Fotografia paesaggistica grandangolare, 10mm, che mostra un maestoso panorama montuoso dello Yukon con segni visibili di erosione del permafrost su un pendio in primo piano (come un piccolo RTS stabilizzato o terreno irregolare), mentre in lontananza si intravede un sentiero escursionistico. Luce del tardo pomeriggio che crea lunghe ombre, cielo drammatico, messa a fuoco nitida su tutta la scena, lunga esposizione per nuvole suggestive.

Yukon, Terra di Meraviglie e Ghiacci Traditori: Il Permafrost Minaccia il Sogno Artico

Avete mai sognato l’Artico? Quelle terre sconfinate, selvagge, dove la natura regna sovrana e i paesaggi tolgono il fiato. Io sì, tante volte. E come me, sempre più persone scelgono queste destinazioni estreme per vivere esperienze uniche, all’insegna dell’avventura e del contatto con un ambiente che percepiamo come incontaminato. Trekking, campeggio, osservazione della fauna… il cosiddetto turismo naturalistico sta vivendo un vero e proprio boom, specialmente in luoghi come lo Yukon, in Canada.

Ma c’è un “ma”. Un gigante addormentato che si sta svegliando proprio sotto i nostri piedi, o meglio, sotto i piedi di chi si avventura lassù. Sto parlando del permafrost, quel terreno perennemente ghiacciato che costituisce le fondamenta di gran parte dell’Artico. E la notizia, purtroppo, non è buona: si sta sciogliendo. E lo sta facendo a un ritmo allarmante.

Cos’è il Permafrost e Perché Dovrebbe Interessarci?

Immaginate uno strato di suolo, roccia, materia organica e ghiaccio che rimane sotto zero per almeno due anni consecutivi. Ecco, questo è il permafrost. Copre circa il 15% delle terre emerse dell’emisfero nord. D’estate, lo strato più superficiale, chiamato “strato attivo”, si scongela, permettendo alla vegetazione di crescere. Ma sotto, il ghiaccio dovrebbe rimanere tale.

Il problema è che l’Artico si sta scaldando quasi quattro volte più velocemente del resto del pianeta. Questo significa temperature del permafrost in aumento e uno strato attivo che diventa sempre più profondo ogni estate. In pratica, il “perennemente ghiacciato” non è più così perenne.

Quando la Terra Cede: I Rischi Nascosti

Questo scongelamento non è un processo tranquillo. Provoca trasformazioni drammatiche nel paesaggio. Avete presente quelle immagini di coste che franano, terreni che collassano, edifici che si inclinano? Spesso la causa è proprio il degrado del permafrost.

Nello specifico, ci sono due fenomeni particolarmente insidiosi per chi si muove in queste aree, soprattutto d’estate, che è – ironia della sorte – anche l’alta stagione turistica:

  • Frane da scongelamento regressivo (RTS – Retrogressive Thaw Slumps): Immaginate un’enorme cicatrice sul fianco di una collina, una parete ripida di ghiaccio e fango che arretra man mano che il ghiaccio si scioglie, rilasciando colate di detriti. Possono essere enormi, larghe centinaia di metri, e si formano in modo piuttosto improvviso e imprevedibile. Finché non si stabilizzano, rimangono attive e pericolose.
  • Scivolamenti dello strato attivo (ALD – Active Layer Detachment slides): Meno estesi degli RTS, ma comunque problematici. In pratica, lo strato superficiale scongelato scivola via lungo il pendio, portandosi dietro vegetazione e suolo. A volte, possono essere il preludio a un RTS più grande se lo scivolamento espone strati di permafrost ricchi di ghiaccio.

Questi eventi, che noi scienziati chiamiamo “criosismi”, non solo modificano il paesaggio e rilasciano gas serra intrappolati nel ghiaccio (contribuendo ulteriormente al riscaldamento globale), ma rappresentano un rischio concreto e diretto per chiunque si trovi in zona.

Fotografia paesaggistica grandangolare, 15mm, di un paesaggio artico nello Yukon in estate, che mostra un terreno irregolare con vegetazione della tundra e segni iniziali di cedimento del permafrost, come piccoli avvallamenti o superfici ondulate. Luce naturale brillante, messa a fuoco nitida sull'intera scena, esposizione lunga per dare un leggero movimento alle nuvole.

L’Artico Chiama: Il Boom del Turismo e i Suoi Pericoli

Ed eccoci al punto cruciale. Mentre il permafrost si degrada, l’Artico diventa sempre più popolare. Lo Yukon, ad esempio, ha visto crescere i visitatori dei suoi parchi dell’80% tra il 2008 e il 2018, e le proiezioni parlano di un aumento esponenziale nei prossimi anni. Molti di questi turisti cercano proprio l’esperienza “selvaggia”, avventurandosi in aree remote, spesso in autonomia.

Il problema? La maggior parte di noi che viene da fuori non ha familiarità con il permafrost e i suoi rischi. Vediamo un paesaggio magnifico, magari non ci rendiamo conto che quel terreno sotto i nostri scarponi potrebbe essere instabile, o che quella collina dall’aspetto innocuo potrebbe nascondere il potenziale per una frana improvvisa. E questo avviene proprio d’estate, quando il disgelo è massimo e i rischi maggiori.

Fino ad ora, la ricerca si è concentrata molto sugli impatti del degrado del permafrost sulle infrastrutture (strade, edifici, oleodotti) e sulle comunità locali, aspetti importantissimi, certo. Ma si è parlato pochissimo dei rischi diretti per l’incolumità fisica dei turisti che si trovano là fuori, nel bel mezzo della natura selvaggia.

Il Caso Yukon: Un Laboratorio a Cielo Aperto

Prendiamo proprio lo Yukon. Grazie a recenti studi che hanno mappato la suscettibilità alla formazione di RTS, possiamo vedere come il rischio si distribuisce sul territorio, anche all’interno dei parchi nazionali e territoriali. E qui le cose si fanno interessanti.

Ci sono parchi, come l’Herschel Island-Qikiqtaruk Territorial Park (un’isola nel Mar Beaufort nota per i suoi RTS molto attivi) o il Ni’iinlii’Njik Territorial Park, che hanno aree ad altissima suscettibilità di frane. Ricevono relativamente pochi visitatori, data la loro posizione remota, ma quei pochi turisti (spesso passeggeri di crociere o partecipanti a safari naturalistici) sono esposti a un rischio significativo.

Poi ci sono parchi molto più accessibili e popolari, come il Tombstone Territorial Park (famoso per l’escursionismo) e il Kluane National Park and Reserve. Qui, la suscettibilità generale agli RTS è più bassa, ma ci sono comunque delle “zone calde” a rischio più elevato. E soprattutto, il gran numero di visitatori (decine di migliaia all’anno) fa sì che, anche con una probabilità di evento più bassa, l’esposizione complessiva al rischio aumenti notevolmente.

Fotografia con teleobiettivo zoom, 200mm, di una frana da scongelamento regressivo (RTS) attiva su un pendio nello Yukon. Si veda la parete di ghiaccio esposta, il fango e i detriti che scorrono verso il basso. Luce diurna drammatica che enfatizza le texture del terreno e del ghiaccio. Messa a fuoco precisa sulla zona attiva dello smottamento.

Insomma, che ci siano pochi turisti in aree ad alto rischio o tanti turisti in aree a rischio moderato, il problema esiste e va affrontato. E, cosa preoccupante, i piani di gestione di molti parchi dello Yukon menzionano a malapena il problema del permafrost.

Oltre le Infrastrutture: La Sicurezza dei Turisti Prima di Tutto

È qui che sento forte l’urgenza di un cambio di prospettiva. Dobbiamo smettere di pensare al degrado del permafrost solo come a un problema per strade ed edifici. Dobbiamo considerare seriamente le minacce dirette alla presenza fisica delle persone, dei turisti, in queste aree magnifiche ma sempre più fragili.

Cosa possiamo fare? Serve urgentemente una ricerca interdisciplinare. Geologi esperti di permafrost, geomorfologi, scienziati del clima devono lavorare fianco a fianco con esperti di turismo, gestori di parchi, organizzazioni di marketing territoriale (DMO) e comunità locali.

Un Futuro Sostenibile? La Sfida dell’Interdisciplinarità

Questa collaborazione è fondamentale per:

  • Mappare il rischio: Usare le mappe di suscettibilità (come quelle per gli RTS) per identificare i siti turistici più vulnerabili.
  • Comunicare il rischio: Sviluppare strategie di comunicazione efficaci. Come informiamo i visitatori, spesso ignari, dei potenziali pericoli? Attraverso siti web, social media, operatori turistici locali, segnaletica nei parchi? Bisogna trovare il modo giusto per creare consapevolezza senza creare allarmismo ingiustificato.
  • Adattare la gestione: Integrare le conoscenze sul permafrost nelle politiche di gestione del turismo. Questo potrebbe significare modificare sentieri, limitare l’accesso a certe aree in determinati periodi, o fornire linee guida più specifiche per le attività outdoor.
  • Migliorare la sicurezza: Fornire informazioni utili anche per le operazioni di ricerca e soccorso, che in queste aree remote sono particolarmente complesse.

Fotografia di reportage, obiettivo zoom 35-70mm, di un piccolo gruppo di escursionisti in un parco territoriale dello Yukon, come Tombstone. Camminano su un sentiero ben definito, ma sullo sfondo si intravede un pendio con vegetazione rada e terreno potenzialmente instabile (senza mostrare un pericolo imminente ma suggerendo il contesto). Profondità di campo media, luce naturale.

Lo Yukon è un caso emblematico, ma non è l’unico. Alaska, Svalbard, Groenlandia (che si prepara a un boom turistico con i nuovi aeroporti internazionali) affrontano sfide simili.

Quello che vi ho raccontato oggi è solo l’inizio di un percorso di indagine necessario. Dobbiamo capire meglio le complesse interazioni tra un ambiente fisico in rapido cambiamento e le attività umane come il turismo. L’obiettivo non è fermare il turismo nell’Artico, ma renderlo più sicuro, consapevole e sostenibile, nel rispetto di questi ecosistemi unici e fragili e delle persone che li visitano e li abitano. Il sogno artico è bellissimo, ma dobbiamo viverlo con gli occhi aperti sui rischi che un pianeta che cambia ci mette di fronte.

Fonte: Springer

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