioni. Immaginate la scena: un paziente è in condizioni critiche, ha la febbre, i valori del sangue suggeriscono un’infezione, ma… dove si nasconde? Trovarla in fretta è fondamentale, letteralmente una questione di vita o di morte. Ed è qui che entra in gioco una tecnologia affascinante: la PET/CT con 2-[18F]FDG.
Cos’è questa PET/CT e perché è speciale?
Forse avete già sentito parlare della PET (Tomografia a Emissione di Positroni) e della CT (Tomografia Computerizzata). La PET/CT è una sorta di “supereroe” dell’imaging diagnostico perché combina le due tecniche. La CT ci dà una mappa anatomica dettagliata del corpo, come una fotografia ad alta risoluzione. La PET, invece, ci mostra l’attività metabolica delle cellule. Utilizza un tracciante radioattivo, il 2-[18F]FDG (uno zucchero “speciale” che viene captato dalle cellule molto attive), per evidenziare le zone dove c’è “più movimento”.
Pensate alle cellule infiammatorie o infette: sono in piena attività, consumano molta energia (glucosio). La PET/CT le “accende” sulla mappa, mostrandoci esattamente dove si trova il problema, spesso prima ancora che si vedano alterazioni anatomiche con le tecniche tradizionali come la sola CT o la risonanza magnetica. È già un pilastro in oncologia, ma il suo ruolo nelle malattie infettive e infiammatorie sta crescendo a vista d’occhio, specialmente quando l’origine del problema è un mistero.
La sfida della Terapia Intensiva
Ora, portare un paziente dalla terapia intensiva a fare una PET/CT non è una passeggiata. Questi pazienti sono, per definizione, critici, spesso instabili, magari attaccati a ventilatori o altri macchinari vitali. C’è la preoccupazione del trasporto, della preparazione (serve stare a digiuno, controllare la glicemia), del tempo necessario per l’esame (più lungo di una semplice CT). Inoltre, le condizioni stesse del paziente (insufficienza renale, interventi recenti, cateteri) possono influenzare la distribuzione del tracciante e rendere l’interpretazione delle immagini più complessa.
Per tutti questi motivi, nonostante le potenzialità, l’uso della PET/CT in ICU è stato finora limitato. Ma le cose stanno cambiando. Ci siamo chiesti: quanto è davvero utile e sicura questa metodica in questo contesto così difficile? Abbiamo voluto vederci chiaro, basandoci sulla nostra esperienza reale.
La nostra esperienza sul campo: cosa abbiamo scoperto?
Abbiamo condotto uno studio retrospettivo, andando a rivedere i casi di 47 pazienti ricoverati in terapia intensiva nel nostro centro tra gennaio 2021 e giugno 2024, che erano stati sottoposti a PET/CT proprio perché si sospettava un’infezione ma non si riusciva a localizzarla con i metodi standard (esami del sangue, colture, ecografie, CT tradizionali). L’età media era di circa 63 anni, con una prevalenza di uomini. Le ragioni del ricovero in ICU erano varie: shock settico, complicazioni post-chirurgiche, ictus, traumi, insufficienza respiratoria… insomma, un gruppo eterogeneo ma accomunato da condizioni critiche e dal sospetto di un’infezione nascosta.
I risultati? Beh, direi molto incoraggianti! La PET/CT ha mostrato una buona accuratezza complessiva (79%) nel trovare il focolaio infettivo. Vediamo qualche numero più nel dettaglio:
- Sensibilità: 80% (la capacità di identificare correttamente i pazienti con l’infezione)
- Specificità: 75% (la capacità di identificare correttamente i pazienti senza l’infezione che si stava cercando)
- Valore Predittivo Positivo (PPV): 94% (se la PET/CT dice “c’è un’infezione”, è molto probabile che sia vero)
- Valore Predittivo Negativo (NPV): 43% (questo è il punto un po’ più debole: se la PET/CT è negativa, c’è ancora una possibilità non trascurabile che l’infezione ci sia ma non sia stata vista)
Abbiamo identificato polmoniti, endocarditi, infezioni di protesi vascolari, osteomieliti, spondilodisciti (infezioni dei dischi vertebrali), infezioni di protesi articolari, ascessi e altre condizioni.

Certo, non è una bacchetta magica. Ci sono stati 8 casi di falsi negativi (la PET/CT non ha visto l’infezione che poi è stata confermata altrimenti, ad esempio polmoniti con aspetto “a vetro smerigliato” che non captano FDG, o infezioni in zone difficili come il cervello o molto piccole) e 2 casi di falsi positivi (la PET/CT ha segnalato qualcosa che poi si è rivelato non essere l’infezione cercata, come un’infiammazione non settica). Queste sono limitazioni note della metodica, legate alla risoluzione dello strumento o alla difficoltà di distinguere tra infiammazione infettiva e non infettiva in alcuni casi.
L’impatto sulla cura del paziente: ha fatto la differenza?
Questa è la domanda cruciale. Sapere dov’è l’infezione è importante, ma la PET/CT ha cambiato concretamente il modo in cui questi pazienti sono stati curati? La risposta è sì, nel 62% dei casi! In ben 29 pazienti su 47, l’esito della PET/CT ha avuto un impatto clinico diretto:
- Ha guidato la chirurgia in 4 casi (per trattare diverticolite, endocardite, infezione di protesi vascolare, pancreatite).
- Ha portato a modificare la terapia antibiotica in 25 casi (iniziando un nuovo antibiotico mirato, cambiandolo, oppure interrompendolo perché l’infezione era stata esclusa).
Questo significa evitare terapie inutili o invasive, o al contrario, intervenire in modo più mirato ed efficace. E non è poco, specialmente in pazienti così fragili.
Un altro dato fondamentale: non si sono verificati eventi avversi durante il trasporto dei pazienti o durante l’esecuzione dell’esame. Questo dimostra che, con le dovute precauzioni e un team preparato (anestesista e infermiere specializzato), la procedura è sicura anche per i pazienti critici.
Quali fattori influenzano il successo della PET/CT?
Abbiamo anche cercato di capire se ci fossero delle caratteristiche dei pazienti o dei loro parametri clinici associate a una maggiore probabilità che la PET/CT fosse “corretta” (un vero positivo). Ebbene sì, tre fattori sono emersi come significativi:
- Assenza di insufficienza renale: Una buona funzione renale aiuta a “pulire” il corpo dal tracciante non legato, migliorando il contrasto dell’immagine e facilitando l’identificazione delle lesioni.
- Conta dei leucociti (globuli bianchi) elevata: Un valore alto è spesso un segno di infezione in corso, e questo si associava a una maggiore probabilità che la PET/CT trovasse effettivamente il focolaio.
- Livelli di glucosio nel sangue bassi (ma controllati): Anche se le linee guida permettono valori fino a 150-200 mg/dL, abbiamo visto che livelli mediamente più bassi (intorno a 100 mg/dL) si associavano a risultati veri positivi. Questo suggerisce che un controllo glicemico ottimale è importante per la qualità dell’esame, anche in pazienti non diabetici, perché l’iperglicemia può “competere” con il tracciante FDG.

Limiti e prospettive future
Ogni studio ha i suoi limiti, e il nostro non fa eccezione. È retrospettivo, il numero di pazienti, sebbene il più alto finora pubblicato su questo specifico argomento, non è enorme, e i pazienti erano molto diversi tra loro. Servirebbero studi più ampi e prospettici per confermare questi risultati.
Inoltre, come accennato, la PET/CT ha dei limiti intrinseci: non è perfetta per tutte le sedi (cervello, vie urinarie) o per lesioni molto piccole, e non distingue sempre un’infezione da un’infiammazione sterile. La preparazione può essere impegnativa per i pazienti ICU (digiuno, controllo glicemico, sospensione farmaci). E sì, c’è la percezione che sia un esame costoso, anche se studi recenti suggeriscono che potrebbe essere costo-efficace proprio in questi scenari complessi, evitando magari procedure diagnostiche o terapeutiche più lunghe e infruttuose.
Il futuro, però, è promettente. I nuovi scanner PET/CT “total body” permettono di eseguire l’esame in pochissimi minuti, con una qualità d’immagine superiore. Questo sarebbe un vantaggio enorme per i pazienti critici, riducendo il tempo fuori dalla ICU e migliorando il comfort. Si sta anche lavorando su procedure operative standardizzate per poter somministrare il tracciante direttamente in terapia intensiva, minimizzando gli spostamenti.
In conclusione
La mia opinione, basata su questa esperienza “real-world”? La PET/CT con 2-[18F]FDG è uno strumento prezioso, accurato e sicuro per scovare le infezioni nascoste nei pazienti critici ricoverati in terapia intensiva. Non è la soluzione a tutto, ma ha dimostrato di avere un impatto clinico significativo in oltre la metà dei casi, aiutandoci a prendere decisioni terapeutiche più mirate e tempestive. Sapere che fattori come la funzione renale, i leucociti e la glicemia possono influenzarne l’accuratezza ci aiuta a selezionare meglio i pazienti e a ottimizzare la procedura. È una tecnologia che merita sicuramente più attenzione in questo setting così complesso e sfidante.
Fonte: Springer
