SOS Salute Mentale: Come Tenersi Stretti i Nostri Terapisti nelle Zone più Fragili
Parliamoci chiaro: la salute mentale è una questione seria, serissima. E negli Stati Uniti, come in molte parti del mondo, c’è una carenza preoccupante di professionisti pronti ad aiutarci. Psicologi, assistenti sociali clinici, counselor, terapeuti familiari… figure fondamentali che spesso mancano proprio dove ce ne sarebbe più bisogno, in quelle che vengono chiamate “Aree di Carenza di Professionisti della Salute Mentale” (le famose mHPSA – Mental Health Professional Shortage Areas). Pensate, parliamo di zone dove vivono circa 122 milioni di persone!
Ora, uno potrebbe pensare: “Beh, basta formarne di più, incentivarli ad andare lì”. Giusto, e infatti si fa, spesso con aiuti economici per ripagare i prestiti studenteschi (che, diciamocelo, sono un macigno). Ma c’è un “ma” grande come una casa: questi professionisti, una volta arrivati, quanto restano? Le statistiche parlano di tassi di abbandono annuali che vanno dal 15% al 40%. Un vero salasso! Reclutare è solo metà della battaglia. L’altra metà, forse ancora più tosta, è trattenerli.
Ed è qui che entro in gioco io, o meglio, entra in gioco uno studio affascinante che ho avuto modo di analizzare. Ci siamo chiesti: cosa spinge questi eroi della salute mentale, che lavorano in contesti spesso difficili e con popolazioni vulnerabili (centri di salute mentale comunitari, centri per le dipendenze, cliniche per le fasce deboli), a dire “Ok, resto qui” invece di cercare lidi più comodi?
Capire cosa li fa restare: l’indagine sul campo
Abbiamo preso i dati raccolti tra il 2016 e il 2023 da un’indagine annuale fatta a professionisti che avevano appena terminato un periodo di lavoro in queste aree mHPSA, supportati da programmi federali di rimborso prestiti (il National Health Service Corps, NHSC). Parliamo di un bel campione: 2.587 professionisti hanno risposto (un tasso di risposta del 67,5%, mica male!), tra cui:
- 42% Assistenti Sociali Clinici Abilitati (LCSW)
- 39% Counselor Professionali Abilitati (LPC)
- 12% Psicologi
- 7% Terapeuti Familiari e Matrimoniali Abilitati (LMFT)
A queste persone è stato chiesto, in sostanza: “Come ti trovi? Cosa pensi del tuo lavoro, del tuo capo, del tuo stipendio, del tuo equilibrio vita-lavoro?”. E, domanda cruciale: “Pensando al futuro, quanti anni credi che resterai ancora qui dove lavori ora?”.
Abbiamo usato le loro risposte, date su una scala da “per niente d’accordo” a “completamente d’accordo”, per capire quali aspetti del lavoro fossero più legati alla loro intenzione di rimanere per almeno altri cinque anni.

I risultati: cosa conta davvero (e cosa meno)
Il primo dato che salta all’occhio non è dei più allegri: solo il 42% di questi professionisti prevedeva di rimanere nel proprio posto di lavoro per almeno altri cinque anni. Meno della metà! Questo ci dice subito che il problema della retention è reale e pressante.
Ma la cosa interessante è capire perché. Quando abbiamo analizzato le risposte, mettendo insieme tutti i pezzi e controllando per fattori come età, esperienza, tipo di comunità (rurale o urbana), abbiamo visto emergere alcuni elementi chiave. La probabilità che un professionista prevedesse di restare per 5 anni o più era significativamente più alta se:
- Sentiva di avere un’amministrazione efficace e di supporto: Avere un capo che capisce, che ascolta, che ti coinvolge nelle decisioni e ti sostiene fa un’enorme differenza. Sembra banale, ma è fondamentale. Come dice un vecchio adagio del management: le persone non lasciano i lavori, lasciano i capi.
- Si sentiva compensato in modo equo e adeguato: Non si tratta solo della cifra in sé, ma della percezione di giustizia. Sentire che il proprio impegno, la propria formazione e le proprie responsabilità sono riconosciuti economicamente (stipendio e benefit) è cruciale. E attenzione, ricevere un aiuto per il prestito studentesco può influenzare questa percezione di equità.
- Aveva un buon equilibrio tra lavoro e vita privata: Poter staccare, avere tempo per sé, per la famiglia, per gli hobby… non è un lusso, è una necessità. I lavori che permettono flessibilità negli orari e non pretendono un numero eccessivo di ore settimanali (lavorare più di 44 ore a settimana era associato a un peggior equilibrio) aiutano enormemente a prevenire il burnout e a voler restare.
- Poteva mettere in pratica tutta la gamma delle proprie competenze: Sentirsi limitati, non poter offrire tutti i servizi per cui si è stati formati e che si desidera fornire, è frustrante. Poter lavorare “al massimo della propria licenza”, come si dice in gergo, è un fattore importante di soddisfazione e, quindi, di retention.
Questi quattro fattori sono emersi come i più forti predittori dell’intenzione di rimanere a lungo termine.
Le (quasi) sorprese: cosa non sembrava fare la differenza (ma c’è un perché)
Due aspetti, che magari ci si aspetterebbe fossero importanti, non sono risultati statisticamente associati all’intenzione di rimanere, una volta considerati tutti gli altri fattori:
- Trovare significato nel proprio lavoro: Sorpresi? Anch’io all’inizio. Ma poi abbiamo capito: quasi tutti (il 97.4%!) i professionisti intervistati trovavano il loro lavoro estremamente significativo. Lavorare in queste aree, aiutando persone vulnerabili, è una scelta di campo forte. Quindi, il significato c’è per quasi tutti, e non è questo che distingue chi pensa di restare da chi pensa di andarsene. È una sorta di prerequisito comune.
- Sentirsi supportati personalmente dai colleghi: Anche questo è interessante. Sebbene il supporto tra colleghi sia importante in molti contesti lavorativi, in questo studio non è emerso come un fattore chiave per la retention a lungo termine, almeno non in modo indipendente dagli altri fattori. Forse altri aspetti, come il rapporto con l’amministrazione, pesano di più sulla decisione finale di restare o meno. Servirebbero però altre ricerche per capire meglio le dinamiche di team in questi specifici contesti.

Cosa possiamo imparare? Un messaggio per chi gestisce
Se sei un amministratore di una clinica, di un centro di salute mentale, o di qualsiasi struttura che impiega questi preziosi professionisti in aree difficili, questo studio ti parla direttamente. Non basta trovare i fondi per assumere, bisogna creare un ambiente dove le persone vogliano restare. E non servono magie, ma azioni concrete basate su quanto emerso:
- Investi sulla leadership: Assicurati che i manager siano formati per essere supportivi, equi, aperti all’ascolto e capaci di valorizzare il contributo di ciascuno.
- Parla di soldi (e di equità): Rivedi i pacchetti retributivi. Sono competitivi? Soprattutto, sono percepiti come equi rispetto al mercato e all’impegno richiesto?
- Promuovi l’equilibrio: Cerca soluzioni per rendere gli orari più flessibili, gestisci i carichi di lavoro in modo sostenibile, incoraggia le persone a prendersi il tempo libero che gli spetta. L’uso strategico del telelavoro potrebbe essere un’opzione?
- Libera il potenziale: Permetti ai tuoi professionisti di usare tutte le loro competenze. Coinvolgili quando si introducono nuovi servizi, aggiorna i ruoli se le normative lo consentono.
- Valorizza le persone: Fai sentire i tuoi collaboratori importanti, ascolta le loro idee, crea un clima di rispetto reciproco.
Certo, lo studio ha i suoi limiti: si basa sull’intenzione di restare (che è un buon predittore, ma non la certezza), non ha potuto analizzare tutti i possibili fattori (come il carico di pazienti o la cultura organizzativa) e il campione, seppur ampio, potrebbe non rappresentare perfettamente tutti gli USA. Ma il messaggio è forte e chiaro.
In un’epoca in cui la domanda di servizi di salute mentale è in crescita esponenziale (anche a causa della pandemia), perdere questi professionisti è un lusso che non possiamo permetterci, specialmente nelle comunità più fragili. Trattenerli non è solo una questione di buona gestione, è una questione di salute pubblica. E la chiave, come spesso accade, sta nel mettere le persone – in questo caso, i nostri preziosi terapisti – davvero al centro.
Fonte: Springer
